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Dov'è finito Kerlon "Foquinha": "Ho smesso per il dolore, oggi preferisco una vita tranquilla"

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Il palleggio prolungato con la testa, in stile foca, diventò il suo marchio di fabbrica. E gli appiccicò sulla pelle un nomignolo entrato nella storia: Foquinha, appunto. Così è ricordato Kerlon Moura Souza, ex ragazzino prodigio del calcio brasiliano fermato dagli infortuni e da un modo troppo bambinesco di intendere la professione.

Kerlon, che nel corso della propria carriera è passato anche per l'Inter e il Chievo senza lasciare alcun tipo di traccia, oggi ha 36 anni. Non è più in Brasile e non fa più il calciatore da tempo: vive negli Stati Uniti, nel North Carolina, dove si dedica all'allenamento dei bambini in una scuola calcio da lui stesso gestita.

Un giornalista di The Athletic è andato a trovarlo, spinto dalla curiosità di sapere dove mai si sia cacciato un personaggio così iconico. Tanto talentuoso quanto sfortunato, tanto divertente da vedere quanto effimero. Uno che, a suo modo, è comunque riuscito a lasciare una traccia nel calcio.

"Alla ricerca di Kerlon e del suo dribbling della foca": così, appunto, recita il titolo scelto da The Athletic. Il reporter, alla fine, il brasiliano lo ha trovato. Lo ha descritto come "gentile e amichevole", ci ha fatto due chiacchiere, ha scambiato impressioni e sensazioni di quei tempi che, quasi un ventennio più tardi, appaiono così lontani.

  • L'IDEA DEL PALLEGGIO DELLA FOCA

    "Quando ero molto piccolo, mi allenavo molto con mio padre - ha raccontato Kerlon - Solo noi due. Un giorno mi lanciò la palla in alto. Questa rimbalzò sul pavimento, arrivandomi alla testa. Io feci quattro o cinque piccoli colpi di testa di fila, tenendo la palla alta. Mio padre si fermo. Mi chiese: 'Se corressi con la palla sulla testa in quel modo, ti fischierebbero una punizione contro?'. Dissi che non lo sapevo, ma che dovevamo scoprirlo. Mio padre cercò le regole e vide che era legale. Non c'erano problemi".

    E ancora:

    "Continuavo a farlo mentre correvo e infine l'ho fatto con i coni, palleggiandoci intorno come se fossero giocatori avversari. Ci lavoravamo ogni giorno per perfezionarla. È stato un vero processo e il prodotto di una grande dedizione da parte sua. Per me era facile tenere la palla alta, ma lui capì come avrebbe funzionato in campo. La strategia era tutta sua".

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  • LA PRIMA VOLTA IN CAMPO

    "Durante una partita nelle giovanili del Cruzeiro, a 13 anni, il portiere avversario ha tirato un calcio di punizione ed era proprio come quando mi allenavo con mio padre. Mio padre lanciava la palla lunga e io la controllavo col petto, sollevandola in aria. Lo stesso è accaduto durante la partita. Gli altri ragazzi si sono fermati. Io ho continuato ad andare avanti, avanti, dal centrocampo fino al limite dell'area. Quando sono arrivato al dischetto del rigore, ho fatto scendere la palla e ho segnato. È stato tutto automatico.

    Penso che fosse una soluzione che avevo a disposizione, un modo per uscire da una situazione difficile. Non sono mai sceso in campo pensando di farlo. Era solo una cosa che sarebbe successa naturalmente".

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  • "MI PIACEVA LA VIOLENZA DEGLI AVVERSARI"

    "C'era molto sostegno per me nelle giovanili, ma a livello di prima squadra persino i miei compagni pensavano che non dovessi farlo. Dicevano che stavo cercando guai. Ho avuto qualche problema con i più grandi. Non gli piaceva per niente.

    La violenza degli avversari? Mi piaceva. Quando ti piace giocare in libertà, quando ti piace palleggiare e battere il tuo avversario, ti fa stare bene essere preso a calci. Finché non ti fai male, è geniale. Non è una cosa negativa. Ti spinge ad andare avanti. Vedi che l'altro ragazzo è incazzato con te, ma lo fai comunque perché fa parte del tuo gioco. Penso che sia fantastico. Guarda Neymar. Si sente bene quando batte il suo uomo e subisce fallo, quando può essere un po' drammatico. Questo fa parte dello stile brasiliano.

    Gli allenatori? Alcuni di loro pensavano che fosse inutile; altri pensavano che mettesse a rischio la nostra squadra. Sono sempre stato chiaro sul fatto che non avrei mai fatto quella mossa nella nostra area di rigore. Ho detto che l'avrei fatta solo vicino all'area avversaria, dove avremmo potuto guadagnare una punizione pericolosa o un rigore. L'idea era di escogitare qualcosa per la squadra, non per me".

  • GLI INFORTUNI E L'ADDIO AL CALCIO

    "Ho gradualmente perso il mio amore per il calcio - ha proseguito Kerlon - Dopo ogni intervento chirurgico, ci mettevo sei o sette mesi per riprendermi completamente. Quando tornavo, era difficile tenere il passo fisicamente. Poi mi facevo di nuovo male. Guardavo gli altri giocatori e loro correvano su e giù in continuazione. Ho cercato di tenere il passo, ma un po' di muscoli se ne andava e restavo fuori per tre settimane. Alla fine tutto mi faceva male. Non è che non amassi il calcio: non volevo più provare dolore. Ecco perché ho smesso.

    Oggi preferisco una vita tranquilla. La gente mi dice che devo farmi conoscere. No. La storia è già lì e la gente se ne ricorda. Ogni volta che un giocatore fa un palleggio di testa durante una partita, i commentatori in Brasile iniziano a parlare di me. 'Foquinha! Ti ricordi di Kerlon?'. La gente si ricorda di me".

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