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Victor Osimhen Galatasaray v Manchester CityGETTY

La rivelazione di Osimhen: "Giuntoli mi chiamò per portarmi alla Juventus, al Napoli trattato come un cane"

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Le sliding doors, protagoniste in ogni sessione di calciomercato, hanno senza dubbio accompagnato Victor Osimhen a lungo la scorsa estate.

L'attaccante, che stasera sfiderà la Juventus in Champions League con la maglia del Galatasaray, avrebbe potuto vestire proprio la maglia bianconera: a raccontarlo è stato lui stesso a La Gazzetta dello Sport. Nel corso dell'intervista, infatti, l'ex Napoli ha parlato dell'interesse della Juve e in particolare dell'allora dt Giuntoli, che lo aveva portato in azzurro anni prima e lo avrebbe voluto anche in bianconero.

 Da quelle sliding doors che potevano portarlo a Torino al presente, in cui l'attaccante troverà la Juventus ma da avversario, oltre a Luciano Spalletti, l'allenatore con cui ha vinto lo scudetto: ecco le parole di Osimhen.

  • LA SFIDA CON LA JUVE

    "Sarà stimolante sfidare un top club. Sappiamo di non poterci concedere distrazioni, perché contro di loro ogni errore può costare carissimo. E poi ritroverò Spalletti…".


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  • LA TRATTATIVA CON LA JUVENTUS

    "Avrei potuto giocare questa gara con la maglia della Juve? Sì, così come oggi potrei essere in altri due top club di Serie A. Prima che iniziasse la trattativa con il Galatasaray, Giuntoli mi chiamò per portarmi alla Juve. Ho parlato con un paio di persone del club, mi hanno mostrato interesse ma sapevo che lui (De Laurentiis, che Osimhen non cita mai, come riporta Gazzetta) non mi avrebbe lasciato partire. In ogni caso, l’interesse c’era eccome. E quando ti chiama la Juve, a prescindere da tutto, devi sederti e ascoltare".

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  • IL RAPPORTO CON SPALLETTI

    "Si diceva che litigassimo, però non era vero: lo stimo tanto. Ha dormito per mesi nel centro sportivo del Napoli, lavorando giorno e notte per convincerci che potevamo vincere lo scudetto. Ha portato Kim, Anguissa, Kvaratskhelia e anche me al top della condizione, trionfando con un club che non ci riusciva da decenni. Pretendeva tanto, ma ti dava tantissimo. Certi allenatori ti fanno crescere prima come uomo e poi come calciatore".

  • LA ROTTURA COL NAPOLI

    “A me dispiace per i tifosi, anche perché io non ho mai parlato di quanto è accaduto. Alcuni di loro si sono presentati davanti a casa mia chiedendomi spiegazioni. Ci siamo confrontati, a loro chiedevo di mettersi nei miei panni. Dopo che il Napoli ha pubblicato quel video su TikTok, qualcosa si è rotto definitivamente.

    Chiunque può sbagliare un calcio di rigore, chiunque può essere preso in giro per questo. Il Napoli l’ha fatto soltanto con me, tra l’altro con allusioni di un certo tipo. Sono stato vittima di insulti razzisti e ho preso la mia decisione: volevo andare via. Ho cancellato le foto con la maglia del Napoli dal mio Instagram e hanno colto la palla al balzo per mettermi contro i tifosi. E pensare che mia figlia, per me, è più napoletana che nigeriana…”.



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  • NESSUNA SCUSA

    “Nessuno si è mai scusato pubblicamente per quello che è successo. Dopo quel famoso video, Edoardo De Laurentiis mi ha chiamato più volte. Stop. Nel frattempo si vociferava che io arrivassi al campo in ritardo, che litigassi con i compagni… Sono tutte bugie. Mi spiace per i tifosi, però li capisco e li ammiro: supportano il club sempre e comunque. Per loro il Napoli viene prima di tutto”.


  • L'ACCORDO CON DE LAURENTIIS

    “Avevamo un gentlemen agreement in base al quale l’estate successiva sarei potuto partire, ma dall’altra parte l’impegno non è stato mantenuto del tutto. Hanno provato a mandarmi a giocare ovunque, mi trattavano come un cane. Vai di qua, vai di là, fai questo, fai quello… Ho faticato tanto per fare carriera, non potevo accettare quel tipo di trattamento. Non sono un burattino”.


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  • "CONTE VOLEVA TENERMI"

    “Certo, anche se hanno detto in giro che non mi voleva in squadra. Siamo seri? Quale allenatore in quel momento non mi avrebbe voluto? Appena arrivato, Conte mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha detto che era a conoscenza della situazione ma che, nonostante tutto, voleva che rimanessi. Gli spiegai che mi sarebbe piaciuto lavorare con lui ma ormai avevo fatto la mia scelta: non volevo continuare a lavorare in un posto in cui non mi sentivo felice”.


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