Pubblicità
Pubblicità
Martin BengtssonPrivat

Dalla depressione al film sulla sua autobiografia: la rinascita dell'ex Inter Bengtsson

Pubblicità

Arrivato nella Primavera dell'Inter a soli 17 anni, Martin Bengtsson si ritirò dopo un solo anno a causa della forte depressione che lo colpì a tal punto da spingerlo fino al tentato suicidio. Oggi lo svedese torna a parlare della sua storia dopo la presentazione del film 'Tigers' alla Festa del Cinema di Roma, tratto dalla sua autobiografia 'In the Shadow of the San Siro'.

Nel 2004 arrivò a Milano come migliore promessa del calcio svedese, ma poco dopo fece i conti con un infortunio e soprattutto con i fantasmi della depressione, che lo spinserò al punto di tagliarsi le vene. Poi la fuga dall'Italia e la rinascita coltivando le sue passioni al di fuori del campo. Dal teatro alla musica: l'arte ha trasformato la sua vita, fino a crearne un film.

Intervistato ai microfoni de la 'Repubblica', l'ex centrocampista ha raccontato i suoi primi mesi della vita milanese:

"A Milano tenevo un diario dove registravo risultati e prestazioni. Appuntavo come dormivo, cosa mangiavo, come migliorarmi. Col tempo il diario divenne un libro di poesie, uno spartito di accordi per chitarra, un collage di testi delle canzoni di David Bowie. Acquistai la Fiat Punto da un compagno. Non avevo la patente, ma mi esercitai a guidare, come succede nel film. L'auto divenne il rifugio in cui chiudermi quando stavo male. E non credo di essere l'unico atleta ad averlo fatto. Penso che i vetri oscurati dei suv possano essere per i calciatori una barriera dietro cui piangere in pace".

Bengtsson racconta un mondo oscuro dietro la vita di alcuni giovani calciatori, un mondo fatto di tentazioni:

"Vincere o morire è stato il modo in cui vedevo le cose fin da bambino, ed è probabilmente il sentimento di molti giovani calciatori, anche se col senno di poi dico che un simile approccio può portarti a giocare peggio. Alcol e droghe sono ovunque, in qualche misura intorno ai calciatori, nonostante gli sforzi dei club per proteggerli. Durante la mia permanenza all'Inter due o tre ragazzi vennero sorpresi a fumare sostanze illegali in ritiro. Questo portò a maggiori restrizioni e controlli per tutti, nonostante non c'entrassimo nulla. Fu un periodo molto per la foresteria".

Il film come via d'uscita dal tunnel, un messaggio positivo per i tanti giocatori che soffrono di disturbi simili senza avere il coraggio di confrontarsi:

"Quando ho presentato il mio libro a giovani calciatori, alcuni mi hanno confidato di avere disturbi di cui non volevano parlare. Spero che il film aiuti a portare alla luce l'argomento e spinga i club ad assumersi maggiori responsabilità. Io avevo paura che, ammettendo di sentirmi un fallito, il fallimento sarebbe diventato realtà. Non è facile descrivere la depressione. Ma la vergogna è un aspetto centrale".

Dopo aver toccato il punto più basso con il tentativo di suicidio Bengtsson ha avuto la forza di rialzarsi scegliendo Berlino come città per ricominciare. La sua principale fonte di salvezza è stata l'arte, che oggi coltiva a 360 gradi.

"Mi sono rialzato con anni di terapia. E scegliendo una strada radicalmente diversa. Scrivere delle mie esperienze è stato terapeutico. Ho rielaborato ciò che avevo vissuto attraverso l'arte. Sono tornato in Svezia, poi ho scelto Berlino dove ho incontrato altri che come me scappavano e volevano trasformarsi. Ho vissuto lì per quasi cinque anni, anche con un nome diverso, alla ricerca di chi fosse davvero Martin Bengtsson oltre il calcio".

Tra i compagni nerazzurri ricorda anche Mario Balotelli, ma i contatti con loro sono ormai interrotti da anni. L'ex centrocampista oggi lavora come sceneggiatore in patria, ma qualcosa lo tiene ancora legato all'Italia.

"Vivo a Stoccolma, lavoro come sceneggiatore per teatro e la tv, dopo essermi diplomato in scrittura drammatica all'Accademia di teatro di Malmö. Amo l'architettura brutalista e guardo film di Roberto Benigni, per ricordarmi cos'è la vera arte. In questo senso, non ho mai veramente lasciato l'Italia. Tra i miei ex compagni ricordo Andreolli, Valeri, Eliakwu e il più giovane di noi, Mario Balotelli. Dopo la mia partenza ho interrotto ogni contatto con il mondo del calcio".

Bengtsson è tornato a Milano per girare il film a San Siro con il supporto dell'ex presidente dell'Inter Massimo Moratti, ma il calcio ora non fa più parte della sua vita.

"L'ultima volta che sono tornato a Milano è stato l'autunno scorso per le riprese del film. Moratti mi ha invitato a pranzo. Il suo riconoscimento di ciò che è accaduto e il suo sostegno al film, nonché il suo impegno per superare i problemi di salute mentale nel calcio, sono commoventi. Se sono andato allo stadio per vedere una partita negli ultimi anni? Non a San Siro, un paio di volte in Svezia e Germania".

Pubblicità
0