"Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce"
Danilo; Matheus Caramelo, Neto, William Thiego, Dener; Josimar; Ananias, Gil, Cleber Santana, Tiaguinho; Kempes. La fenice è morta così, con un aspetto grazioso e un animo vincente. Un anno fa, il 29 novembre 2016 (il 28 con orario colombiano), l'aereo CP2933 della compagnia boliviana LaMia precipitava nei pressi dell'Aeroporto Internacional José María Córdova di Rionegro, poco meno di 50 km dalla capitale Medellín, mentre trasportava la Chapecoense verso una storica finale d'andata di Copa Sudamericana.
71 i morti, tra calciatori della rosa, l'allenatore Caio Júnior, dirigenti, giornalisti al seguito, membri dello staff e dell'equipaggio; 19 i calciatori che non ce l'hanno fatta. Un'intera squadra spazzata via, tra le lacrime del mondo del pallone e non solo, a soli cinque giorni di distanza dalla grande festa per l'approdo alla finale contro l'Atlético Nacional, ottenuto grazie al superamento della semifinale contro il favorito San Lorenzo. Decisiva una miracolosa parata di piede del portiere Danilo su Angeleri, a 20 secondi dalla fine del match di ritorno. In campo, l'undici elencato qualche riga più su. L'ultimo prima della tragedia.
GLI AIUTI DI BARCELLONA E ROMA
Un anno dopo, nel ricordo di chi non c'è più, la fenice è risorta dalle proprie ceneri: ha messo in bacheca il Campionato Catarinense, torneo dello Stato di Santa Catarina che si snoda nei primi cinque mesi dell'anno, e ha ottenuto la salvezza nel Brasileirão (da maggio a dicembre) con tre turni d'anticipo. Senza il paventato aiuto dei top club europei e di personaggi illustri – dal PSG a Ronaldinho –, i primi apparentemente pronti a donazioni milionarie per aiutare la ricostruzione e i secondi a giocare senza ricevere lo stipendio. Tutto fake.
“Gli unici che ci hanno aiutato in maniera concreta sono stati il Barcellona e la Roma”, ha rivelato il presidente Plínio David de Nês Filho, eletto a dicembre al posto di Sandro Pallaoro, deceduto nell'incidente. I catalani hanno versato 250mila euro nelle casse della Chapecoense, invitata inoltre a disputare il Trofeo Gamper ad agosto; i giallorossi hanno organizzato un'amichevole all'Olimpico, vinta per 4-1 il 1° settembre, con incasso destinato interamente al club e alle famiglie delle vittime.
Era assolutamente reale, invece, l'intenzione della CBF (la Confederazione brasiliana) e degli altri club brasiliani di creare una sorta di immunità triennale per la Chapecoense, che fino al 2019 non avrebbe corso il pericolo di una retrocessione. A Chapecó hanno ringraziato, rifiutando però qualsiasi vantaggio. “Non sarebbe corretto – la giustificazione del presidente – perché aprirebbe un precedente. La salvezza vogliamo conquistarcela sul campo”.LA GIOIA DELL'ESTADUAL
È così che la Chapecoense riparte per affrontare il 2017: col peso dei ricordi nel cuore e con la consapevolezza di dover camminare solo e soltanto con le proprie gambe. Certo, il Brasile calcistico non rimane a guardare: la rosa del Verdão viene in gran parte ricostruita grazie a una serie di prestiti gratuiti di calciatori poco utilizzati dai rispettivi club. 25 gli iniziali volti nuovi a disposizione di Vágner Mancini, erede di Caio Júnior, tra i quali due ex 'italiani': Túlio de Melo, a Palermo nell'estate del 2008 prima di essere immediatamente ceduto al Lilla, e il trentaseienne portiere Artur, ex Siena, Cesena e Roma. Due volti più o meno illustri in un'accozzaglia di mestieranti.
