Non c'è una risposta alla grande domanda. Non la domanda delle domande, più che altro quesito attuo a spaccare in due. Da una parte e dall'altra, ali piuttosto fornite. Meglio un unico grande successo, una singola enorme gioia o no? Meglio una costante escalation di vittorie, minori, personali, spalmate nel corso della vita che scorre o no? Meglio vedere cento nazioni, con tempo limitato in ognuna di essa, oppure dieci con mesi davanti? Come si fa a dirlo? Come si fa a dire se Jerzy Dudek avrebbe fatto meglio a continuare nel ballo invece che danzare solo in quella notte turca?
Forse si è troppo giovani, ma non può essere sempre una scusa. Forse non si è tifosi di calcio, e allora è una scelta. Forse qualcuno ha dimenticato Jerzy che va a sinistra e destra con il bacino, con i piedi e le spalle. Gli occhi rimangono fissi su Shevchenko sotterrando sogno di Istanbul e portando alla luce l'incubo del Milan. No, impossibile dimenticarlo per i fans del Liverpool, del Diavolo, dell'Inter. Per Panie (signore) Dudek. Da lì, fermo.
Aveva raccolto tanti frutti per l'inverno, tutti gustosi e succosi. Dal fiume delle lacrime rossonere aveva pescato, ed era stata pesca grossa, quella. Talmente grossa che da allora non ebbe più il bisogno di immergersi per rifornirsi. Aveva già dato, aveva già incassato. Era il 2005, passata la mezzanotte nuovo giorno, 26 maggio. Pochi minuti prima però era ancora il 25 (ma guarda un po' che strano) e Dudek festeggiava come non mai, con il titolo di migliore in campo, di salvatore della patria, di ballerino eroe. Non di clown danzante. Almeno per chiunque non tifasse Milan.
Dudek può camminare a testa alta ed entrare nella leggenda, dove ancora è un baubau mostruoso per i giovani tifosi rossoneri. Per i fans di vecchia data che ancora, ogni tanto o forse sempre, guardano sotto il letto e dentro l'armadio. Rimane a Liverpool, ma perde il posto dopo quel match. Ok la Champions, ok le parate, ok il soave movimento sulla linea di porta, ma Jerzy caro mio hai 32 anni. E Reina scalpita.
GettyDiventa secondo, Dudek, e dopo un po' di rumore, sembra andargli giù. Forse non ha mai creduto di essere veramente riuscito a soverchiare ogni pronostico dopo il 3-0 del Milan, lui insieme a Gerrard, Smicer, Xabi Alonso e dai non giriamoci attorno, anche agli ipnotizzati Serginho, Pirlo. Shevchenko. Quello che ha avuto è troppo, il destino non va sfidato. Accetta di rimanere a lottare con Reina per il posto da titolare nonostante lo sappia. Ha il posto assicurato:
"Ovviamente, non ero felice della situazione, perché mi sembrava di essere un pompiere che aspetta di essere chiamato quando c'è da spegnere un incendio, mi sentivo trattato ingiustamente, ma con Benitez è così che funziona. Lui è freddo, quasi disumano e guarda solo ai suoi interessi, ma questo non gli ha impedito di essere un allenatore geniale, perché ha una grande conoscenza calcistica.
Quando gli andai a parlare, cercò di calmarmi dicendomi che l'arrivo di Reina non significava che mi avrebbe lasciato andare via. Ma se compri un giocatore per così tanti soldi, non puoi lasciarlo in panchina, così trovammo un accordo: fossero arrivate delle offerte serie, il club le avrebbe valutate e l'allenatore mi assicurò che 'avremmo trovato una buona soluzione per tutti'".
In realtà può andare via, può decidere di premere sull'acceleratore per chiedere una cessione, affrontandola a viso aperto. Chi non vorrebbe il portiere di Istanbul? Siamo seri. Dudek rispetta Benitez. Dudek odia Benitez. Grande uomo di calcio. Grande uomo a livello generale? Non per il polacco, che si adagia in attesa di un compratore, abituandosi al ruolo di secondo da cui non uscirà più fino alla fine della sua carriera. La promessa 'buona soluzione' non giunge. Nessuna buona novella. Aspetta senza troppo impegno, senza troppe pressioni. Un po' di rabbia, rovesciata dalla noia.
Due annate, otto presenze e persino la testa bassa davanti al Milan. La situazione si ribalta, Atene incorona il Diavolo e scolorisce gli altri rossi colori provenienti dal Liverpool. Dudek non ne può più, di Benitez (tanto che penserà seriamente di concludere la questione colpendo con un pugno il tecnico), del ruolo di secondo.
John Milton (lui a Londra, non a Liverpool) è stato tradotto anche in polacco, ma in Italiano la sua frase letteraria più famosa suona così: "Meglio regnare all'Inferno, che servire in Paradiso". Sta a voi dire quale dei due sia il Real Madrid a livello generale e profondo. Sicuramente, e qua nada mas, Dudek non regna.
Social MediaDudek viene acquistato dai Blancos nel 2007, a 34 anni. Età che per un portiere non significa molto, se non ti chiami Casillas, Buffon o Cech, non puoi essere titolare al Real Madrid, in un top - al quadrato - club. Il tempo, un bienno prima, in cui avrebbe potuto avere tutto è ormai passato. Il ruolo di secondo è stampato sulla sua maglia, intriso nell'aura che lo avvolge come l'etichetta di uomo Sapiens Istanbul, di danzatore del ventre, di sogni spezzati e di incubi creati. Cambiando anche gli addendi e il punto di vista.
E' il Real di Schuster e davanti c'è Casillas. E' superfluo dire chi giochi, chi abbia il favore del tecnico, la gratitudine dei tifosi, i microfoni dei media addosso. Per tutti loro Dudek è solo quel tizio che ha cambiato la storia del Milan e rivoltato quella del Liverpool. Chi guarda altrove? Non il Madrid.
Non Schuster, nè tanto meno prossimamente sui vostri schermi Juande Ramos, Schuster, Pellegrini e Josè Mourinho. Tanto elogiato da Dudek, il Vate, quanto restio ad affidargli la porta. I pali son sempre gli stessi, certo in un'altra città e in un momento del tempo diverso, ma sono suoi qualche volta, assonnata, in Coppa del Re. La Liga fa rima con due presenze. In 4 stagioni.
21 maggio 2011, l'ultima di Dudek trascinatosi pigramente fino all'8-1 contro l'Almeria. Sei anni dopo non balla per intrattenere gli astanti, saluta il Bernabeu. Guardando in alto e non in basso, perchè così ha scelto, più che essere stato spinto. Ha afferrato il sole nella notte di Istanbul e non è precipitato. Si è adagiato dolcemente sulla spiaggia attendendo il suo momento con una Champions in mano e poche presenze nell'altra.
