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FC Shakhtar Donetsk v Olympique de Marseille: Knockout Round Play-offs First Leg - UEFA Europa League 2023/24Getty Images Sport

Appartenenza, storia, mancanza di alternative: perché l'Italia ha puntato su Gattuso e perché è una scelta rischiosa

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E alla fine arriva Gennaro Gattuso. Adesso è diventato ufficiale, dopo la prima conferma ufficiosa di Gigi Buffon: è lui il successore di Luciano Spalletti sulla panchina dell'Italia, dopo l'esonero di quest'ultimo deciso dalla FIGC una settimana fa.

Gattuso ha vinto la concorrenza, a dire il vero piuttosto debole, di altri due campioni del mondo 2006: Daniele De Rossi e Fabio Cannavaro. Come loro era senza panchina, dopo essere stato esonerato poco tempo fa dall'Hajduk Spalato. La Federazione ha virato in maniera decisa su di lui dopo il rifiuto di Claudio Ranieri, il candidato numero uno, che alla fine ha deciso di continuare a dedicarsi unicamente alla Roma.


A differenza di Ranieri, l'ex allenatore di Milan e Napoli non si è dunque lasciato scappare l'occasione di sedersi sulla panchina azzurra. L'ufficialità da parte della Federazione è arrivata nel primo pomeriggio, ma l'accordo per la sua nomina era già stato trovato sabato.

Ma perché la FIGC ha puntato proprio su Gattuso? I motivi di una scelta che ha già fatto discutere e perché si tratterebbe di una decisione particolarmente rischiosa, pur con i suoi pro e i suoi contro.

  • GRINTA E MOTIVAZIONE

    Si è parlato tanto del possibile arrivo di un tranquillizzatore, di un normalizzatore: il profilo di Claudio Ranieri, non a caso. Che poi, in realtà, anche l'ormai ex allenatore della Roma è capace di arrabbiarsi quando ha motivo di farlo.

    Gattuso non è un tranquillizzatore. Tutto il contrario: è uno che ti dà la scossa. Anche con metodi, parole, atteggiamenti poco convenzionali per il patinato mondo del calcio. Era così da calciatore, è rimasto così da allenatore. Personaggio vero, genuino. Berlino ne ha aiutato la causa, certo, ma non è un caso se la stima nei suoi confronti si estende ben oltre la tifoseria del Milan.

    L'Italia attuale ha bisogno anche di questo: di una scossa. La squadra vista in Norvegia e poi contro la Moldavia, al netto di una condizione fisica assolutamente mediocre, è sembrata peccare anche nella grinta. Entrambi gli avversari ne hanno messa in campo più di noi. 9 giorni fa solo l'imprecisione offensiva dei moldavi, e un po' di fortuna, hanno evitato agli azzurri un flop ancor più clamoroso rispetto a quello di Oslo.

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  • STORIA E APPARTENENZA

    E poi c'è la questione della storia. Una storia, quella azzurra, in cui Gattuso ha impresso a lettere dorate il proprio nome quasi 19 anni fa, il 9 luglio del 2006, l'ultima gioia azzurra a un Mondiale a cui non partecipiamo ormai da più di un decennio.

    Gattuso è diciannovesimo nella classifica all time dei calciatori più presenti con la maglia dell'Italia: è stato convocato 87 volte, ha giocato 73 partite. Le stesse di Andrea Barzagli, Giancarlo Antognoni e Antonio Cabrini, altri miti del nostro movimento calcistico.

    "Ho sofferto dopo essermene andato da casa molto giovane, però ogni volta che chiudevo gli occhi quando indossavo la maglia della nazionale e c'era l'inno nazionale, ricordavo tutta la mia infanzia": così parlava Gattuso qualche tempo fa in un'intervista a Vivo Azzurro Tv. Il presidente Gravina lo ha invece definito "un simbolo del calcio italiano, l’azzurro per lui è come una seconda pelle. Le sue motivazioni, la sua professionalità e la sua esperienza saranno fondamentali per affrontare al meglio i prossimi impegni della Nazionale". Giusto per capire il grado di attaccamento alla maglia.

