Aurelio, dalle parti di Roma, è un nome che suscita ammirazione e rispetto. Non a caso anche José Mourinho ha deciso di aprire la sua primissima conferenza stampa da nuovo allenatore giallorosso citando l’imperatore e filosofo Marco Aurelio.
Per un certo periodo di tempo, anche Aurelio Andreazzoli ha avuto la fortuna di vedere il suo nome associato a un ricordo positivo. Tutto merito di Taddei. Il brasiliano rinominò in suo onore un trick da joga bonito con il quale dribblò secco un difensore dell’Olympiakos durante un incontro in Champions League della stagione 2006/2007.
Andreazzoli era arrivato alla Roma l’anno prima, accompagnando Luciano Spalletti come collaboratore tecnico durante la prima delle esperienze giallorosse dell’allenatore di Certaldo.
Rimasto sempre nell’ombra, Andreazzoli dà un contributo importante alla costruzione di quella squadra che per un paio di stagioni incanta mezza Europa per la qualità del gioco espresso e che riesce a conquistare tre trofei (con uno Scudetto sfiorato all’ultima giornata).
Andreazzoli rimase alla Roma anche dopo la separazione tra il club e Luciano Spalletti, mettendosi a disposizione di tutti gli allenatori che si sono susseguiti sulla panchina romanista seppur sempre lontano dai riflettori.
Fino al febbraio 2013. La Roma, che nel frattempo ha cambiato proprietà, è alle prese con le difficoltà fisiologiche derivanti dalla transizione da una presidenza all’altra. A Trigoria vengono sbagliate diverse scelte, tra le quali quella di riportare Zdenek Zeman ad allenare la squadra giallorossa.
Il revival non va come previsto e il boemo colleziona l’ennesimo esonero della sua carriera. Le acque a Roma sono piuttosto agitate e la dirigenza - impreparata nel trovare il suo sostituto - decide di puntare su Aurelio Andreazzoli.
Dopo anni di lavoro in silenzio, il tecnico di Massa ha finalmente la sua occasione. Andreazzoli ha il merito di rendere quantomeno convalescente una squadra che nel corso della stagione aveva perso via via mordente e fiducia in se stessa, naufragando verso una stagione avara di soddisfazioni.
Come Marco Aurelio, anche Andreazzoli ha lasciato un frasario che ancora viene ricordato all’interno dei cancelli di Trigoria.
“Bisogna ritrovare il dolore della sconfitta” disse nella prima intervista da allenatore. Un periodo semplice, ma che condensa perfettamente l’attitudine storica della Roma, più volte alle prese con tendenze che sfociano nel masochismo.
Si deve a lui anche il motto “Siamo la Roma”, urlato come reminder ai suoi calciatori prima della sfida di campionato poi vinta contro la Juventus e che ancora oggi è una delle catchphrase usate nei pre partita all’Olimpico.
Il suo bilancio da allenatore della Roma è anche discreto: 8 vittorie e 4 pareggi in 15 partite disputate. Score al quale va aggiunto il successo per 3-2 a San Siro contro l'Inter nella semifinale di ritorno di Coppa Italia.
Una media punti di tutto rispetto, che per un certo periodo di tempo diventa il cavallo di battaglia del tecnico toscano e che lo fa sperare nella riconferma anche per l'anno successivo.
Ma è proprio la finale, giocata contro la Lazio il 26 maggio 2013, trasforma il nome di Aurelio Andreazzoli da piacevole ricordo a smorfia amara nell’immaginario collettivo di gran parte del tifo romanista.
La Roma gioca malissimo quella finale e la perde 1-0 con il goal di Lulic a venti minuti dal termine. Al fischio finale è il putiferio. Dalla presidenza all’ultimo dei magazzinieri sono nell’occhio del ciclone, assediati da ogni lato da polemiche e contestazioni. Andreazzoli compreso, reo secondo molti di aver sbagliato formazione escludendo dall’undici titolare Miralem Pjanic e Pablo Daniel Osvaldo.
Tutti si aspettano un addio in fretta e furia, ma Aurelio decide di restare e torna a lavorare nello staff tecnico, assistendo alla rinascita del club giallorosso con l’arrivo di Garcia e delle scelte di mercato finalmente azzeccate.
Il tecnico di Massa resta in giallorosso fino al 2017, avendo ha anche la fortuna di riabbracciare Spalletti sulla panchina giallorossa. Ma la seconda separazione dell’allenatore di Certaldo (fischiato dall’Olimpico nel giorno dell’ultima partita di Totti malgrado gli 87 punti in campionato) coincide con il suo addio alla capitale.
Andreazzoli intraprende quindi la carriera da allenatore, trovando la sua dimensione perfetta a Empoli e mostrando più difficoltà del previsto nella breve e sfortunata esperienza al Genoa.
Domenica affronterà per la quarta volta da avversario la Roma, che ancora non ha mai sconfitto rimediando due ko e un pareggio.
Malgrado non sia stato trattato benissimo dal tifo romanista, Andreazzoli ha sempre dimostrato di continuare a coltivare un rapporto di stima e affetto.
E rivendica anche di avere molte meno responsabilità di quelle che gli vengono addossate per quella malaugurata sconfitta in finale nel derby.
"Dire che l'ho persa io significherebbe che l’allenatore è più importante dei giocatori, e non è così. In quella squadra c’erano Totti, De Rossi, Balzaretti: la finale la persero loro".
Parole che suonano come una difesa più che come un'autoassoluzione. Perché secondo ogni allenatore tutte le sconfitte sono uguali. Ma alcune sono più uguali di altre.




