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TIMOTHY WEAH HDGoal

Da Weah a Weah: Timothy a San Siro vent'anni dopo il padre

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Si papà, questa storia la conosco a memoria. Sarà capitato spesso a Timothy, di sentir raccontare al suo vecchio quella cavalcata contro il Verona. Ripetitiva forse, in famiglia, ma necessaria da portar fuori ogni tanto, per tenere alta la leggenda. George racconta, da uomo di mondo, che dalla vita è riuscito a tirare fuori perle ed obiettivi raggiunti. In attesa che suo figlio possa superarlo, un giorno. Nell'era dei figli d'arte, tra i Thuram e i Chiesa, tra gli Schmeichel e gli Haaland, non poteva mancare gli Weah . Da George a Timothy , un nome a dir poco pesante da portare.

Perchè con buona pace degli altri, qua si fa i conti con un Pallone d'Oro. Il primo non europeo a vincerlo dopo l'apertura del premio, finalmente, al resto del pianeta. Un attaccante da urlo divenuto presidente della Liberia, oltre il ruolo di politico. Se alcuni figli d'arte sono già sulla buona strada per superare il genitore, per Timothy sarà veramente difficile scavalcare il padre. Ma mai dire mai.

PSG fa rima con Weah . Si specchia con il Monaco. Racconta il Milan . E proprio la squadra rossonera, avrà di fronte Timothy in Europa League. Vent'anni dopo papà George a San Siro c'è il giovane Timmy, che non sentirà l'urlo della folla, ma l'eco dei suoi passi. La bolgia del Meazza si è tramutata nel silenzio del coronavirus, in cui il classe 2000 giocherà in maglia Lille, per guadagnare punti utili a qualificarsi alla fase ad eliminazione diretta di Europa League.

Venti anni dopo, vent'anni scritti sulla carta d'identità di Timothy Weah, nato a New York mentre il padre George si trovava a Londra per giocare al Chelsea , poche settimane l'addio a Milano. Un cittadino del mondo, figlio del nuovo millennio, figlio di uno dei giocatori africani più importanti di sempre, forse del numero uno in assoluto. Eto'o, Abedi Pelè, Drogba e soci permettendo, ad ognuno il suo.

Quando si parla di figli d'arte, difficilmente il ruolo è diverso da quello del padre. L'esperienza maturata negli anni, i segreti, i trucchi del mestiere sono stati trasmessi alla prole nella speranza di essere incosciamente superati, o semplicemente di permettere loro un futuro roseo. Ci sono comunque le eccezioni, come Thuram junior, attaccante all'opposto del padre centrale, ma non è il caso di Timothy Weah. Realmente un George in miniautura, rapido, fisico, attaccante di peso.

Stessa altezza del padre, stesso peso del padre , anche se George era più furia umana, di chi aveva dovuto lottare da ragazzino, di chi conosceva la tristezza e le difficoltà, da eliminare a sportellate. Timothy ha avuto la spada di Damocle del pesante cognome sul capo, ma è cresciuto da New York da privilegiato, viaggiando, esplorando, arrivando a Parigi, nella vecchia Paris del padre, nelle giovanili da principio e nella prima squadra del PSG, anche se per poco, in seguito.

Tim Weah Lille Ligue 1 2019AFP/Getty Images

Timothy Weah è un cittadino del mondo, del mondo chic. La Grande Mela, la Tour Eiffel, la guerra santa di Glasgow in maglia Celtic. Ed ora Lille, una realtà opposta rispetto a quelle vissute prima, quella perfetta per maturare. Perchè è ciò che serve al ventenne per brillare, staccarsi dalla sicurezze delle cose ovvie e facili, trovando sè stesso e la propria dimensione.

Del resto Weah junior non è Haaland , non viaggia a 50 goal all'anno e neanche a 10: fin qui ne ha messo a segno 6 in 30 gare, ma gioca poco, pochissimo. E' un predestinato? Forse, lo dirà il tempo. L'essere figlio di un grande non fa di te per forza un grande giocatore, ma la sua carriera è all'inizio e la duttilità in avanti, da punta ad ala su entrambe le fasce non può che aiutarlo in positivo.

In stagione, 2020/2021, stranissima sotto pandemia, 48 minuti tra Ligue 1 ed Europa League, rincalzo che fatica a mettersi in mostra per l'ovvio scarso minutaggio e una sicurezza in sè non ancora venuta fuori completamente. Perchè sa di avere una grossa pressione addosso Weah, nell'era dei confronti a tutto spiano, in ogni piano, su ogni lato e angolazione. E sei figlio di tal padre, devi essere come lui. O meglio. O devi essere come Haaland. Ma Timmy pensa solo a migliorare sotto porta, a farsi trovare pronto, ad essere Timothy e non Weah.

Ok la pressione, ok la consapevolezza di essere osservato per quel cognome, ma a Timothy Weah questo non dispiace:

" Non è un problema per me essere sempre accostato a mio padre. Mi aiuta a fare sempre meglio, e voglio che questo sia sempre un vantaggio in più per me".

Predestinato, forse, si diceva. Già simbolo degli Stati Uniti e con alcune medaglie d'oro al collo tra PSG e Celtic, Timothy Weah cerca però la svolta della sua carriera. Giovane certo, ma con tanti coetanei che hanno già trovato la loro strada, anche oltre l'essere figli di. E se fosse proprio San Siro a farlo crescere, a fargli alzare definitivamente lo sguardo?

Del resto la storia, la cavalcata, il Verona, che è certo, George ha raccontato mille volte in famiglia, magari con gesti e mosse speciali seduti a tavola, si è svolta a San Siro. Cambiato, per forza di cose, diverso. Timothy Weah toccherà l'erbetta in un'atmosfera surreale (aggettivo del 2020), ma l'essere lì, dove papà ha fatto la storia, può far scattare qualcosa in lui, la foga, il desiderio, forse il rifiuto. Di continuare a sentire le gesta del padre, senza riuscire a fare altrimenti.

Se mai Timothy ha approfittato della fama del padre, probabilmente George Weah non l'avrà presa benissimo. Ma nell'era dei social e dell'amore totale dei giovanissimi per i grandi del presente, sull'onda a spazzare quelli del passato, una svolta a San Siro, e oltre Milano, può cambiare la storia. E far sì che sia George in futuro, ad approfittare del nome, e del cognome, del figlio. Del resto, perchè non sognare?

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