Da giocatore aveva un fisico asciutto e longilineo, notevole velocità ed è stato un difensore battagliero particolarmente abile in marcatura, raggiungendo la sua affermazione ad alti livelli in Italia, dove ha giocato con le maglie di Pisa , Foggia , Lazio e Milan.
José Antonio Chamot si afferma fra i difensori più affidabili della Serie A, trovando in Zdenek Zeman un suo grande estimatore. Con il tecnico boemo il difensore argentino esplode a Foggia e si consacra alla Lazio, club con cui vince una Coppa Italia. Dopo un'esperienza in Spagna con l' Atletico Madrid, approda in rossonero, vincendo un'altra Coppa Italia e partecipando come riserva alla cavalcata in Champions League del 2002/03.
Con la maglia dell'Albiceleste ha vinto soltanto la medaglia d'argento olimpica ad Atlanta 1996, partecipando per il resto a 3 Mondiali, una Copa America e una Confederations Cup senza riuscire a vincere. Si è ritirato a 37 anni, nel 2006, dopo una conversione religiosa, che lo ha portato a diventare un cristiano evangelico e a far parte degli 'Atleti di Cristo'. Diventato allenatore, nel 2018 ha conseguito il patentino UEFA 'A' a Coverciano, frequentando i corsi con, fra gli altri, Pirlo e Batistuta.
GLI ESORDI IN ARGENTINA E L'APPRODO IN ITALIA
Nato il 17 maggio 1969 a Concepción dell'Uruguay, città che si trova nello Stato di Entre Ríos, sulla riva occidentale del fiume Uruguay, che separa il Paese omonimo (per questo chiamato anche Banda Oriental) dall'Argentina, Chamot si forma calcisticamente nel club locale del Gimnasia y Esgrima de Concepción, approdando al Rosario Central nel 1988 e debuttando con Las Canallas nella stessa stagione.
"Da piccolo andavo sempre nel campetto vicino casa. - racconta a 'Il Posticipo - Ho iniziato a farlo per divertimento, passavo il tempo con gli amici ed ero felice. Ho deciso di voler fare il calciatore dopo il Mondiale dell'86: sono sceso per strada per festeggiare il successo di Diego. Dopo qualche giorno sono andato a fare un provino in una squadra di Rosario: ho giocato per due anni coi ragazzini e per altri due anni con la prima squadra. Nel giro di quattro anni mi sono ritrovato nello spogliatoio i campioni del mondo, poi sono arrivato in Italia".
Con la squadra gialloblù si sta affermando come uno dei difensori più promettenti del calcio argentino, è alto e magro e per questo viene soprannominato 'El Flaco', 'Lo Smilzo'. ha appena iniziato la sua terza stagione, quando, nell'ottobre del 1990, su intuizione del presidentissimo Romeo Anconetani, è acquistato dal Pisa per giocare in Serie A, all'epoca il campionato più bello e più difficile al Mondo, accanto a un giovane connazionale, il centrocampista Diego Pablo Simeone. Debutta l'11 novembre 1990 al Ferraris, subentrando a Davide Lucatelli nei minuti finali della sfida con la Sampdoria, persa 4-2.
Per i nerazzurri toscani, guidati dal Direttore tecnico Mircea Lucescu e dall' allenatore Luca Giannini, che da marzo assume la guida tecnica della squadra, è una stagione complicata che culmina con la retrocessione in Serie B. Chamot colleziona comunque 22 presenze (di cui 2 in Coppa Italia) e resta anche nel torneo cadetto per ulteriori due stagioni. Gioca da terzino sinistro con compiti difensivi e l'esperienza gli è utile per conoscere il calcio italiano. Il 6 ottobre ’91 segna al 90', nel 2-0 interno sul Pescara, la sua prima rete 'italiana' e l'unica dell'esperienza pisana.

PUPILLO DI ZEMAN CON FOGGIA E LAZIO
Nell'estate del 1993 si trasferisce al Foggia di Zdenek Zeman, pronto a scommettere su di lui. Con i Diavoletti Chamot inizia a rafforzarsi sul piano fisico, e progressivamente si trasforma in un difensore centrale mancino di grande efficacia. In Puglia resta una sola stagione, anche perché, l'anno seguente, con il passaggio del tecnico boemo alla Lazio, proprio quest'ultimo chiede l'acquisto dell'argentino al presidente Sergio Cragnotti.
