“Ho affrontato tanti problemi nella mia vita, cose che altri avrebbero percepito come tragedie. Non mi sono fatto travolgere e so che qualunque cosa accadrà, io ho già vissuto di peggio”. Jakub Blaszczykowski è certamente una di quelle persone che hanno tanto da raccontare.
Della vita ha scoperto il lato più bello, quello fatto di quegli onori e quella gloria che solo una carriera da sportivo di alto livello può offrire, della gioia che i goal importanti possono regalare, di esperienze in giro per il mondo e della sensazione di sentirsi un idolo per molti. La strada che l’ha portato ad essere uno dei calciatori più rappresentativi in assoluto dell’intera storia del calcio polacco, però, non è stata di quelle in discesa.
Ci sono campioni che arrivano ad ottenere grandi traguardi perché dotati di un talento fuori dal comune, altri che devono fare il doppio della fatica per arrivare in cima, ma c’è anche chi, oltre a dover sopperire alle carenze tecniche e fisiche attraverso la grinta e la voglia, deve, proprio come Blaszczykowski, passare attraverso prove terribili che il destino impone.
Nel 1996 ‘Kuba’, come si fa chiamare da sempre, è un bambino come tutti gli altri che sogna di diventare un calciatore. È nato è cresciuto a Truskolasy, un paesino di poco più di 2000 abitanti nel voivodato della Slesia, e nella vicina Czestochowa muove i primi passi in un mondo, quello del calcio, che anche se non può ancora saperlo, gli regalerà la più straordinaria delle possibilità di riscatto.
Ha 10 anni quando assiste alla scena che cambierebbe la vita di chiunque e che, come è normale che sia, ha cambiato anche la sua. Il padre Zygmunt accoltella la moglie Anna e la ferisce mortalmente, il tutto mentre il piccolo Kuba assiste terrorizzato alla scena. È il momento che modifica il corso delle cose in casa Blaszczykowski. E per un padre omicida arriva poi il momento di fare i conti per la giustizia e la reclusione, per due bambini, Dawid e Kuba appunto, arriva quello di provare a mettersi le spalle il più grande dolore che un figlio possa provare e ripartire.
La vita dei due fratelli Blaszczykowski riparte dalla casa di nonna Felicja, ma pensare al calcio è difficile. Kuba, travolto dal dolore, resta per giorni a letto, si allontana da quello che era il suo gioco preferito e si ritrova faccia a faccia con un’esistenza stravolta.
A spingerlo a tornare a credere in un futuro del calcio non è persona qualunque, ma è suo zio Jerzy Brzeczek, uno che di professione fa il calciatore e che nel corso della sua carriera ha anche indossato la fascia di capitano della Polonia.

Kuba riparte da Czestochowa, fa una breve esperienza al Gornik Zabrze prima di approdare al KS, squadra con la quale nel 2003 debutterà tra i professionisti. Nel 2005 il salto in una delle big del calcio polacco, il Wisla Cracovia, prima della grande svolta che arriverà nel 2007 con il trasferimento in Germania in uno dei club più importanti dell’intero panorama calcistico europeo: il Borussia Dortmund.
Il resto è storia. Blaszczykowski resterà otto anni nel club della Ruhr vincendo due campionati, una Coppa di Germania e due Supercoppe di Germania, consacrandosi come uno degli esterni più duttili e solidi del Vecchio Continente. Sfiora il trionfo in Champions League, supera infortuni importanti, diventa un perno della sua Nazionale e nel 2015, chiuso il suo ciclo con il Borussia, tenta anche l’esperienza italiana vestendo per una stagione la maglia della Fiorentina, prima di tornare in Germania al Wolfsburg e successivamente nella sua Polonia ancora con al Wisla Cracovia, società che riabbraccia per un senso di gratitudine e dalla quale non solo non pretende denaro, ma che aiuta attivamente dal punto di vista economico.
Una carriera esemplare la sua, figlia anche delle atroci sofferenze del passato. Blaszczykowski non ha mai nascosto il fatto che la tragedia alla quale ha assistito l’ha fatto crescere e diventare più forte.
“E’ stato un episodio che non dimentico e che mai dimenticherò, è un qualcosa che fa parte di me. Quel giorno la mia vita è cambiata, è stata stravolta, ma credo di aver acquisito molta forza”.
Da quel settembre del 1996, Kuba festeggia ogni suo goal alzando le mani e lo sguardo al cielo, per condividere la sua gioia con sua madre Anna, mentre all’altra grande donna della sua vita, nonna Felicja, ha attribuito tutti i meriti del suo successo.
Quella di Blaszczykowski non è una storia come tutte le altre e senza dubbio ha contribuito a fare di lui un calciatore diverso da molti altri.
“Non sopporto la parola ‘star’. Sono un ragazzo nomale, con la sola differenza che il mio lavoro è trasmesso in Tv. Un medico, che salva vite ogni giorno, è molto più importante. Sono stato solo fortunato ad aver trasformato la mia passione in carriera”.




