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Amedeo Carboni Roma Valencia gfxGoal

Amedeo Carboni, l'italiano di Spagna: dalla Roma all'epopea del Valencia

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Di italiani che hanno avuto successo all’estero la storia non è ricchissima. Ne abbiamo avuti di più nella storia recente, con lo sdoganamento della Cina e degli Stati Uniti: Giovinco, Diamanti, Pellé, in un certo qual senso anche Del Piero e Materazzi, senza dimenticare Cannavaro. Un tempo, però, la storia era diversa: si andava all’estero per provare emozioni diverse, per scoprire un calcio che si distinguesse da quello italiano. Non lo si faceva per il portafogli, né per l’esotica necessità di abbracciare culture diverse. Erano i tempi di Panucci al Real Madrid, di Paolo Di Canio al West Ham, di Benny Carbone allo Sheffield Wednesday. Qualcuno ha saputo diventare una bandiera, qualcun altro no: nella prima categoria oggi iscriviamo sicuramente Amedeo Carboni, storico numero 15 del Valencia.

La carriera italiana di Carboni non è tra le più memorabili che si siano mai viste e per vederlo giocare ad alti livelli bisogna aspettare che compia 26 anni, quando nel 1990 approda alla Roma, per restarci per ben sette stagioni. Prima di quel momento, la trafila dalle giovanili alla prima squadra dell’Arezzo lo portano a farsi spazio in Serie B al Bari. Dieci presenze nel campionato cadetto, poi il trasferimento all’Empoli e al Parma. In maglia ducale si fa notare dalla Sampdoria, che nel 1988 lo porta a Genova per schierarlo titolare come terzino sinistro sia in Serie A che in Coppa Italia, che nella Coppa delle Coppe, fino alla Supercoppa Italiana. Sono degli anni indimenticabili per il Doria di Paolo Mantovani, che costruisce una rosa in grado di andare poi a vincere lo Scudetto nella stagione 1990-91: intanto, però, Carboni riesce a mettere nel proprio palmares la Coppa Italia del 1988-89, la Coppa delle Coppe dell’anno successivo e anche una doppia finale in Supercoppa italiana, tra l’altro nelle prime due edizioni della competizione. Insieme con Marco Lanna, Fausto Pari e Pietro Vierchowod, Amedeo Carboni rappresentava la linea difensiva di Vujadin Boskov, con quella Sampdoria che in attacco schierava Gianluca Vialli e Giuseppe Dossena, oltre ovviamente a Roberto Mancini sulla trequarti.

È a Genova che Carboni conosce Victor Munoz, l’unico straniero della rosa di Boskov: arrivato alla Sampdoria dopo sette anni al Barcellona, il metronomo di Saragozza riesce a conquistare Amedeo con i suoi racconti sulla Spagna e lentamente innesta in lui il sogno di poter vivere un’esperienza all’estero. Purtroppo, però, il connubio tra Carboni e la Sampdoria si interrompe dopo soli due anni, con il ciclo di Boskov che però continua, mentre il difensore si accasa alla Roma.

“A Genova si era immuni da critiche. Era il classico Paradiso della Serie A. A Roma invece ti accorgi di quello che significa vivere la passione di 3 milioni di persone, il fatto di poter arrivare a essere celebrato come il Papa o essere insultato per strada”.

Quando Carboni arriva alla Roma, l’ambiente che trova si sta preparando ad accogliere il debutto in prima squadra di Francesco Totti: sulla panchina dei giallorossi siede Carlo Mazzone, un emblema del calcio italiano, che anche per il difensore toscano rappresenta un vero e proprio personaggio della nostra storia. In quegli anni si rende protagonista non solo della partecipazione a Euro 1996, da unico giocatore della Roma in nazionale, ma anche del noto siparietto con Mazzone che lo blocca in un momento di sprint verso l’attacco. Con Annoni che spingeva molto di più, Carboni rimaneva in difesa, a coprire, ma nel tentativo di salire sulla fascia veniva subito tamponato da Mazzone: “Amedeo, ‘ndo vai?” è la reazione che passa agli annali del calcio, con il tecnico che fa capire al terzino che se non hai il goal nelle vene è meglio starsene indietro.