L'Aquila versa 5 miliardi di Lire al Foggia per il cartellino dell'argentino, che con i compagni di reparto Negro, Bergodi, Cravero e Favalli si rivelerà determinante per l'ascesa dei biancocelesti ai vertici del calcio italiano fino al 1998. Un metro e 85 centimetri per un peso che raggiunge 78 chili, 'Lo Smilzo' è un cliente scomodo per qualasiasi attaccante, visto che si esalta nella marcatura e spesso esce vincitore dai contrasti.
Nella stagione 1994/95 gioca ad alti livelli, contribuendo al 2° posto in campionato e al raggiungimento dei quarti di finale di Coppa UEFA e delle semifinali di Coppa Italia. Conferma comunque una certa propensione al cartellino rosso, rimediando 4 espulsioni: 3 in campionato contro Fiorentina, Cagliari e Torino, una nel ritorno della sfida europea con il Borussia Dortmund. Del resto nel gioco iper-offensivo di Zeman è lui l'ultimo baluardo e talvolta è costretto a commettere falli da ultimo uomo.
La prima al Franchi, il 2 ottobre 1994, è esagerata, perché le immagini televisive dimostrano che l'entrata del difensore è sul pallone. Quando Chamot si accinge a lasciare il terreno di gioco, poi, è colpito da una monetina da 500 Lire lanciata dagli spalti, che gli procura una ferita e lo fa sanguinare.
Per sfruttarne i grandi mezzi atletici, talvolta Zeman lo schiera anche nel ruolo originario di terzino sinistro. Nel giudicarlo come esterno, tuttavia, non può fare a meno che evidenziarne i limiti tecnici:
"Sa fare tutto ma non indovina un cross che sia uno".
Per spirito battagliero e garra, però, Chamot non è secondo nessuno e il giovane Alessandro Nesta lo prende come modello di riferimento.
"Chamot alla Lazio per me era il migliore, - dichiarerà a 'Yahoo Sport' il futuro azzurro - mi aiutò quando iniziai a giocare con i grandi e mi ha insegnato molto".
WikipediaNelle successive tre stagioni trascorse a Roma per il difensore arrivano un 3°, un 4° e un 7° posto in campionato. Le espulsioni si riducono, visto che ne aggiunge 'soltanto' altre tre. La più curiosa è quella che prende in Juventus-Lazio 2-1 del 6 dicembre 1997 perché, si leggerà nel referto, dopo il fischio finale di Collina "il giocatore si è avvicinato all'arbitro, gli ha teso la mano come per compiere l'usuale cortese gesto di saluto, invece con atto irriguardoso e in segno di dissenso rispetto alla direzione di gara, gli ha stretto la mano con forza spropositata, tale da costringerlo a ruotare con il busto all'indietro".
"Ho conosciuto Zeman ai tempi del Foggia. - racconterà Chamot a 'Il Posticipo' - Mi è piaciuto il suo modo di lavorare, la sua personalità, come comunicava ciò che voleva ai suoi giocatori. Ho dato tutto per Zeman. Alla Lazio ci è mancato qualcosa, siamo arrivati vicini all'obiettivo, ma non abbiamo vinto. Il mister ci faceva sudare in allenamento, ma in partita ci divertivamo. Quando si è ben allenati, giocare è un piacere. Mi è sempre piaciuto essere ben allenato: per questo motivo mi trovavo bene con Zeman. Oggi io e il mister siamo ancora grandi amici".
Nel 1997/98, con l'arrivo in panchina di Sven Goran Eriksson, il suo ciclo in biancoceleste si chiude con il primo titolo della sua carriera, ovvero la Coppa Italia contro il Milan. Chamot disputa la gara di andata a San Siro, persa di misura per 1-0, ma è assente per infortunio al ritorno, quando con il 3-1 dell'Olimpico i biancocelesti si prendono il trofeo. La squadra biancoceleste raggiunge anche la finale di Coppa UEFA, ma perde il 'derby' italiano con l'Inter.
