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Cambiaso ZambrottaGetty Images

Il doppio binario del jolly Andrea Cambiaso: è lo Zambrotta 2.0 di Juventus e Italia

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Un Andrea capace di disimpegnarsi in più ruoli, il calcio italiano l'ha conosciuto: faceva Pirlo di cognome. Ha iniziato come trequartista, è stato arretrato a fare il regista. E ogni volta che accarezzava la palla era un bel vedere. Andrea Cambiaso un simile dono, quello di trasformare il pallone in poesia, non ce l'ha. Poi vai a guardare il modo in cui interpreta il calcio e capisci che, in fondo, poco importa.

Cambiaso è il jolly per eccellenza del calcio italiano. Quello che dove lo metti sta. Senza protestare, sempre con un rendimento di buon o buonissimo livello. E soprattutto, senza che nessuno da qualche tempo sia più riuscito a togliersi di dosso una maglia da titolare che l'ex genoano e bolognese si è guadagnato col lavoro e, appunto, la capacità di ricoprire più ruoli.

Italia-Belgio di giovedì scorso ha certificato l'importanza di Cambiaso anche per l'Italia. Le luci della ribalta si sono posate soprattutto sul padrone della fascia opposta, ovvero lo scatenato Dimarco, ma entrambe le reti azzurre portano il timbro dello juventino: prima Andrea è andato a segno, poi ha propiziato il raddoppio di Retegui. Il tutto nel contesto di un primo tempo eccellente anche dal punto di vista individuale, non soltanto collettivo.

È bravo, Cambiaso, a non perdere la testa e far confusione con lo sballottamento a cui lo hanno costretto nelle ultime due stagioni Massimiliano Allegri, Thiago Motta e Luciano Spalletti. A sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra. Terzino di qua, esterno alto di là, elemento a tutta fascia in un 3-5-2. Da una parte e dall'altra. Proprio come, fino a qualche tempo fa, faceva un altro jolly del calcio italiano.

  • L'ESEMPIO DI ZAMBROTTA

    Cambiaso è il Gianluca Zambrotta 2.0. Gioca nella stessa squadra in cui il predecessore si è compiutamente affermato, la Juventus, e vive la casacca dell'Italia come una specie di seconda pelle. E poi, naturalmente, c'è la questione del ruolo. O meglio: dei ruoli. Tanti, variegati. Basta che si tratti di spostarsi verso le linee laterali.

    Zambrotta è arrivato alla Juventus nell'estate del 1999 dal Bari, dove sotto la guida di Eugenio Fascetti si era consacrato come uno degli elementi più interessanti e futuribili del nostro calcio. Da esterno in un centrocampo a cinque, prettamente. La stessa porzione – ampia – di campo ricoperta nelle prime due annate a Torino, con Carlo Ancelotti in panchina. Poi ecco che torna Marcello Lippi, che la difesa torna a quattro, che Zambrotta si stabilisce a destra e di fatto fa quasi la mezzala, visto che dalla parte opposta Pavel Nedved diventa sempre più un trequartista puro e sempre meno un esterno.

    Ma la svolta della carriera avviene un anno più tardi: l'arretramento in difesa. Pessotto si fa male, sulla sinistra si apre un buco e Lippi utilizza Zambrotta per colmarlo. Anche perché ora c'è pure Camoranesi, preso proprio nel 2002 dal Verona. L'ex barese esita, poco convinto dallo scenario di fare un passo indietro, ma alla fine è lì che si trasformerà da ottimo calciatore a campione, tra Scudetti e la finale di Champions League sfiorata e persa contro il Milan.

    Finito il giro del mondo (o del campo)?. Nemmeno per sogno. Ricordate dove giocava Zambrotta nell'Italia campione a Berlino, no? A destra, non a sinistra. Dove, nel frattempo, si era preso il posto un mancino puro come Fabio Grosso, poi determinante nel trionfo finale. La gente avrebbe voluto Panucci da una parte e Grosso dall'altra, Lippi non ascoltò nessuno e proseguì per la propria strada: andò bene, benissimo.

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  • LA BENEDIZIONE DEL PREDECESSORE

    Normale, dunque, che il confronto tra passato e presente sia scattato immediato nella mente di tifosi e appassionati. Anche perché i due calciatori, in fondo, sono simili: seri, umili, spinti dalla cultura del lavoro, poco avvezzi ai riflettori. E, naturalmente, disposti a giocare dove vi sia la maggiore necessità.

