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Elkeson ChinaGetty

Da Elkeson ad Ai Kesen: il primo naturalizzato cinese senza legami con l'Asia

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Ci avete mai pensato? Praticamente nessuna tra le nazioni più popolose al mondo eccelle nel calcio a livello mondiale. Nè il Pakistan, nè gli Stati Uniti. Per non parlare di India o Cina. Già, la Cina. Un miliardo e mezzo di persone verso cui guardare per provare a mettere insieme un campionato importante come quelli europei. Le cifre da mille e una notte messe insieme dai presidenti del calcio locale sono già il passato, la soluzione che non è risultata tale. Fuga di campioni, tanti soldi e quasi sempre pochi goal.

Quanto avete dimestichezza con il medagliere olimpico? Probabilmente avrete notato come in ogni edizione invernale e soprattutto la ben più nota estiva, la mole - enorme - di medaglie dorate, d'argento e bronzee degli atleti cinesi siano arrivati quasi interamente in discipline singole e non per sport di squadra. Il motivo è principalmente il sistema culturale e sportivo del grande colosso asiatico, che porta l'individuazione all'estremo, almeno nello sport, rispetto al gioco di squadra. Qualche eccezione esiste, vedi la pallavolo femminile, ma poco altro.

Il Governo centrale è consapevole dell'importanza calcistica, ma ha deciso di mettere un freno agli stranieri pagati oltre ogni limite. L'obiettivo è divenire una potenza mondiale con altri metodi, che riguardano comunque i laowai, ovvero gli stranieri. Senza la possibilità dell'offerta 90 milioni ai club e 10 di ingaggio, tutto sulla Nazionale e sulla naturalizzazione di calciatori capaci di rendere regola e non eccezione la qualificazione ai Mondiali, avvenuta nel 2002. Da lì niente di niente, calma piatta. La speranza si chiama Elkeson e quello che gli Ai Kesen rappresentano.

E
Elkeson de Oliveira Cardoso per la maggior parte del pianeta. Anche per la Cina. Almeno fino al 2019, quando il giocatore nato in Brasile è divenuto ufficialmente un giocatore dei Dragoni. Una rivoluzione che in pochi si sarebbero aspettati, nonostante una continua e costante regola non scritta ormai diffusa e non più così speciale: naturalizzare dei giocatori utili alla causa di una determinata Nazionale. La consuetudine riguarda però per la maggior parte calciatori con una parentela, anche lontana, nel paese prescelto.

Vista la difficile, se non impossibile, possibilità che giocatori con una tecnica sopraffina avessero lontani parenti in qualsiasi era del passato cinese, il governo ha cambiato l'iniziale e ferma idea di non chiedere aiuti ai calciatori stranieri arrivati nel paese per spingere la Nazionale dei Dragoni verso i Mondiali. Consapevoli di quanto sia importante il calcio per le masse e nello scacchiere internazionale, via all'ultimo piano, poco apprezzato ma essenziale per sopperire ad un sistema sportivo che punta tutto sull'individuo e non sulla collettività. Elkeson non ha nessun parente in Cina, ma è divenuto Ai Kesen.

Guangzhou Evergrande midfielder ElkesonGetty

Un 28enne dalle prime pagine facili che lascia il Sudamerica o l'Europa per accettare la MLS o i campionati asiatici è sotto l'occhio giudicante continuo da parte dei tifosi. Non riescono ad accettare, spesso, la rinuncia ai grandi sogni per timbrare il cartellino in Cina, ad esempio. Figurarsi un 24enne, come Elkeson. Nel 2012 il calcio rosso è in ascesa e nonostante le offerte pervenute al Botafogo dopo l'ottima annata precedente non manchino, il classico 1989 sceglie Il Guangzhou Evergrande. Trasferitosi al top della crescita con i bianconeri, non finisce nella lista di meteore o flop. Entra invece in quella dei migliori acquisti, senza spese incredibili (5 milioni) o particolari aneddoti. Segna senza sosta, entrando a far parte della squadra più vincente del paese non in punta di piedi, ma in scivolata.

Dura per gli altri, leggiadra per lui. Vince tre campionati di seguito, mettendo insieme insieme la cifra abnorme di 59 reti in 72 presenze. I tifosi sono entusiasti. Ah, se avessimo uno come lui nella Nazionake sarebbe diverso. Ci arriviamo. Passato anche per lo Shanghai SIPG la quota realizzativa si abbassa sensibilmente, ma giocate, goal e assist bastano e avanzano per portare la Federcalcio cinese a scorrere la rubrica fino al suo nome, nel 2019. Dopo otto anni nel paese, Elkeson viene avvicinato con una questione molto semplice, ci aiuteresti a portate la Cina ai Mondiali? Ok, non è per niente semplice. Elkeson pensa al da farsi, ma appena l'area del cervello adibita si ricorda del suo amato ma sogno accarezzato Brasile la decisione è presa: sì amici, accetto.

NESSUN LEGAME: LA SVOLTA

La naturalizzazione di Elkeson non è facile in virtù della mancata parentela con la Cina. Anche Nico Yennaris è nato in Inghilterra, ma le origini asiatiche della madre permettono al nativo britannico all'ex Arsenal di militare nella Nazionale maggiore cinese dopo aver ben figurato nelle rappresentative minori inglesi. Tutta un'altra storia quella dell'allora brasiliano. I tifosi storcono il naso, così come il movimento calcistico e alcuni pezzi grossi dei piani alti. La chiamata però arriva, necessaria. I principi del passato vengono messi nel cassetto per un po' di tempo, così da evitare di essere tentati dall'andare avanti con lo stesso status quo: una svolta richiede dei sacrifici, anche contro tutto ciò che si è sempre professato.

