Tecnicamente si chiama ‘sessione invernale di campagna trasferimenti’, per molti però è più semplicemente il 'mercato di riparazione'. Da sempre la sessione invernale di calciomercato viene vista come un qualcosa di diverso da quella estiva. Se infatti sono proprio le operazioni chiuse in estate che danno il volto ad una squadra e catturano i sogni dei tifosi, quelle invernali servono soprattutto alle varie società per colmare le lacune delle loro rose.
Per questo motivo in molti definiscono il calciomercato invernale di riparazione, perché si suppone appunto che a muoversi siano soprattutto quei club che hanno bisogno di porre rimedio a dei problemi e che per farlo si andranno a muovere in direzione di giocatori che sono evidentemente chiusi nelle proprie squadre e quindi sono più facilmente raggiungibili.
Il Venezia che nella stagione 1998-1999 ha affrontato quella Serie A dalla quale mancava dal lontano 1967, nel gennaio del 1999 si è approcciato alla ‘sessione invernale di campagna trasferimenti’ esattamente con questo obiettivo: individuare e prendere quei calciatori che avrebbero potuto consentirgli di rilanciarsi nella corsa che conduceva dritta alla salvezza.
Il club allora di proprietà di Maurizio Zamparini, si era presentato ai blocchi di partenza del campionato con l’ambizione di mantenere la categoria, possibilmente senza troppi affanni. Al fine di riuscirci aveva messo a disposizione del tecnico che nell’annata precedente aveva condotto la squadra alla promozione in massima serie, Walter Novellino, un mix composto da giovani di buone speranze e elementi certamente più esperti tra i quali spiccavano Taibi, Carnasciali, Iachini e capitan Luppi oltre a Stefan Schwoch e Filippo Maniero, ovvero i due attaccanti che sarebbero andati a comporre una coppia offensiva capace potenzialmente di garantire un buon numero di goal. Le possibilità di far bene insomma non mancavano, ma nel calcio il giudice supremo è sempre il campo e il campo nei primi mesi di quella stagione disse che quella squadra arrivò a Natale con appena undici punti messi in cascina in quattordici turni. Un bottino così magro poteva voler dire una sola cosa: ultimo posto in classifica.
Tra gli uomini mercato di quel Venezia c’è anche un giovane Beppe Marotta che insieme ai suoi collaboratori, individua subito l’uomo adatto a far compiere alla squadra un deciso salto di qualità: Federico Giunti.
Ha classe, visione di gioco, sa unire quantità e qualità e sta giocando poco in un Parma nel quale è chiuso da centrocampisti fortissimi. Quando l’allora direttore generale del club lagunare parte alla volta del comune emiliano per chiudere l’operazione, lo fa avendo la certezza che manchino solo le firme per la definitiva fumata bianca ma, non è ancora arrivato a metà strada, quando si riscopre alle prese con un doppio grosso problema: Giunti ha appena trovato un accordo con il Milan e va spiegato a Zamparini che il grande obiettivo è sfumato. Quello che in realtà non può sapere è che quell’operazione chiusa in tempi rapidissimi da Adriano Galliani, rappresenterà il più clamoroso dei colpi di fortuna. Un colpo di fortuna che magari si è anche tradotto in un bivio per la sua carriera.
A quel punto infatti Marotta ha un’intuizione importante. Contatta l’allora direttore sportivo dell’Inter, Sandro Mazzola, per capire se ci sono le possibilità di arrivare ad Alvaro Recoba in prestito. Del ragazzo uruguaiano si sa che per caratteristiche tecniche non ha nulla a che fare con Giunti, che ha qualità da potenziale fuoriclasse e che nonostante sia visto da molti come un grande prospetto, in una squadra nella quale ci sono anche Roberto Baggio, Djorkaeff e Andrea Pirlo, oltre ad una batteria di punte che prevede Ronaldo, Ventola e Zamorano, semplicemente non riesce a trovare spazio.