Al culmine della sua carriera, da capitano della Roma dopo il ritiro di Giannini, Carboni lascia Roma così come aveva lasciato Genova sette anni prima. L’evento di calciomercato è curioso, perché il difensore di Arezzo non si è mai fatto rappresentare da un procuratore in vita sua: un aspetto che lo aiuterà per il suo futuro ruolo dirigenziale, ma che lo ha sempre costretto a gestire da sé le problematiche burocratiche. Regia della sua partenza verso la Spagna, quel paese che Victor Munoz gli aveva tanto decantato, è Antonio Caliendo. Inviato a Roma per trattare Giuseppe Favalli per il Valencia, trova l’opposizione di Cragnotti, che per il suo terzino vuole 12 miliardi di lire: una cifra troppo alta per un difensore, all’epoca. L’alternativa, a questo punto, diventa proprio Carboni: il rapporto con Sensi, allora presidente della Roma, non è idilliaco, inoltre Amedeo è reduce da un infortunio al tendine d’Achille che gli complica il rientro a pieno ritmo. Nonostante lo scetticismo iniziale e una chiamata di Roy Hodgson che lo vuole al Blackburn, alla fine Carboni cede alle proposte del Valencia e decide di trasferirsi nella Spagna del sole, quella che non lascerà più, quella che preferisce alle fabbriche di carbone del Lancashire. Si trasferisce per una cifra pari ai 4 milioni di euro attuali, meno di quanto la Lazio pretende per Favalli.

Amedeo Carboni ValenciaGetty

È il 1997, Carboni arriva nell’infrasettimanale e Jorge Valdano, tecnico del Valencia, non perde tempo: lo schiera subito contro il Barcellona la domenica stessa, con la squadra che arriva dal KO in trasferta con il Mallorca la settimana prima. Sulla sua schiena c’è il numero 15, l’ultimo rimasto oltre al 65, il suo anno di nascita: sceglie il primo, quasi per caso. Gioca appena 44 minuti e poi l’arbitro lo manda sotto la doccia per una doppia ammonizione: il Valencia perde 3-0 e Carboni bagna il proprio debutto nella Liga con una figuraccia. Nella gara successiva è squalificato e arriva la sconfitta con il Racing. A farne le spese è proprio il tecnico, perché dopo tre sconfitte su tre partite, la società decide di indicargli la porta d’uscita del Mestalla: i Taronja decidono di affidarsi a Claudio Ranieri, chiamato in corso d’opera. Da italiano a italiano, Carboni è di nuovo in campo contro il Real Madrid, ma le merengues vincono 2-0 (Raul e Mijatovic a segno): dall’altro lato, con la maglia blanca, c’è Christian Panucci, per restare in tema di italiani. La carriera spagnola non decolla, perché poche giornate dopo, contro il Celta de Vigo, Carboni riesce a farsi espellere dopo appena tredici minuti, lasciando i suoi in dieci e costringendoli alla sconfitta per 1-0. Invece di arrendersi, però, da lì l’ex Roma e Sampdoria capisce che c’è solo una strada percorribile: risalire.

La combinazione della storia vuole che il periodo di flessione di Carboni coincida con uno dei momenti più complessi della storia del Valencia, che Ranieri riesce a risollevare già alla sua prima stagione: la squadra termina nona in campionato, si qualifica all’Intertoto e riesce a battere in finale l’Austria Salisburgo, così da accedere alla Coppa UEFA. Da lì in poi si migliora solo: il Valencia nella stagione successiva arriva quarto in classifica e si qualifica alla Champions League, dopo esser stato eliminato ai sedicesimi di UEFA contro il Liverpool. In Coppa del Re Ranieri riesce ad avere la meglio sull’Atletico Madrid, battuto per 3-0: è il primo trofeo estero per il tecnico e anche per Carboni.

Con Ranieri che al termine della stagione accetta la chiamata dell’Atletico Madrid, sulla panchina del Valencia arriva Hector Cuper. El hombre vertical resta per due anni al Mestalla, vincendo subito la Supercoppa di Spagna del 1999 in finale contro il Barcellona, poi però quel Valencia diventa l’eterno secondo, così come il suo allenatore. In Champions League la sconfitta arriva in finale contro il Real Madrid di Morientes, di Raul, di Steve McManaman, con Vicente del Bosque che schianta gli avversari per 3-0: Carboni non è in campo per la partita decisiva, per squalifica, e al suo posto c’è Gerardo. Quell’anno, però, in Champions non ne perde una, contribuendo anche alla vittoria per 5-2 sulla Lazio e per 4-1 sul Barcellona in semifinale. Il Valencia non molla, come nemmeno Cuper e l’anno successivo il percorso in Champions League è di nuovo trionfale: Manchester United, Arsenal e Leeds sono le tre inglesi che cedono il passo ai Pipistrelli, con la finale contro il Bayern Monaco che attende Carboni e compagni in una notte al Giuseppe Meazza di San Siro. Il Valencia va in vantaggio con Mendieta al 3’, poi al 7’ Canizares para un rigore a Scholl: tutto sembra andare a favore della squadra di Cuper, ma al 50’ un fallo di mano di Carboni in area di rigore permette a Effenberg di siglare l’1-1 dal dischetto. Si va ai rigori e ne servono ben dodici per stabilire il vincitore della competizione. Per il Valencia sbaglia Zahovic, poi Carboni: è il quarto rigorista e davanti a lui c’è Oliver Kahn, il tiro è forte e centrale, l’estremo difensore tedesco si tuffa a destra, ma riesce a deviare la palla sulla traversa, cade sulla riga e torna indietro verso il numero 15. A nulla servono i gol di Baraja e di Kily Gonzalez, perché poi Kahn para il rigore decisivo a Mauricio Pellegrino e il Valencia perde la sua seconda finale di Champions League consecutiva. Cuper saluta, non senza rammarico, e va all’Inter, mentre al Mestalla arriva Rafa Benitez.