    Anche per questo la FIGC ha guardato nella direzione di Berlino 2006. E anche per questo i ragionamenti, prima di virare decisi su Gattuso, avevano coinvolto pure De Rossi e Cannavaro, altri due protagonisti di quella indimenticabile estate tedesca.

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  • جاتوزوAFP

    MA IL CURRICULUM...

    Il problema è evidentemente un altro: non di sola grinta e appartenenza vivrà un allenatore. Servono i risultati, e diversamente da quando giocava Rino ne ha raccolti pochini durante la sua seconda vita in panchina.

    Promosso in prima squadra dal Milan nel corso della stagione 2017/18, Gattuso ha riportato i rossoneri sulla retta via, qualificandoli per l'Europa League e arrivando in finale di Coppa Italia. L'anno dopo ha chiuso quinto, a un soffio da un piazzamento Champions. Solo che da quel momento sono iniziati i guai.

    L'esperienza a Napoli, dove ha preso il posto del maestro Carlo Ancelotti, si è snodata in chiaroscuro: Gattuso ha portato una Coppa Italia in piena era Covid, vero, e alla fine ha fatto meglio del proprio maestro, ma i piazzamenti in campionato (settimo posto e poi quinto, con tanto di Champions League clamorosamente sfumata all'ultima giornata contro il Verona) hanno convinto De Laurentiis a interrompere il rapporto.

    Quindi il mancato approdo alla Fiorentina, il Valencia, il Marsiglia, l'Hajduk Spalato. Tutte e tre le esperienze sono durate troppo poco rispetto a quanto Gattuso avrebbe desiderato. L'ultima di queste, proprio in Croazia. E il fatto che il nuovo commissario tecnico dell'Italia allenasse nel campionato croato fino a pochi giorni prima fa decisamente strano.

  • LA MANCANZA DI ALTERNATIVE

    Il problema è che le alternative credibili scarseggiavano. Anzi: sono proprio svanite una dopo l'altra. Se Ranieri era il piano A della FIGC, a ruota ha perso consistenza anche il piano B, ovvero Stefano Pioli, che è ancora sotto contratto con l'Al Nassr e che a meno di sorprese tornerà alla Fiorentina.

    Tutti i big del nostro movimento erano già impegnati: Carlo Ancelotti in Brasile, dove peraltro ha appena conquistato la qualificazione ai prossimi Mondiali, Massimiliano Allegri al Milan, il grande ex Antonio Conte al Napoli. L'altro ex Roberto Mancini ha fatto pubblicamente mea culpa per essersene andato un paio d'anni fa, ma la FIGC non ha preso seriamente in considerazione l'opzione del suo ritorno.

    Chi restava? Gattuso, appunto. E De Rossi, e Cannavaro. Una strada alternativa, quella della nostalgia e di un legame indissolubile con l'azzurro, per provare a riportare lustro e brillantezza nel contesto dell'ennesimo momento storico complicato da gestire.

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  • SCELTA RISCHIOSA

    La scelta di puntare su Gattuso, ora ufficiale, è rischiosa anche per un altro motivo: perché, e questo è piuttosto evidente, non verrà accolta in maniera particolarmente favorevole da pubblico e critica.

    Se Luciano Spalletti era stato considerato unanimemente la miglior scelta possibile per raccogliere l'eredità di Roberto Mancini, in virtù soprattutto dello Scudetto appena stravinto col Napoli, Gattuso è reduce da tanti flop e poche gioie. E per questo dovrà prepararsi ad avere un metaforico fucile puntato addosso a ogni partita.

    L'ex centrocampista rossonero, insomma, dovrà dimostrare a tutti - alla gente, ai suoi datori di lavoro - quel qualcosa in più per tenersi stretto il posto. E andare addirittura al di là di una "semplice" qualificazione al Mondiale, che poi in realtà è tutt'altro che semplice ormai da anni.

    Troverà le macerie, Gattuso, e da lì dovrà ricostruire. Col "veleno", termine che lui stesso ama utilizzare, che mette in tutto quel che fa. Ma anche con la consapevolezza di avere tutto da perdere. Una missione ardua anche per uno come lui.

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