La storia di André Gumprecht oscilla continuamente. Tra l'uomo furbo/fortunato al momento giusto e tra l'uomo ingenuo al momento (sempre) sbagliato. Mai una via di mezzo per il tedesco durante la sua strana carriera tra Europa e Oceania, trascinato dal vento del destino più che dalle sue reali capacità. E' riuscito a farsi trovare pronto, in positivo e in negativo, per far parlare di sè.
E' il 1993 e Gumprecht vola in Italia per partecipare al Viareggio con la maglia del Bayer Leverkusen, squadra con cui sta provando ad emergere. Ha 19 anni e affermare che abbia partecipato a quel torneo giovanile è leggermente un azzardo. Sì, arriva nel Belpaese, ma non scende mai in campo. Eppure il Lecce decide di puntare su di lui per un motivo chiaro e semplice: costa poco, praticamente niente. Risorse quasi nulle, molti dubbi, tanto affidamento sul caso: i pugliesi ci puntano, essendo tedesco, essendo un tedesco gratis, o quasi. Impossibile lasciarselo scappare. Forse avrebbero dovuto.
Perchè Gumprecht non è nè carne nè pesce, è un interno di centrocampo che al Lecce gioca poco senza mai brillare, buon fisico, buona corsa, ma di quel buono che nel calcio professionistico è al minimo per essere calciatore. E infatti in giallorosso gioca sette gare, retrocede in Serie B, gioca in cadetteria appena due partite per lasciare la Serie A senza impronte e storie curiose da raccontare ai suoi familiari. Ma quelle arriveranno più avanti.
Ha due retrocessioni alle spalle mister Gumprecht, perchè sì, quel Lecce pieno di esperimenti e zero positività derivanti da essi, lascia anche la Serie B per cadere in C, qualche mese dopo dell'addio del nostro, ceduto in inverno per far ritorno in Germania. Nella madre patria rimarrà fino al 2002, lottando senza troppa convinzione in ogni serie, sballottato senza troppo interesse, in attesa di qualcosa per cui possa essere ricordato oltre alla doppia discesa in Italia, allora un campionato anni luce avanti rispetto a quello tedesco.
Nel 2002, decide che l'anonimato non fa per lui e si trasferisce in Australia. Un campionato veramente ai limiti, per nulla in ascesa: semplicemente un torneo dove si gioca a calcio. Ma è un tedesco e nelle nazioni meno sviluppate in termini pallonari l'essere nato in Germania è una gran cosa. Ha il biglietto d'oro vincente, può rifarsi una vita e regnare invece che servire nel paradiso del pallone europeo.
Al Glory, in quel di Perth, non solo gioca titolare, ma segna come non aveva mai fatto prima (quattro goal, abbastanza per una mezz'ala del suo basso calibro). In più vince il campionato e viene eletto miglior giocatore del torneo, da giornalisti estasisti dalla sua foga tedesca. Vederlo lì, in Oceania, porterebbe a pensare a Gumprecht come un grande campione. Qualcuno che aspettava solo quel posto giusto al momento giusto per brillare. Peccato però che come detto, anche la parte negativa dell'essere lì e lì, non l'abbia mai abbandonato.
Prima di essere ricordato a vita per qualcosa di assurdo, Gumprecht decide di provare una breve esperienza a Singapore, sicuro che anche lì potrà essere l'uomo tedesco del popolo, vittorioso e glorioso. Invece no, in maglia Armed Forces non brillerà mai, decidendo di tornare in Australia per la sua terza esperienza nel paese dopo quella al Perth Glory e ai Parramatta Power. Sceglie i C.C. Mariners, dove militerà tra il 2005 e il 2009. Un anno prima dell'addio, il fatto.
E' l'inverno del 2008, il Mad Monday. Qualcosa di tipicamente australiano, in cui si festeggia la fine del campionato, in maschera. C'è chi si veste da vampiro per salutare l'annata in cui è stato versato in campo sangue e sudore. Chi da attore tutto muscoli che ha reso grande l'Australia nel mondo. E poi c'è Gumprecht, che sbaglia da ogni punto di vista. Lui, tedesco, decide di travestirsi daAdolf Hitler, baffi e tenuta militare. Apriti cielo.
Gumprecht viene messo sotto inchiesta, attaccato dal capo della federcalcio australiana Ben Buckley e sopratutto rivoltato dalle associazioni ebraiche del paese:
"Hitler era un mostro, ma Gumprecht lo sa?".
Lo sa, essendo tedesco. Decenni di storia nelle scuole e di informazione continua da parte del governo hanno portato i giovani a cercare di evitare ogni richiamo goliardico alla storia nazista. Gumprecht è dubbioso se vestirsi o meno da Hitler, ma alla fine crede possa essere la decisione giusta. Nessuno la penserà così:
"È stato un grosso errore e uno stupido errore, sono devastato. È davvero triste aver offeso la comunità ebraica, sono deluso da me stesso. Vorrei scusarmi con tutti quelli là fuori che sono stati offesi dalle mie azioni e farò tutto il necessario per rimediare. Se vogliono che vada a casa di ognuno di loro per chiedere scusa lo farò"
Stava per scegliere un altro costume, ma ha deciso di essere per un paio di ore ciò che i colleghi e i conoscenti australiani pensano di lui:
"Essere tedesco è molto triste, quando parli di tedeschi in Australia o in qualsiasi altro posto la gente ti chiama subito nazista o Hitler, perché è l'unica cosa che sanno della Germania. Ho pensato, posso indossare questo costume? Ho avuto sentimenti contrastanti a dire il vero, perché in Germania potresti andare in prigione".
Dovrà cospargersi il capo di cenere, senza finire in prigione, ma rimanendo per sempre accostato a quell'episodio. Da uomo furbescamente al momento giusto, a simbolo dello sbaglio madornale in ogni contesto dopo gli anni '50. Un travestimento per spazzare via la sua onesta carriera australiana, che sembrava poter far dimenticare un'eterna delusione tra Italia e Germania.
Chiusa la carriera da calciatore, andata oltre 'i panni di Hitler', ha continuato a giocare in Australia, divenendo anche allenatore nello stesso paese oceanico, senza fortuna. E' tornato nell'anonimato, ma in quel contesto che non gli ha recato più attacchi per errori disastrosi. Dal vangelo secondo Gumprecht: non sempre far parlare di sè è la miglior soluzione.