Nel 2011, prima di finire in Cina, Elkeson viene convocato dall'allenatore del Brasile Mano Menezes per affrontare l'Argentina. Nel curriculum apparirà sempre questa chiamata dal paese d'origine, in cui però l'erbetta calpestata è solo quella a bordo campo. Il rettangolo di gioco è solo per i compagni. Una mancata partecipazione al Superclasico essenziale per rimanere nelle regole della FIFA e dunque cambiare Nazionale nel 2019, quando il commissario tecnico Marcello Lippi lo chiama per le qualificazioni Mondiali contro le Maldive. Sicuro del suo ragazzo, già allenato ai tempi di Canton.

La convocazione e la gara suddetta, in cui Elkeson segnerà una doppietta come esordiente nell'attacco della Cina, arrivano dopo la consapevolezza di regole meno stringenti. Di come il governo si sia ammorbidito rispetto alla volontà di selezionare stranieri solamente se in grado di riconoscere la bandiera cinese, di cantare l’inno nazionale, parlare un po' della lingua e a riguardo della storia politica della Cina. Inoltre, nel comunicato rilasciato per legiferare riguardo l'utilizzo eventuale di stranieri senza legami con il paese, veniva richiesto nel comunicata necessità di aver sviluppato un forte senso patriottico. Non proprio regole facili, soprattutto relativamente alla conoscenza della lingua e dunque dell'inno nazionale.

Elkeson | Shanghai SIPGDivulgação

Senza chances di andare ai Mondiali, davanti alla opposta forza di Giappone, Corea del Sud, Australia e Arabia Saudita, la Cina passa oltre, si morde le labbra e accetta: Elkeson può essere convocato senza troppi giri di parole o interrogatori. Ci sa fare il ragazzo, salvatore della patria, speranza. Il primo della lista, ma di certo non l'ultimo: Vaso di Pandora aperto o catene tolte, a seconda della persona con cui si parla per le strade, da Shanghai a Pechino. La doppietta contro le Maldive non è sinonimo di gloria, ma è un modo per mettere in chiaro che sì, il nome è quello giusto.

Ai Kesen, per inciso. 艾克森. Meglio anche di Ai Er'kesen (Cinese: 埃尔克森) e Ngai Git-san (Cinese: 艾傑臣), con cui viene conosciuto ad Hong Kong e Guanzhou. Anche senza conoscere la lingua, cambiare il nome del rivoluzionario nuovo mondo è il modo per far accettare Elkeson al popolo cinese: un tentativo, abbastanza riuscito, di far dimenticare il suo essere brasiliano.

Elkeson, primo naturalizzato della Nazionale senza legami con la Cina, è un singolo che avrebbe fatto benissimo in altri sport se nato in Asia, ma è invece un singolo scelto da un altro paese fermo sull'individualità sportiva rispetto alla collettività. La squadra è quella che è: giocatori che faticano, senza un passato ad imparare tecniche e tattiche essenziali per andare avanti.

SONO CINESE

"Oggi voglio dire al mondo: ho ufficialmente iniziato un nuovo viaggio, sono cinese, voglio ricambiare tutto l'amore e la cura che hai avuto per me negli anni" urla Elkeson sul social cinese Weibo nel 2019. "Questo è un paese che sta sviluppando vigorosamente il proprio calcio e un paese che molte persone nel mondo ancora non capiscono. Ha partecipato alla Coppa del Mondo solo una volta. Per me personalmente, questa è una scommessa nella mia carriera. Ma il il progetto del Guangzhou Evergrande mi ha convinto che posso scrivere la mia storia qui".

Quando Elkeson diventa storia del calcio cinese è appena tornato al Guanzhou. Segna di nuovo una partita sì e l'altra pure. Parecchi, nel milardo e 400 milioni di persone, gongolano:

"Voglio una nuova sfida, voglio vedere dove sono i miei limiti. Nel 2016 sono entrato a far parte dello Shanghai SIPG. Ho trascorso tre anni e mezzo a Shanghai, 116 partite e due trofei di campionato, tutti hanno creato la storia del club. Un'altra esperienza di successo, certo ma non sono ancora soddisfatto perché voglio ripagare l'amore del popolo cinese in questi sette anni.  Sono molto felice e a mio agio in Cina. Questa è casa mia. Al momento giusto, ho appreso di una possibilità molto impegnativa, ma ho accettato questa sfida senza pensarci. So che questo è il prossimo passo che dovrei fare".

I passi successivi sono ancora relative alle qualificazioni 2022, in cui segna e fa segnare. Sembra essere la volta buona per la Cina. No, tutto si ferma. Il Covid spazza via le possibilità, la crescita, la consapevolezza. Elkeson rimane fermo come tutti i suoi compagni, ancor meno propensi a dare vita alla collettività per andare oltre al sistema dell'individualità. Con dubbi continui sulla possibilità di scendere in campo, l'amore mostrato scricchiola. Si spegne, dopo la mancata convocazione ai Mondiali del Qatar.

Un tonfo che porta Ai a tornare in patria, dopo anni: lo sceglie il Gremio. Una decisione che porterà all'addio della Nazionale asiatica dopo appena tre anni, quattro reti e tredici presenze. La Cina non è più vicina, lontana. Come i Mondiali. La fretta sembra essere stata messa da parte: il piano A continua ad essere quello che porta la rappresentativa a giocare i Mondiali entro il 2050, vincendoli. La naturalizzazione 'forzata', nonostante le chiamate di altri nativi brasiliani, sembra essere già il Piano B fallito. Quello principale porta al piano di riforma del calcio istituito nel 2015, più collettivo ed individuale. Con un pizzico di stranieri ormai sdoganato, ma non più visto esageratamente come unica salvezza.

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