ChapecoensePerò l'assemblamento funziona, eccome se funziona. Senza scossoni d'assestamento. La Chape arriva seconda nel primo girone del Campionato Catarinense, dietro all'Avaí: una mezza impresa. E mentre i biancazzurri prenotano già un posto nella finalissima che metterà di fronte le vincenti dei due tornei, a Chapecó non immaginano che il bello deve ancora arrivare: il girone di ritorno è un trionfo, la banda Mancini vince 7 partite su 9 e chiude al primo posto, davanti al Criciúma, raggiungendo così l'Avaí. Dopo le lacrime, la prospettiva del primo sorriso è più concreta che mai.
La doppia finale con il Leão da Ilha è sportivamente drammatica: la Chapecoense si impone di misura all'andata, in trasferta, in una gara tesa e con due espulsioni già nel primo tempo, ma al ritorno in casa perde sempre per 1-0. Il titolo è però suo, grazie al miglior percorso nella stagione regolare rispetto all'Avaí. È il sesto Catarinense nella bacheca della Chape, il primo dopo la tragedia. Il più impensato, il più sentito.
IL SOGNO LIBERTADORES
Il punto più alto del 2017, la Chapecoense lo tocca però giovedì 16 novembre: superando per 2-1 il Vitória all'Arena Condá, sotto una pioggia battente, il Verdão si assicura la permanenza nell'élite del calcio brasiliano anche per il prossimo anno. La salvezza è matematica con tre giornate d'anticipo: l'ennesimo miracolo di una squadra che avrebbe potuto pagare a caro prezzo l'orgogliosa scelta di non godere di alcuna immunità.
Il percorso verso la gloria è in effetti accidentato e pieno di ostacoli. Tanto che a settembre la Chape è ancora immersa fino al collo nel calderone della zona retrocessione: vi esce grazie a un sorprendente 1-0 in casa del Grêmio, contro il quale all'andata aveva perso per 6-3, per non rientrarvi più. L'ultimo tratto del campionato è un successo: nelle ultime 9 giornate i catarinensi non perdono mai, costruendosi un'agevole via verso la salvezza con 5 vittorie e 4 pareggi.
Getty ImagesCommoventi le immagini che giungono dal Brasile al termine del match col Vitória: i giocatori che nello spogliatoio esultano, ballano e cantano, intonando quel “vamos vamos Chape”che un anno fa, dopo aver superato il San Lorenzo, aveva fatto il giro del mondo, divenendo tristemente noto come l'ultimo momento di gioia pura, sincera, del gruppo prima della terribile notte del 29 novembre.
E A COMEMORAÇÃO NÃO PODIA SER DIFERENTE!!
— Chapecoense (@ChapecoenseReal) 17 novembre 2017
Chapecoense garantida no Brasileirão Série A 2018!!
VAAAAAMOS, VAMOS CHAPEEEE!! #VamosChape#Brasileirao2017pic.twitter.com/zVvFUnrThk
Tanti i protagonisti del miracolo: dal portiere Jandrei, uno dei tre scesi in campo in tutti i minuti di tutte le 37 partite fin qui disputate, alla coppia Arthur-Wellington Paulista, migliori marcatori della rosa con otto reti a testa, ai tre allenatori che si sono succeduti in panchina. Ebbene sì: tre. Una consuetudine nello schizofrenico scorrere del calcio brasiliano a cui nemmeno la Chapecoense si è sottratta. Ha chiuso in grande stile Gilson Kleina, arrivato a ottobre, ma prima di lui aveva guidato la squadra Vinícius Eutrópio (arrivato a luglio) e prima ancora il già ricordato Vágner Mancini. Più Emerson Cris, tecnico ad interim.
Quest'ultimo, si racconta, sarebbe stato esonerato non tanto a causa di 5 sconfitte in 7 giornate di campionato quanto a causa di... una donna: innamorato, Mancini avrebbe perso la testa tanto da lasciarsi andare a comportamenti poco professionali, compreso qualche ritardo agli allenamenti. Una versione mai confermata dalla dirigenza della Chapecoense, ma che dona un tocco di colore (rosa, non verde) all'annata.