Il rapporto iniziale tra Carboni e Benitez non è idilliaco: il tecnico vorrebbe dosarlo, vista l’età avanzata, ma il terzino di Arezzo non ne vuole sapere e pretende di essere schierato con la continuità che ha avuto fino a quel momento. La rivoluzione di Benitez, d’altronde, non passa dalla difesa: è con il suo 4-2-3-1 che cambia le sorti del Valencia, ridisegnando la posizione in campo di Pablo Aimar. Si prende la vetta della classifica alla prima giornata battendo il Real Madrid per 1-0, con la rete di Angulo, zittisce i galacticos di del Bosque e riporta a Valencia il titolo nazionale dopo 31 anni, inserendo nel proprio palmares il suo primo trofeo. L’egemonia del Real Madrid viene improvvisamente interrotta, ma dura appena un anno il miracolo Valencia: l’anno successivo la posizione in campionato è la quinta, che però basta per accedere alla Coppa UEFA. Il 19 maggio del 2004 Carboni è prossimo ai 40 anni, ma ha ancora tempo per giocare da titolare l’intero campionato e l’intera competizione europea: arriva in finale contro il Marsiglia e grazie alle reti di Vicente su calcio di rigore e di Mista, inserisce nella propria bacheca personale il terzo trofeo internazionale dopo la Coppa delle Coppe con la Sampdoria e l’Intertoto con il Valencia. È il preludio del doblete, perché quattro giorni dopo, nonostante la sconfitta contro l’Albacete al Mestalla, il Valencia vince anche il campionato per la seconda volta in tre anni.

Benitez decide di lasciare da vincente e la sua eredità viene raccolta da Claudio Ranieri, che torna al Mestalla per vincere subito la Supercoppa Europea contro il Porto, fresco vincente della Champions League con José Mourinho. Il cammino europeo non è soddisfacente, però, perché dopo l’eliminazione ai gironi di Champions League, dopo un pesante 5-1 contro l’Inter, arriva l’eliminazione anche dalla Coppa UEFA per mano della Steaua di Bucarest: al posto di Tinkerman, quindi, viene chiamato Antonio Lopez Habas, che guida il Valencia a un modesto settimo posto in campionato. In quella stagione c’è spazio anche per un rendez vous: la Supercoppa Spagnola si disputa contro il Real Saragozza, che nell’agosto del 2004 è allenato da Victor Munoz. L’ex compagno di squadra di Carboni alla Sampdoria, che lo aveva raccomandato al Valencia, gli strappa il trofeo nella doppia sfida spagnola insieme a quel David Villa che l’estate successiva sarebbe poi passato al Mestalla.

La successiva è anche l’ultima di Amedeo Carboni: in panchina c’è Quique Sanchez Flores e per il terzino, che nel 2005 ha oramai 40 anni, non c’è più spazio. Gioca appena cinque volte in campionato e il 19 maggio del 2006, al termine della stagione sportiva, annuncia il proprio ritiro, accettando l’incarico di direttore sportivo del Valencia. Resta in quel ruolo per tre anni, iscrivendo il proprio nome in una trattativa che stava per portare Cristiano Ronaldo al Mestalla, dopo un periodo non di grande emozione al Manchester United: l’offerta di 60 milioni di euro, però, non è sufficiente e due anni dopo il Real Madrid lo strappa ai Red Devils mettendo sul piatto 94 milioni di euro.

"Avevamo radunato una serie di contratti che ci avrebbero permesso di fare l'offerta allo United - ha raccontato a Sky - Con Mendes inoltre ci vedevamo spesso, poi alla fine, come spesso accade, è successo qualcosa che ha fatto saltare tutto".

Carboni si consola con Morientes, Raul Albiol, David Silva. Poi nel nell’estate del 2007, dopo appena un anno, decide di lasciare Valencia: una breve parentesi nello staff tecnico di Benitez all’Inter nel 2010 e un calcio che rimane, adesso, nei ricordi. I ricordi di una carriera da protagonista silenzioso, in grado di diventare bandiera all’estero.

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