Non tutti possono raccontare di aver segnato una doppietta sul campo di Highbury, sotto gli occhi di Thierry Henry. Affiancando Robin van Persie. Schierati in campo da Arsène Wenger. Arturo Lupoli, invece, può. Perché lo ha fatto. Ad appena 17 anni, quando era una giovane promessa dell’Arsenal. Un Golden boy che il 4 novembre 2004, in Coppa di Lega, ha giocato contro l’Everton segnando due goal.
Sembrava l’inizio di una carriera scintillante. Alla fine non è andata così. Tanto che a ottobre 2020 è arrivata la firma con il Montegiorgio, club che gioca in Serie D. Fuori dai professionisti, dopo aver cambiato quasi venti squadre, sei categorie diverse tra Italia, Inghilterra e Ungheria. Alla ricerca della sua isola felice.
Poteva essere l’Arsenal. Impossibile non credere nelle doti di Arturo Lupoli, a 17 anni. Wenger lo aveva pescato nel Parma, dopo il fallimento della società dovuto al crack Parmalat. Era il 2004, 16 anni fa. Il ragazzo aveva trascinato gli Allievi al titolo nazionale a suon di goal. Sembra passata un’eternità. A Londra illuminò. Avrebbe esordito in tutte le competizioni inglesi. Anche una panchina in una semifinale di Champions nel 2006.
"All’inizio il mio livello di inglese era scolastico. Ci avevano messo a disposizione un insegnante, ero compagno di Fabregas e Bendtner. Prima Nicklas sapeva parlarlo più di me, poi alla fine l’ho imparato meglio io. Lui era tra i più matti, a 17 anni era convinto di essere più forte di Henry e che doveva giocare al posto suo".
Ai Gunners però l’idillio durò poco - nonostante il feeling ci fosse. Anche con Henry, per lui un esempio. Uno che disse di lui: "Mi ricorda Paolo Rossi". Uno con cui scherzare, anche dopo la finale del Mondiale 2006.
“Henry mi vide nel parcheggio e in modo scherzoso si avvicinò a me dicendo che non avrebbe più parlato con gli italiani”.
Il tempo di un prestito al Derby County in Championship e un contratto a scadenza mai rinnovato. Con la Fiorentina dietro le quinte, con un precontratto firmato già a febbraio 2007. Prima di andarci in estate. Perché voleva tornare in Italia, per giocare in Serie A e coronare un sogno. Non ci sarebbe mai arrivato, in Serie A. L'avrebbe solo sfiorata. Quella decisione, lasciando il Derby per l’Italia, è il rimpianto più grande della sua carriera.
-Dopo qualche comparsa con la primavera Viola, iniziarono i viaggi in giro per l’Europa. Treviso, Norwich, Sheffield United. Poco più che manciate di minuti. Ci provò all’Ascoli in Serie B, riuscendoci: un anno da comprimario, uno da protagonista. Scollinando oltre la doppia cifra dii reti. Costruendosi un nome nella categoria cadetta. A Perugia altri due anni, stesso copione. Passando anche da Varese, senza grandi ricordi. Per sei mesi trasferta in Ungheria, all’Honvéd, con Marco Rossi ed Emiliano Bonazzoli, giocando quattro partite per poi scomparire.
Nel febbraio 2015, chiamata del Frosinone. Abbastanza casualmente: a Varese c'erano problemi societari. Lui doveva andarsene. Lupoli realizza un sogno: a fine stagione viene promosso in Serie A. E diventa anche cittadino onorario, come tutti i compagni. L’aspirazione dell’esordio tra i grandi dura una panchina al Matusa nella sfida contro il Torino. Rimarrà l’unica convocazione della sua carriera in A.
Lo attende il Pisa, dove finisce anche a giocare con la Primavera. E poi la Serie C. E poi il Catania. E poi il Südtirol. Le ultime due tappe sono la Fermana, dove torna protagonista segnando goal a grappoli in terza divisione, e la Virtus Verona. Dove il campo lo vede raramente. E così, la decisione di scendere ancora di una categoria.
Oggi, di quel talento luminoso resta poco. A 33 anni, il ragazzo che aveva fatto brillare gli occhi di Arsène Wenger gioca in Serie D. Al tramonto di una carriera che, forse, con un pizzico di fortuna in più, poteva andare diversamente.
