| Sergio Stanco Editorialista Goal Italia |
Ha ragione Conte quando dice che Vazquez e Eder sono solo gli ultimi di una lunga serie, ma sinceramente ci auguriamo si sbagli quando sostiene che molti altri ancora ne verranno. Non siamo così vecchi e nostalgici da non accorgerci che il calcio avanza, si modernizza, si globalizza, ma non sempre tutto questo ha risvolti positivi.
Sostanzialmente quello che ci domandiamo è: possibile che si debba andare a pescare in Argentina e Brasile per "arricchire" la nostra Nazionale con Vasquez e Eder? Con tutto il rispetto, avessi detto Maradona e Pelé o, sempre per non essere accusati di essere inguaribili nostalgici, Higuain e Neymar . Ora, Vazquez e Eder sono due ottimi giocatori, ma se la Nazionale non può fare a meno di loro significa che non solo non ha futuro, ma nemmeno presente.
Amauri, Paletta, Ledesma sono gli antesignani, Camoranesi l'eccezione che conferma la regola, ma per il resto la storia recente degli oriundi non ha lasciato grandi ricordi. Ma al di là di questo, stiamo con Mancini sul concetto "la Nazionale agli italiani ". Non è razzismo ma semplice orgoglio nazionale, un'identità è un senso di appartenenza che Vazquez e Eder non potranno mai avere. "Imparerò l'inno" ha dichiarato il brasiliano: ammirevole, ma significativo.
A noi non interessa se Eder, poi, quell'inno lo imparerà e lo canterà, perché anche se lo facesse, non lo renderebbe più italiano. Per informazioni potrebbe chiedere ai suoi compagni Soriano e Okaka : uno nato in Germania da genitori italiani, cresciuto nel Bayern e poi tornato in Italia per diventare calciatore; l'altro nato in Italia da genitori nigeriani ma toscano fino al midollo. Italiani al 100%. Per quanto Conte si impegni, non riuscirà mai a convincerci che dietro Vazquez e Eder non ci sia una scelta legittima ma opportunistica. Dei giocatori, ma anche sua.
E la cosa più incomprensibile è che questa scelta arriva da colui che difese Sacchi dalle accuse di razzismo quando disse che nelle giovanili ci sono troppi stranieri, che si lamenta che nelle nostre squadre ci sono pochi italiani, che ha costruito i suoi successi in una società che li fonda su un DNA italiano. E, soprattutto, da uno che ha fatto della coerenza un dogma. Caro Antonio, preferiamo perdere con un autogol di Rugani che vincere con un gol di Paletta.