Era stato prelevato un anno prima dal Nacional Montevideo a fronte di un esborso da 7 miliardi di lire e al suo esordio in Serie A, avvenuto nello stesso giorno di quello di Ronaldo, aveva semplicemente offuscato la stella del Fenomeno siglando una doppietta che permise all’Inter di superare per 2-1 in rimonta il Brescia.
“Anche io ero al debutto quel giorno, ma ero solo un ragazzo che veniva dall’Uruguay, una sorta di attore non protagonista al fianco del Fenomeno. Ebbi la fortuna di entrare contro il Brescia e feci due goal. Il giorno dopo i giornali dissero che avevo salvato l’allenatore”.
Il debutto è stato da predestinato e anche le successive uscite racconteranno di numeri da campione, tuttavia quello che dodici mesi dopo viene approcciato dal Venezia è un giocatore sprofondato nelle gerarchie nerazzurre e che ha totalizzato appena 22’ in campo in campionato, più un’altra manciata in Coppa Italia contro il Castel di Sangro e in Champions League. Quattro presenze in tutto che gli sono valse poco più di un’ora di gioco.
Un’eventuale fumata bianca conviene quindi a tutti: il Venezia avrebbe la possibilità di rafforzare la sua rosa con un grande talento, l’Inter potrebbe finalmente vedere all’opera il ragazzo con continuità, mentre Recoba si vedrebbe garantita la possibilità di far vedere a tutti di cosa è capace.

“Oltre alla competenza ci vuole sempre un po’ di fortuna. Noi prendemmo Recoba perché mentre stavo andando a Parma a chiudere per Giunti, Oriali mi disse che Galliani aveva appena trovato un accordo con il giocatore. Fu in quel momento che mi informai su Recoba perché c’era stata un’amichevole tra Inter e Varese. Chiamai Mazzola solo perché dovevo sopperire al mancato arrivo di Giunti”.
L’arrivo di Recoba viene accolto a Venezia con un entusiasmo enorme. I tifosi sanno che il ‘Chino’ ha le qualità per cambiare il volto della squadra e rendere più possibile quella salvezza che sembra così lontana. L’esordio con la maglia della compagine lagunare avviene il 17 gennaio e l’avversario di turno è la Juventus: il talento uruguaiano gioca 55’ nei quali fatica a mettersi in mostra, ma intanto ha messo minuti nelle gambe e inoltre il punto portato a casa è di quelli che pesano.
Tre giorni dopo si torna in campo per recuperare uno scontro salvezza con l’Empoli rinviato a causa nebbia. Si gioca al Penzo e le cose si mettono subito male. A fine primo tempo infatti i toscani sono avanti nel punteggio per 2-0 grazie ad una doppietta su rigore di Arturo Di Napoli e anche negli uomini visto che Fabio Bilica è stato espulso.
Zamparini, che con gli allenatori ha sempre avuto un rapporto particolare, chiama nell’intervallo Marotta per dirgli di cercare un nuovo tecnico al quale affidare la squadra, ma il suo direttore generale non ha ancora finito di scorrere tutta la sua rubrica che Valtolina al 54’ trova la rete che riapre i giochi. Il goal riaccende le speranze del Venezia e riaccende anche un Recoba che da questo momento in poi sarà semplicemente immarcabile. Inizierà a sfornare giocate da campione assoluto, dimostrando che se vuole può fare uno sport ‘diverso’ rispetto a tutti gli altri in campo. Al 76’ Maniero pareggia i conti portando il risultato sul 2-2 e poi, quando mancheranno quattro minuti al triplice fischio finale sarà ancora il centravanti arrivato dal Milan, su assist proprio del ‘Chino’ a completare la rimonta con un sontuoso goal di tacco. E’ una di quelle vittorie che può cambiare la stagione e infatti il Venezia, che a quel punto si riscoprirà distante una sola lunghezza dalla zona che vale la salvezza, non sarà più lo stesso.