“Io non avevo potuto giocare la finale perché mi ero stirato, - ricorderà il difensore a 'Lalaziosiamonoi.it' - non fui in campo nemmeno in quella di Coppa UEFA contro l’Inter. Sono scesi in campo i miei compagni ed è stata una festa speciale vincere contro il Milan in Coppa Italia. È una soddisfazione anche per i tifosi, per noi calciatori che soffriamo giorno dopo giorno e questo è rimasto nella storia”.
Poi saluta, dopo 391 presenze e 4 goal totali, di cui uno soltanto in campionato (in Lazio-Genoa 4-0 del 19 marzo 1995), per cercare fortuna in Spagna.
IL BIENNIO ALL'ATLETICO MADRID
La Lazio vende Chamot all'Atletico Madrid, allenato da Arrigo Sacchi, per 6 milioni di euro attuali e 'Lo Smilzo' resta in Spagna una stagione e mezzo con i Colchoneros. Dopo l'esonero del Profeta di Fusignano a metà febbraio del 1999 le cose non si mettono bene per la squadra.
In quella stagione è eliminata in semifinale di Coppa UEFA dalla Lazio e perde la finale di Copa del Rey contro il Valencia, nella successiva si ritrova nei bassifondi della classifica. A gennaio, dopo 55 presenze e un goal, il difensore argentino saluta: per lui si aprono infatti le porte del Milan, un club per il quale ha sempre sognato di giocare.
Getty ImagesGLI ANNI AL MILAN
"Già prima che andassi in Spagna il Milan si era interessato a me. - dirà Chamot in un'intervista a 'Calciomercato.com' - Poi la cosa si fece. Purtroppo non nel mio miglior momento, perché non ero nelle migliori condizioni fisiche. Avevo alcuni problemi cronici che non mi facevano rendere al massimo".
Le condizioni fisiche non ottimali gli impediscono di giocare con continuità, ma Chamot riesce comunque a d are il suo apporto alla causa, prima con Cesare Maldini e Mauro Tassotti, poi con la parentesi di Fatih Terim e infine con Carlo Ancelotti, i tecnici che si susseguono alla guida dei rossoneri.
Nel 2002/03, proprio con il tecnico di Reggiolo, Chamot aggiunge alla sua bacheca personale la 2ª Coppa Italia, con vittoria nella doppia finale sulla Roma, e, soprattutto la Champions League vinta contro la Juventus all'Old Trafford di Manchester.
"Entrambi i titoli sono indimenticabili per me. - ammetterà - Nella Champions giocammo partite molto difficili, sono tutte finali".
L'argentino è una riserva e in quella stagione metterà insieme 4 presenze totali in tutte le competizioni, ma l'ingresso in campo nell'89' della sfida del Secondo turno contro il Real Madrid gli consente di laurearsi campione d'Europa con i compagni. In tre stagioni e mezza col Milan colleziona 75 presenze.
"Di Ancelotti mi piacevano la sua sincerità e la sua mentalità, - affermerà a 'Il Posticipo' - poi come studiava i calciatori. Carlo conosceva le qualità di ognuno di loro e sapeva metterle insieme. Purtroppo ha dovuto prendere alcune decisioni contro di me: negli ultimi tempi al Milan avevo problemi ai tendini e ho giocato poco, ma ho accettato le scelte del mister. È stato sincero con me. I calciatori sono tanti, non si possono dire bugie: un allenatore deve essere sincero e realista sempre".
POCHE GIOIE IN NAZIONALE
Le prime convocazioni in Nazionale per Chamot arrivano già quando gioca nel Pisa, tanto che in più di un'occasione dirà:
"Grazie al Pisa ho conquistato la Nazionale".
Per l'esordio con l'Argentina bisogna però attendere il 31 ottobre 1993, quando 'El Coco' Basile lo fa debuttare nello spareggio intercontinentale contro l'Australia. Il difensore indossa la divisa dell'Albiceleste per 9 anni, con 42 presenze totali e 2 reti. Nonostante partecipi a tre Mondiali (USA '94, Francia '98 e Corea e Giappone '02) ad una Copa America e una Confederations Cup nel 1995. Ottiene soltanto un piazzamento di prestigio, con la medaglia d'argento, alle Olimpiadi di Atlanta 1996, cui partecipa come fuoriquota.
