Un tunnel dopo l’altro, il dribbling come religione, un profondo, raffinato, ricercato gusto estetico per la giocata. Adel Taarabt ha seguito per tutta la sua carriera un ideale di calcio basato più sull’individualità, sull’estemporaneità, sulla trasposizione sul rettangolo verde del calcio di strada, fatto di finte, tricks, numeri ad effetto. La sua è la generazione cresciuta con il mito dello ‘Joga Bonito’ ma senza la patina pubblicitaria, senza filtri, duro e puro. Sui campetti di cemento a Berre-l'Étang, a pochi chilometri da Marsiglia, Adel più che Ronaldinho cercava però di imitare Zidane e il suo modo di accarezzare il pallone. Suola, tacco, il corpo che danza. Poesia.
Per uno come lui rincorrere l’avversario era quasi svilente. E non a caso la sua insolenza tattica e la sua mancanza di spirito di sacrificio, negli allenamenti come in partita, lo hanno portato negli anni anche a litigare con alcuni allenatori, come Harry Redknapp, che ai tempi del QPR lo definì “il peggior professionista che io abbia mai visto”, additandolo di essere in sovrappeso di dieci chili. Già, il peso, l’avversario più difficile da dribblare per Adel. E una forma fisica che dopo la breve ma intensa parentesi al Milan ha faticato a ritrovare.
Dal 2015 la carriera di Taarabt si è impantanata: colpa delle motivazioni, venute a mancare dopo la fine della sua avventura in rossonera, e di scelte sbagliate, su tutte il trasferimento al Benfica. Quasi quattro anni nel dimenticatoio, qualche cenno di vita soltanto nei mesi trascorsi al Genoa, in particolar modo con Juric. Fino all’incontro che ha rappresentato la nuova svolta della sua vita…
Marzo 2019: il Benfica è in piena lotta per il titolo e al timone, dopo l’esonero di Rui Vitoria, c’è Bruno Lage, ex allenatore della squadra B. Che per la sfida contro il Tondela, tra lo stupore generale, decide di convocare anche Adel Taarabt, rimasto completamente ai margini fino a quel momento. E’ l’incipit di qualcosa di francamente inimmaginabile: il marocchino viene spedito in campo nella ripresa, facendo il suo debutto assoluto con la maglia del Benfica a quasi quattro anni dal suo trasferimento in Portogallo. E da allora non ha più lasciato la prima squadra.
Arriva il rinnovo del contratto in scadenza, gli attestati di fiducia in estate di Bruno Lage ma soprattutto il drastico, inatteso cambio tattico che regala al talento di Fes una nuova dimensione. Abituato a destreggiarsi da ala, trequartista o seconda punta, Adel viene completamente reinventato dal tecnico portoghese in centrocampista centrale, ben lontano dalla sua ‘comfort zone’. Nella linea di 4 in mediana Taarabt si divide i compiti di regia e interdizione con Gabriel prima e Weigl poi, costringendo di fatto alla panchina il gioiellino Florentino.
Da funambolo a gregario: una metamorfosi impronosticabile, che lo ha portato ad essere titolare fisso tra le Aguias ma anche uno dei primi 10 centrocampisti del campionato portoghese per numero di palloni recuperati, 122, più di 6 di media a partita conteggiando le sue 20 presenze stagionali (dati Opta). Il tutto senza perdere l’innata qualità nel tocco: 7° per dribbling riusciti in Primeira Liga (36), pur giocando in posizione arretrata, nella Top 10 tra i centrocampisti per precisione passaggi (86%).
Meno giochi di prestigio, più concretezza, un lavoro incredibile sia dal punto di vista fisico (è tirato a lucido come nei giorni migliori nonostante abbia appena compiuto 31 anni) che mentale, per un giocatore che appare oggi totalmente in fiducia. Tutto merito di Bruno Lage, come ammesso da Taarabt in un'intervista al canale YouTube del QPR.
“Mi ha cambiato completamente come uomo e come giocatore. Ora corro, entro in tackle, gioco box-to-box, non avrei mai pensato di poter fare queste cose o di poter diventare questo tipo di giocatore, è merito suo. Col 4-4-2 era l’unico modo di poter entrare in squadra, avrei potuto giocare a sinistra o da numero 8 e il tecnico ha deciso così. Non avrei mai pensato di poter riuscire a correre 13 chilometri a partita”.
E anche se nell’anima, nel profondo, si sente ancora e per sempre un numero 10, Adel ha dimostrato che non bisogna mai arrendersi. Crescere, evolvere, superare i propri limiti: la grande rivincita di Taarabt.