Lo stesso Mancini, ironia della sorta, il 16 novembre era presente all'Arena Condá in qualità di allenatore del Vitória, che lo ha (ri)chiamato dopo l'esonero dalla Chapecoense. Molto applaudito dal pubblico di casa, che come l'opinione pubblica non ha digerito la decisione della dirigenza di cacciarlo, non ha trattenuto un pizzico d'emozione per l'accoglienza ricevuta: “Non me lo sarei mai aspettato”.
ELIMINATA A TAVOLINO
Dopo il colpaccio di domenica in casa del Bahia, a 90 minuti dalla conclusione del Brasileirão la classifica è un bel vedere: nono posto, in piena zona Copa Sudamericana e con chances più che mai reali di tornare in Libertadores. Dove la Chape ha già giocato quest'anno, facendo la sua bella figura: tre vittorie, un pareggio e due sconfitte nel girone. Sul campo. Perché è solo un episodio esterno a eliminare i brasiliani dalla competizione.
Getty ImagesIl fattaccio avviene il 18 maggio, in casa del Lanús, poi issatosi fino alla finale: il goal decisivo, all'88', è opera del difensore Luiz Otavio, che in realtà non avrebbe nemmeno potuto giocare in quanto squalificato. Gli argentini inoltrano un reclamo alla CONMEBOL, che trasforma il 2-1 a favore del Verdão in uno 0-3 a tavolino. Nessuna pietà. Morale della favola: la Chape arriva terza, un punto sotto gli uruguaiani del Nacional, che approdano agli ottavi al suo posto.
La Recopa Sudamericana disputata in doppia sfida tra aprile e maggio, invece, è un concentrato di emozioni: ancora Atlético Nacional, ancora Medellín. La terra dove gli eroi non hanno mai posato i piedi. Il 2-1 di Chapecó è trasformato in un 1-4 al ritorno e il trofeo va ai colombiani, ma la delusione lascia il posto a un naturale mix di sensazioni e ricordi con protagonisti Neto, Jakson Follmann e Alan Ruschel, i tre sopravvissuti della rosa, omaggiati e applauditi dall'Atanasio Girardot prima della gara.
I SOPRAVVISSUTI
Sono loro il punto di congiunzione tra la vecchia e la nuova Chapecoense. I messi incaricati di trasmettere un'eredità. E se Neto ha già affermato a più riprese di voler tornare a giocare nel 2018, Ruschel il campo lo ha già riassaggiato: prima contro la Roma all'Olimpico, dove ha pure trasformato un calcio di rigore, poi al Camp Nou, infine in un match ufficiale, il 14 settembre contro il Flamengo, andata degli ottavi di Copa Sudamericana. “Un giorno benedetto”, lo ha definito l'esterno su Instagram.
Quanto a Follmann, la cui gamba destra è stata parzialmente amputata e sostituita con una protesi dopo l'incidente, il futuro è tracciato: l'ex portiere, che a gennaio inizierà un corso di gestione sportiva per entrare nei quadri dirigenziali del club, sogna di partecipare alle Paralimpiadi. Intanto, proprio nel giorno in cui la Chape ha conquistato la matematica salvezza, è tornato ad allenarsi con il pallone.
Un lento ritorno alla normalità, per quanto possibile. Per chi ce l'ha fatta, pur serbando ancora negli occhi e nella mente ricordi dolorosi e incancellabili, e per il club. Rinato, a meno di un anno da una tragedia sconvolgente. Senza aiuti e senza favoritismi. E sotto lo sguardo vigile di tutti coloro che non ci sono più, i cui volti saranno presto immortalati in un murale all'esterno dell'Arena Condá. È l'alba dopo la notte. È la fenice che risorge dalle proprie ceneri.