Per il resto gioca accanto a grandi campioni, su tutti Diego Armando Maradona, la cui positività all'antidoping, nei Mondiali del 1994, è la base per l'estromissione dell'Argentina dal torneo.
Lucas UebelGLI ULTIMI ANNI, IL RITIRO, L'ESPERIENZA DA ALLENATORE
Lasciato il Milan, Chamot gioca un'ultima stagione in Europa con il Leganés. I problemi fisici sono sempre più pesanti, e il difensore argentino chiude l'annata con una sola presenza, decidendo così di far ritorno a casa, per giocare con la squadra dove il suo sogno era cominciato: il Rosario Central.
Indossa la maglia gialloblù per due stagioni, vedendo il campo in una manciata di partite. Nel 2006, appena compiuti 37 anni, decide di appendere gli scarpini al chiodo, visto che gli infortuni non gli consentono di rendere come lui vorrebbe. Intraprende quindi la carriera da allenatore e fa esperienze come vice al Rosario Central prima e al River Plate poi, dove è la spalla di Matias Almeyda.
Nel 2015 Las Canallas lo nominano Responsabile del Settore Giovanile. Ma passano due anni e nel 2017 Chamot prima fa di nuovo il vice, quindi subentra come tecnico ad interim. L'anno seguente decide di tornare in Italia per studiare a Coverciano e ottenere il patentino UEFA 'A', che gli permette di allenare le Giovanili e le Prime squadre fino alla Serie C, e di fare l'allenatore in seconda in Serie A e in Serie B.
"È stato un corso molto interessante. - ha rivelato a 'Il Posticipo' - Ho avuto ottimi compagni di banco, gente come Batistuta. C'era anche Andrea Pirlo. Credo che ognuno debba restare se stesso: a me non piace somigliare a qualcuno. Io voglio essere José Chamot. È importante avere la propria identità. La strada è lunga e bisogna imparare tanto".
L'ultima esperienza in panchina lo ha visto nel 2019 alla guida del Libertad in Paraguay.
LA CONVERSIONE RELIGIOSA E L'AMORE PER L'ITALIA
Nella vita privata di Chamot, è stata molto importante la fede. La conversione, come lui stesso racconta, è arrivata a metà anni Novanta, quando giocava con la Lazio, e che lo ha portato a diventare un atleta di Cristo.
"La fede mi ha cambiato la vita, - assicura - credo nella parola di Dio: l'ho cercato ovunque. Quando passavo davanti a una chiesa sentivo sempre il bisogno di entrare, parlavo con Dio fin da piccolo. Quando sono arrivato in Italia ho passato momenti stressanti, soprattutto quando ero alla Lazio e giocavo anche in Nazionale. Un giorno ho seguito in televisione un canale dove si parlava di Gesù: in quel momento è cambiata la mia vita e ho iniziato a camminare con lui al mio fianco. Dio è vita, senza Dio è impossibile respirare. Per me prima di tutto viene Dio, dopo la famiglia e il lavoro".
Oggi ha mantenuto bei rapporti con diversi compagni dell'epoca.
"Vicino a me vive Batistuta: siamo molto amici. Poi Sensini e Almeyda, il portiere Carlos Roa. Ho tanti amici anche in Italia: Maldini, Gattuso, Pirlo, alla Lazio ricordo Favalli e Negro. Avevo tanti amici anche a Pisa: ci siamo persi per la distanza, ma quando ritorno lì cerco sempre di vederli. Ricordo le famiglie, conosciute portando i nostri figli a scuola: io e mia moglie eravamo giovani, avevamo 21 e 18 anni".
Il calcio resta la sua grande passione e il suo mondo. Con una particolare predilezione per la penisola.
"Mia moglie e i miei figli tornano sempre volentieri in Italia. - rivela - Lì ho vissuto un'esperienza bellissima, è stata la cosa più bella che mi ha regalato Dio: giocare in Serie A è stato fantastico. Tante volte mi chiedono dove sono stato meglio: al Pisa o al Foggia, alla Lazio o al Milan. Ho trovato ovunque persone bellissime. Mi piace il calcio italiano: lo stile di gioco, la mentalità, come ci si allena in Serie A. E m i piacerebbe allenare in Italia, ma bisogna lavorare per arrivare a certi livelli".
