"Per favore, Diego, lassù hai già due centrali, non chiamarmi...".
Il ricordo col sorriso commosso di Oscar Ruggeri sintetizza in poche parole la storia di una squadra tragicamente segnata dal destino. Il destino di vincere una Coppa del Mondo irripetibile per contesto storico - l'Argentina era reduce dalla sconfitta nella Guerra delle Falkland proprio contro gli odiati inglesi battuti nei quarti di finale in Messico - e per l'epopea calcistica del miglior giocatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, manifestatosi in quel 1986 nella sua massima espressione terrena. Ma anche il destino della fine drammatica di alcuni suoi protagonisti.
La scomparsa, il 25 novembre di un anno fa, del Pibe de Oro - resa ancora più dolorosa dalla solitudine umana in cui è avvenuta, con annessi rimpianti su quello che molti, troppi, avrebbero potuto fare per evitarla - aggiunge un capitolo alla 'maledizione' di quell'Argentina '86, portando a tre il numero dei giocatori morti prematuramente e in circostanze tragiche, per non dire assurde. Di più, restringendo ulteriormente l'obiettivo alla foto della formazione finalista contro la Germania Ovest a Città del Messico, non soltanto sono venuti a mancare tre membri della rosa dei 22, ma tre titolari dell'intero Mondiale: prima di Maradona, era toccato nel 2004 a Cuciuffo, poi nel 2019 a Brown.
Di quella squadra Maradona era capitano, simbolo e naturalmente stella assoluta sul piano puramente calcistico, tanto più luminosa quanto nell'ombra erano tutti gli altri, un roccioso manipolo di onesti pedatori, in cui si elevavano un altro paio di elementi dotati di personalità e talento, Jorge Burruchaga e Jorge Valdano. Il resto era gente che sapeva perfettamente qual era il suo compito in quella spedizione, istruiti in tal senso dal Ct Carlos Bilardo: mettere Diego nella miglior condizione possibile per fare la differenza e poi difenderla con unghie, denti e quant'altro servisse alla causa.
YoutubeIl modulo 3-5-1-1 adottato dalla Selección - solido a dire poco - era il manifesto programmatico del senso pratico di Bilardo: difesa con due marcatori e un libero bloccato alle loro spalle, centrocampo foltissimo e robusto, Maradona a tutto campo dietro il centravanti Valdano. Il piano del Ct - che poi avrebbe portato l'Argentina anche alla finale di Italia '90, sempre contro la Germania, stavolta perdendola - subì tuttavia un paio di colpi inattesi, quando prima perse l'altro elemento carismatico della squadra oltre a Diego, il leader della difesa Daniel Passarella (che neanche cominciò il torneo), poi dopo il primo match contro la Corea del Sud il difensore Nestor Clausen.
I due componevano con Ruggeri il pacchetto arretrato davanti al portiere Nery Pumpido, dunque Bilardo fu costretto a cambiare mezza difesa: dentro subito Brown come libero, poi Cuciuffo dalla seconda partita contro l'Italia. Entrambi non usciranno più dall'undici titolare, fino al giro di campo trionfale nello stadio Azteca il 29 giugno 1986. Eroi per caso, al posto giusto nel momento giusto, risposero presente con prestazioni di grande sostanza, cui Brown aggiunse anche la prima rete del vantaggio argentino in finale, sua unica con la maglia dell'Argentina.
InternetUna chiamata del destino per certi versi quasi inattesa per entrambi, accomunati dall'esperienza pressoché inesistente con la maglia dell'Albiceleste: Cuciuffo aveva esordito in Nazionale l'anno prima e quella era rimasta l'unica sua presenza prima della convocazione per il Mondiale. Appena meglio il curriculum di Brown, con tre presenze nel 1984, ma solo per l'assenza anche in quelle occasioni del totem Passarella. Figli di un Dio calcistico minore, furono catapultati sul massimo palcoscenico e riuscirono a tenersi stretta l'occasione della vita per tutto il torneo, fino ad essere immortalati nella foto della gloria. Quello stesso destino che aveva sorriso ad entrambi, anni dopo li attenderà all'ultimo varco in maniera crudele.
Nato a Cordoba nel 1961, José Luis Cuciuffo trascorre quasi tutta la sua carriera in Argentina, tranne che per una parentesi europea al Nimes tra il 1990 e il 1993: difensore centrale - ma anche terzino destro, ruolo in cui lo impiegò Bilardo fino agli ottavi di finale - veste le maglie di Huracán, Chaco For Ever, Talleres, Velez Sarsfield, Boca Juniors e infine, tornato dalla Francia, chiude al Belgrano. Si ritira nel 1993: in bacheca, oltre al Mondiale, una Supercoppa Sudamericana e una Recopa, entrambe col Boca. Con la Nazionale, il suo ruolino recita alla fine 21 presenze senza reti, l'ultima apparizione nel 1989 in Copa America.