Quattro giorni dopo i lagunari batteranno anche il Bari (decisivo il goal di Tuta al 90’ in un match nel quale per larghi tratti il pari era sembrato andare benissimo a tutti), poi arriverà il pareggio contro il Parma secondo in classifica e poi ancora una vittoria per 3-1 contro la Roma, nel giorno del primo goal di Recoba con la sua nuova squadra.
Venezia impazzisce totalmente grazie ai risultati di una squadra che solo poche giornate prima sembrava spacciata e alle giocate di quel ragazzo che la domenica si trasforma. Non servono infatti molte settimane per capire che Recoba ha sì i colpi del fuoriclasse, ma ha anche un difetto: non ama allenarsi.
Non gli piace correre, è allergico alla tattica, si presenta agli allenamenti sempre all’ultimo secondo e a volte devono essere i compagni ad andarlo a prendere a casa. Tutti atteggiamenti che non possono piacere ad un tecnico ‘tutto d’un pezzo’ come Novellino, che tuttavia non può far altro che fingere di chiudere un occhio. ‘Monzon’ ha capito che se vuole salvarsi deve aggrapparsi a quel talento tanto svogliato quanto straordinario e quindi nel suo 4-4-2 dà dei compiti a tutti tranne che all’uruguaiano: “Lui è un fenomeno e fa quello che gli pare”.
Il Venezia perde poi con il Milan, ma si riprende con il Perugia e Recoba, che contro gli umbri apre le marcature, si vede consegnato da Zamparini un orologio importante in dono. Ma c’è di più. Il presidente gli lancia una sfida: “Se segni anche nella prossima partita puoi andare in uno dei miei negozi e prenderti quello che vuoi”. Recoba, che alle parole dà un certo peso, segna anche contro l’Udinese e va a scegliersi il miglior televisore tra quelli in vendita.
La retrocessione ormai non spaventa più nessuno e il successivo 14 marzo Recoba il regalo se lo fa da solo: la prestazione che vale la definitiva consacrazione.
A Venezia arriva una Fiorentina ancora in corsa per lo Scudetto. E’ la viola di Batistuta, ma a fare il fenomeno sarà il ‘Chino’ che prima gela Toldo con una punizione dal limite magistrale, poi batte il corner che porterà al raddoppio, poi ancora si inventa un’altra prodezza balistica sempre da calcio da fermo che varrà il momentaneo 3-0 e infine calerà anche il tris personale firmando il definitivo 4-1. Ormai nessuno ha più dubbi sul fatto che sia un giocatore da Inter.
Le settimane successive scivoleranno via tra magie e goal, l’ultimo dei quali, quello con il quale si congederà da Venezia, contro la Juventus. I suoi numeri al termine di quell’esperienza parleranno di dieci reti in diciannove partite, fondamentali per far viaggiare la squadra di Novellino a medie più veloci di quelle di compagini che in quella stagione si guadagneranno poi una qualificazione europea.
Nella stagione successiva Recoba ripartirà dall’Inter e, pur senza mai diventare un titolare inamovibile in nerazzurro, si riserverà un posto speciale nel cuore dei tifosi della ‘Beneamata’ e di un Massimo Moratti che non ha mai nascosto di averlo amato forse più di qualunque altro giocatore portato in nerazzurro.
“Recoba non è un calciatore, Recoba è il calcio. Lui ha fatto cose che i giocatori normali non fanno. Chi ho amato di più tra lui e Ronaldo? Erano due cose diverse: Ronaldo era il migliore al mondo e quindi lo ammiravo per questo, mentre Recoba non ci aspettavamo che fosse così forte. Alla fine si tende ad amare di più colui che ti sorprende e quindi dico il ‘Chino’”.
