Il gioco del Como ruota attorno alla costruzione dal basso e al controllo del possesso, all’interno di un 4-2-3-1 di base che privilegia iniziativa e dominio territoriale. È un’impostazione coraggiosa, quasi didattica, che esalta i calciatori tecnici. Non è un caso che talenti come Nico Paz e Jacobo Ramon siano cresciuti sensibilmente sotto la guida di Cesc Fabregas, al punto che il Real Madrid potrebbe seriamente valutare di riportarli alla base nel prossimo futuro.
"Avere una leggenda come allenatore è incredibile", ha dichiarato Paz ai canali ufficiali del club. "È una persona che ti mette a tuo agio e ti insegna tanto, sia nella vita che nel calcio".
In Italia, però, a Fabregas è stato talvolta rimproverato un eccessivo attaccamento ai propri princìpi, chiaramente influenzati dalla Spagna dominante nel possesso con cui ha vinto tutto. Dopo il pesante 4-0 incassato a San Siro contro l’Inter a dicembre, gli fu chiesto se avesse preso in considerazione un piano gara più prudente. La sua risposta fu netta: "Ci ho pensato, ma la mia testa mi ha detto di no. Sono comunque soddisfatto. Posso sembrare stupido o un perdente, ma oggi ho visto crescita nella mia squadra. Quando vinci e ti chiamano genio, impari meno. Dopo una sconfitta pesante impari di più, apprezzi meglio ogni cosa. Il Como sta facendo le cose nel modo giusto. Puoi difenderti con un 6-3-1 o un 5-4-1, ma io preferisco perdere 4-0 che fare quello".
Parole forti, che però non raccontano un tecnico dogmatico. Nella stessa intervista, Fabregas rivelò che sarebbe tornato a San Siro da solo per assistere a Inter-Liverpool, con l’obiettivo di capire cosa avrebbe potuto fare meglio contro i nerazzurri. Ha sempre sottolineato, inoltre, di essere cresciuto calcisticamente in contesti tattici diversissimi.
"Ho vinto con Antonio Conte, ho vinto con Jose Mourinho, ho vinto con Arsene Wenger, ho vinto con Pep Guardiola", ha spiegato a The Coaches’ Voice. "Ho vinto con stili completamente diversi, quindi non mi sentirete mai dire che uno funziona e un altro no".
Ha anche chiarito che, al suo arrivo, la proprietà gli parlò di identità prima ancora che di trofei: "Mi hanno parlato del Lago di Como, dello stile di vita, di un calcio propositivo che la gente potesse apprezzare. Non mi hanno detto solo: “Vinci, vinci, vinci”. Mi hanno detto: “Vinci, ma crea un’identità, crea un certo tipo di giocatore che voglia venire a giocare a Como”".
Obiettivo centrato. Il Como non è più soltanto una meta affascinante per celebrità e turisti: è diventato uno dei progetti più rispettati del panorama calcistico europeo, guidato da un allenatore che potrebbe rivelarsi grande in panchina quanto lo è stato in mezzo al campo.