![]() | Sergio Stanco Editorialista Goal Italia |
Il colpo di testa di Vidal in settimana, ha rilanciato Pirlo nel big match contro la Roma e gli ha schiuso le porte della nazionale. Una sorta di sliding doors: se il cileno non avesse deciso di divertirsi e fare danni proprio nella settimana più importante di questo inizio di stagione, forse il regista della Juventus ci avrebbe messo un po’ di più a riconquistarsi la maglia azzurra. Probabilmente, però, sarebbe stata solo una questione di tempo. L’infortunio di Bonaventura, poi, sembra proprio essere un segno del destino e ha accelerato un finale già scritto.
Così, a poco più di tre mesi dall’annuncio di addio, dal famoso discorso ai “posteri” fatto in quello spogliatoio di Natal dopo la cocente eliminazione dai mondiali, Andrea rientrerà dalla porta di servizio, come se nulla fosse successo. Il fatto che la nostra nazionale abbia ancora bisogno di lui, secondo alcuni non sarebbe un segnale incoraggiante per il nostro movimento, perché significa che le alternative latitano e, quando il gioco si fa dura, siamo costretti ad affidarci ancora all’usato sicuro. “Tiriamo una riga e ricominciamo da capo”, si diceva dopo la catastrofe brasiliana. Dopo tre mesi, ci siamo già rimangiati tutto?
In realtà non è esattamente così, perché l’arrivo di Conte è già di per sé un ottimo segnale per la nostra nazionale. E, poi, perché Pirlo non fa casistica, o almeno non dovrebbe farla. Lui va oltre, è un giocatore fuori categoria, che ha ancora molto da insegnare e non può fare ombra ai giovani, piuttosto dovrebbe rappresentarne la luce, l’esempio. Uno che ovunque vada riceve applausi dai suoi, ma anche dai tifosi avversari, uno che all’estero ci invidiano, osannano e rappresenta l’immagine positiva del calcio italiano. Uno così, fino a quando le forze lo sorreggono, deve stare in nazionale. E’ semplicemente giusto così.
E non per un atto dovuto, ma perché nel ruolo resta ancora il meglio che il nostro movimento possa offrire, al di là dell’anagrafe. Per intenderci, l’opzione bis è Marchisio – che lo ha ottimamente sostituito nella Juve e che proprio Conte ha reinventato regista – più che Verratti, che ancora fatica a prendere in mano la squadra. Insomma, la “nuova guardia” fatica ad imporsi e non perché per la “vecchia” ci sia un occhio di riguardo, ma semplicemente perché offre maggiori garanzie. Conte, si sa, non guarda in faccia nessuno e anche alla Juve, quando c’è stato da accantonare il senatore Marchisio per il rampante Pogba, non s’è fatto scrupoli. Il punto è che, almeno per il momento, Verratti non è Pogba. E nemmeno Pirlo.
Non a caso, non ne occupa nemmeno il ruolo: al PSG, infatti, è Thiago Motta a fare il vertice basso di centrocampo, l’equilibratore più che il regista, il Van Bommel al Milan ai tempi di Allegri (che provò a spostare Pirlo sulla fascia favorendone la partenza), mentre Verratti è l’interno in grado di fare entrambe le fasi con risultati discreti. Pirlo, però, ancora oggi, rappresenta l’eccellenza.


