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Di Canio, una vita da laziale. E quel gesto ai tifosi della Roma? "Lo rifarei..."

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Da sempre tifoso della Lazio, di cui è stato anche uno dei capitani più amati dai tifosi biancocelesti, Paolo Di Canio è stato il protagonista dell'ultima puntata de "I Signori del calcio" che andrà in onda domani su Sky Sport1.

Ti senti un signore del calcio? "Mi sento uno dei tanti milioni di ex calciatori professionisti che hanno praticato questo meraviglioso sport, uno che ha contribuito a divertire e far arrabbiare i propri tifosi e quelli avversari".

Cosa significa la Lazio nella tua carriera? "Non sono mai riuscito a stare con i più forti e crescere negli anni della grande Roma, con la Lazio che soffriva in B, mi ha fatto scegliere subito la Lazio, forse anche per i colori, il bianco e il celeste. L’ho sentita subito come una missione. Da calciatore sono andato via negli anni in cui la Lazio costruiva le vittorie e sono stato fortunato, perché così forse avrei cambiato squadra. Poi ho rivissuto, da giocatore e da tifoso, la Lazio che doveva rinascere e salvarsi da un fallimento calcistico. Questa è una cosa che porterò dentro per sempre".

Hai iniziato e finito la carriera nella Lazio, dove sei una bandiera, forse per i goal nei derby? "I tifosi ti danno dei ruoli e un’immagine. Io non sono una bandiera come calciatore, ma da tifoso posso dire di aver portato sempre con onore la bandiera. Ho sempre seguito la squadra, ho dato tutto perché aver conosciuto la tifoseria da dentro ha fatto sì che io mi sia sempre impegnato al massimo per la gente che mi seguiva, applaudiva o anche fischiava, ma sempre per amore. Penso che nessuno sia una bandiera perché da un certo punto in poi i soldi annacquano quello che è il sentimento, anche il più puro del mondo. Penso che sia anche facile rimanere nelle squadre quando sono forti e guadagni 5-6 milioni di euro a stagione".

Nel goal contro la Roma nel derby e nel festeggiamento sotto la Curva Sud con quel dito, cosa c’era? "C’era solo un tifoso in campo che aspettava di realizzare il suo sogno, quello di esultare ad un goal della Lazio sotto la curva della Roma. Io non l’ho fatto con la sciarpa, ma con la maglia, che poi è il vestito più importante per un tifoso e per un giocatore. E’stata una gioia immensa".

Rifaresti anche quel gesto ai tifosi della Roma? "Certo, tremila volte. Quel giorno c’erano molti striscioni contro di me, ma loro non avevano capito che queste cose mi caricano. Dovevano snobbarmi, invece così mi hanno reso più forte. Loro avrebbero preferito perdere 3-0 piuttosto che pareggiare con un mio gol. Lo so, questo è il derby. Hanno sempre sofferto il mio esser attaccato in questo modo alla squadra, loro un giocatore così non l’hanno mai avuto, adesso forse De Rossi incarna il vero leader della Roma perché caratterialmente è vicino ai ragazzi della curva".

La tua appartenenza alla curva di ha fatto passare quasi per un capopopolo, come se tu nella Lazio sfruttassi la vicinanza con i tifosi per avere un futuro... "Era assolutamente il contrario, anche perché da persona mediamente intelligente sapevo benissimo che per l’opinione pubblica essere vicino a quella Lazio e a quei tifosi etichettati come razzisti poteva solo danneggiarmi, ma io non seguo l’opinione comune, fintamente perbenista. L’ho fatto perché sono un puro e non dimentico le mie origini, perché le radici sono fondamentali anche se poi si matura".

Con un altro carattere avresti ottenuto di più o di meno nella tua carriera?
"Ho avuto problemi per il mio carattere ma ne sono comunque uscito sempre grazie al mio carattere. Fossi stato meno istintivo, rivoluzionario, non so cosa sarebbe successo. Sono felicissimo di quello che ho fatto e di quelli che quando m’incontrano ancora mi ricordano. E poi di aver giocato come se il calcio fosse un “rugby con i piedi“ cercando di abbinare tecnica a grinta, rabbia, intensità".
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