    “Non mi piace mai fare paragoni perché ogni calciatore ha le sue caratteristiche – ha detto nei giorni scorsi Zambrotta, intervistato da TMW – Cambiaso è cresciuto veramente tanto negli ultimi anni, può giocare in più ruoli, come me ha questo dono della duttilità e per un allenatore è importante perché ti dà affidabilità. Sono molto contento per quello che sta facendo, lo vedo da fuori ed è un bravo ragazzo che lavora, umile e dà il massimo”.

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  • IL RUOLO PREFERITO

    Quando la Gazzetta dello Sport, a marzo, gli ha chiesto quale sia il ruolo in cui ama maggiormente giocare, Cambiaso ha fatto spallucce. Indifferente, era il senso. La stessa risposta che, sul campo e fuori, ha dato in sequenza ad Allegri, a Spalletti e a Thiago Motta.

    “Io mi sento un giocatore di fascia, dove forse ho attitudini non frequenti, come quella di accentrarmi, di essere un esterno che viene dentro il campo. Non so se sia più destro o sinistro, ne abbiamo parlato con il mister (ai tempi Allegri, ndr) senza concludere; vado bene, sembra, da tutte e due le parti. D’altra parte uno dei miei due idoli calcistici è Cancelo, che gioca indifferentemente sui due lati. L’altro è Dybala, fenomeno assoluto. Da ragazzo era Milito, noi siamo una famiglia genoana. Infatti la prima maglietta che ho avuto, da bambino, era di Diego Perotti...”.

  • LA CORTE DEL REAL MADRID

    Di Cambiaso, tornato alla Juventus un anno fa dopo la stagione in prestito al Bologna (di Motta), oggi si sono accorti tutti. A Torino, ovviamente. In Italia, intesa come patria e come Nazionale. E poi pure all'estero.

    Negli ultimi giorni il nome del Real Madrid ha cominciato a circolare con una discreta insistenza, avvicinato a quello di Cambiaso. E mica per quell'assonanza con un ex delle Merengues, Esteban Cambiasso, che con quelle esse in più nel cognome ha militato con poca fortuna proprio nella Madrid blanca prima di diventare idolo vincente all'Inter: semplicemente, Ancelotti ha perso fino a fine stagione Carvajal e ha individuato nel bianconero una delle soluzioni proposte dal mercato.

    Cambiaso sa giocare anche lì, da terzino destro. E avrebbe la personalità giusta pure per indossare la maglia del Real. Ma la risposta agli spagnoli è già partita e arrivata: no, grazie. Andrea è tifoso della Juve, vuole diventarne una bandiera, rimanere a Torino per anni e anni. Lo stesso Giovanni Bia, il suo agente, ha rivelato come questo sia stato un fattore decisivo per impedire che dopo il Genoa, qualche anno fa, diventasse un giocatore dell'Inter.

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  • DOPPIO BINARIO

    E dunque tutto è destinato a proseguire così, come in un contesto di indefinizione ben definita: Cambiaso che gioca basso a sinistra nella Juventus, Cambiaso che gioca più alto a destra nell'Italia. Fin qui è andato tutto piuttosto bene, in un senso o nell'altro: perché cambiare?

    Thiago Motta ha instaurato l'era del 4-2-3-1 dopo anni di difesa a tre e ha fatto capire subito di considerare Cabal più un centrale che un terzino sinistro: così ha motivato l'esclusione del colombiano dalla partita contro il Genoa. Spalletti si è invece abbandonato tra le braccia del 3-5-1-1, puntando su un gioco organizzato e una squadra rapido di testa e di gambe: con la Francia è andata benissimo, col Belgio pure, almeno fino all'espulsione di Pellegrini poco prima dell'intervallo.

    Cambiaso, in questo senso, non si può toccare. Spostare sì, ma solo da una parte all'altra del campo: non certo dall'undici base. I numeri stagionali non mentono: 8 presenze da titolare su 9 con la Juve, due su tre con l'Italia. Thiago Motta e Spalletti hanno fatto a meno di lui solo quando potevano permetterselo, quando il richiamo del turnover si è fatto pressante. Perché ai jolly un allenatore difficilmente riesce a rinunciare.

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