GettyDopo il ritiro il 'Cuchu' torna a casa, a Cordoba, dove gestisce un bar, ma non taglia i ponti col pallone, allenando un piccolo club della regione e aprendo una scuola calcio. Una vita serena, interrotta da una pallottola a tradimento nel 2004. Il marcatore arcigno cui Bilardo aveva affidato gente come Francescoli e Voeller cade vittima di un incidente tanto drammatico quanto davvero incredibile.
È dicembre, estate argentina, Cuciuffo guida una Chevrolet Blazer a Bahía San Blas, all'estremità meridionale della provincia di Buenos Aires. Una battuta di caccia con un amico, risate e racconti, niente è fuori posto o lascia presagire il dramma. Succede tutto in un secondo: il SUV passa sopra un'asperità del terreno e lo scossone fa sobbalzare la vettura. Tra le gambe di Cuciuffo c'è appoggiato un fucile calibro 22 con la canna rivolta verso l'alto, nel trambusto parte un proiettile che attraversa l'addome distruggendogli il fegato, prima di finire nell'aorta.
L'ospedale più vicino è a 100 chilometri di distanza, Cuciuffo non ha scampo e muore dissanguato durante il viaggio. A soli 43 anni lascia attonita l'Argentina, che fino a quel momento non aveva pianto nessun campione del mondo, inclusi quelli del 1978. Una dinamica così assurda, che all'inizio l'incidente viene etichettato come omicidio colposo, il suo amico arrestato e interrogato dalla polizia. Il fucile carico non aveva la sicura ed era tutto da dimostrare che un'arma del genere potesse fare fuoco nel modo raccontato. Alla fine la vicenda sarà archiviata come morte accidentale.
Non meno triste l'epilogo della vita di José Luis Brown. Soprannominato il 'Tata', ovvero il 'Saggio', nasce nel 1956 a Ranchos, nella provincia di Buenos Aires. Vince due titoli argentini (Metropolitano '82 e Nacional '83) con la maglia dell'Estudiantes, club al quale lega tutta la prima parte di carriera, lasciandolo nel 1984 dopo 8 anni. Poi Atletico Nacional in Colombia, Boca Juniors, un paio di stagioni in Francia al Brest a cavallo del Mondiale, il Murcia in Spagna e infine il ritorno in patria al Racing Club, prima di ritirarsi nel 1990. Un anno prima c'era stato l'ultimo match con la Nazionale, lasciata dopo 36 gare e quell'unico goal storico all'Azteca.
GettyBrown comincia poi una carriera da tecnico che ha il culmine nel 2007, quando diventa allenatore della selezione argentina Under 17, poi l'anno dopo è assistente dell'altro campione del mondo Sergio Batista nell'Under 20 che vince l'oro alle Olimpiadi di Pechino. Finita la competizione, entrambi entrano nello staff di Maradona, diventato Ct della Nazionale maggiore, incarico mantenuto fino al 2010. Torna in panchina un'ultima volta nel 2013 al Ferro Carril Oeste, poi le sue tracce si diradano, in una nebbia che lo allontana dalla ribalta.
È la stessa nebbia che avvolge la sua mente, portandosi via i suoi ricordi e infine la sua stessa vita. Il 'Tata' Brown muore nell'agosto del 2019 per una forma precoce e particolarmente aggressiva del morbo di Alzheimer. Il calciatore che giocò un Mondiale da sogno, segnando un goal in finale e disputando parte del secondo tempo con una spalla lussata rifiutandosi di uscire, se ne va in silenzio, salutato con un commovente post dal suo amico Maradona, ancora ignaro che di lì a un anno la sua vita sarebbe finita in maniera altrettanto tragica.
"Essere in finale, segnare un goal, è qualcosa di difficile da spiegare - raccontò Brown nel 2015 - È una cosa bellissima, un ricordo indelebile. Nella storia del calcio mondiale siamo in 54 ad aver segnato nella finale mondiale. Come ho fatto a giocare infortunato? Ho otto operazioni alla gamba destra e due alla sinistra. Come calciatore ho sempre voluto giocare, non ho mai lasciato il campo a causa di un infortunio. In quella partita con la Germania ho avuto una lussazione alla spalla destra e non sono uscito. Ad un certo punto ho portato la maglia alla bocca e con i denti ho fatto un buco al centro, lì ho messo il dito mignolo e ho continuato a giocare perché per nessun motivo sarei andato negli spogliatoi".
In quel Mondiale di Messico '86 Maradona settò uno standard di eccellenza calcistica probabilmente insuperabile per chiunque da qui all'eternità, ma potè contare anche su un gruppo totalmente dedito alla causa. Una squadra in missione: riscattare un intero Paese. Uomini prima che calciatori, come Cuciuffo e Brown. Gente seria, gente che non tradisce: campioni del mondo.