Recoba resterà all’Inter fino al 2007 e quando se ne andrà lo farà dopo aver dato il meglio che aveva da offrire. A detta di molti gli avrebbe fatto bene a chiudere prima la sua parentesi in nerazzurro, ma fu probabilmente proprio l’amore incontrastato di Moratti a renderlo ‘prigioniero’.
Quella meneghina sarà comunque un’avventura che si chiuderà dopo 276 partite condite da 72 goal, due Scudetti, due Coppe Italia, due Supercoppe Italiane ed una Coppa UEFA, tuttavia al momento del suo addio troverà pochi estimatori pronti a scommettere ancora su di lui. Di questa ristretta cerchia fa però parte l’allenatore che anni prima gli aveva visto fare meraviglie a Venezia: Walter Novellino.
Propone infatti ad Urbano Cairo di portarlo al Torino ed il presidente granata accoglie con favore l’idea facendola subito sua.
“Ho parlato con il mio amico Massimo Moratti e siamo molto vicini alla conclusione della trattativa. Non voglio farmi prendere da facili entusiasmi e non voglio illudere i tifosi, ma posso dire che manca poco”.
Recoba accetta di legarsi al Torino e, proprio come accaduto anni prima a Venezia, l’accoglienza che gli verrà riservata sarà straordinaria.
“Non sarei potuto restare all’Inter senza sentirmi protagonista e solo per indossare lo Scudetto sul petto. Ringrazio Moratti, è solo per lui che sono rimasto per così tanti anni in nerazzurro. Voglio finire la mia carriera giocando e a Torino sono stato accolto come nemmeno all’Inter avevano fatto. Sono commosso e sento tanta fiducia attorno a me. Avrei lasciato l’Inter solo per una grande squadra e sono arrivato in una grande squadra. Novellino? Il nostro è un rapporto di amore ed odio, ma tra noi c’è sempre stata grande onestà”.
Il ‘Chino’ è fondamentalmente il fiore all’occhiello della campagna acquisti del Torino e la presentazione in grande stile ne è la dimostrazione. Quello che è approdato all’ombra della Mole è però un giocatore al quale il solo sinistro da fenomeno ormai non basta più.

In campionato segnerà un goal già alla seconda presenza con un colpo da biliardo contro il Palermo, ma da lì in poi la rete la ritroverà solo in Coppa Italia a dicembre contro la Roma, quando segnerà un’inutile doppietta ai fini del passaggio del turno.
Il Torino che sognava un campionato a ridosso delle prime della classe chiuderà il suo torneo con 40 punti in cascina che varranno una salvezza più che sudata. L’uomo che doveva fare la differenza più di chiunque altro regalerà pochi lampi del suo calcio, tanto che anni dopo Urbano Cairo, scottato da tale esperienza, ammetterà candidamente di non aver provato a chiudere per Franck Ribery, proprio perché memore di quanto fatto in granata da Recoba.
“Ormai non faccio più colpi mediatici. Li ho fatti in passato, come l’arrivo di Recoba al Torino, ma adesso penso solo alle cose funzionali. Avremmo potuto prendere Ribery se solo ci fossimo impegnati e se solo l’avessimo voluto, ma non faceva per noi. Con Recoba riempimmo le tribune, ma la sua fu una stagione negativa”.
Quella al Torino sarà l’ultima avventura italiana di Recoba. Si trasferirà poi in Grecia al Panionios, prima di tornare in Uruguay per vestire le maglie di Danubio e Nacional, le due squadre dalle quali era partito e con le quali ha voluto chiudere un cerchio.
A Venezia ha stupito tutti facendo vedere che le voci su quel sinistro alla ‘Maradona’ che erano giunte dal Sudamerica non erano pura fantasia, mentre a Torino è riuscito realmente a far sognare i tifosi solo nel giorno in cui ha apposto la firma sul contratto.
Il meglio e il peggio della sua lunga parentesi in Serie A: la parentesi di un giocatore che si è guadagnato di diritto un posto tra i più talentuosi della sua generazione.




