
Giocare in Serie A, specie per un difensore, è sempre stato una sorta di specializzazione in materia: l'Italia è considerata la patria dell'attenzione rivolta ai movimenti difensivi, tanto che bomber spietati all'estero qui da noi assumono le sembianze di normali attaccanti come ce ne sono tanti in giro. A 39 anni, Vangelis Moras gioca ancora nella sua Grecia, ma il meglio di sé lo ha offerto proprio sui campi da calcio nostrani, giocando - tra il 2007 e il 2017 - con le maglie di Bologna, Cesena, Verona e Bari.
Una carriera da onesto mestierante - non da Beckenbauer per intenderci - contraddistinta, purtroppo, da diverse tappe negative che hanno segnato la sua vita. Sfortuna, destino, fatalità: Moras ha dovuto fare i conti anche con le prove a cui è stato messo di fronte, alcune superate e altre no.
Non più il dribbling di un attaccante da sventare, non più un colpo di testa per spazzare l'area: Moras ha incontrato il senso della vita e lo ha guardato dritto negli occhi. Come nel marzo 2014, quando al fratello Dimitris viene diagnosticata una rara forma di leucemia durante una vacanza in Australia: le speranze di farcela sono poche ma Vangelis, senza pensarci due volte, a luglio dello stesso anno vola a Melbourne per donargli il midollo osseo e, magari, una chance di sopravvivenza.
Un gesto esemplare che non condiziona il suo fisico da calciatore, reso però vano dalla notizia più brutta che un essere umano possa ricevere: dopo una lunga battaglia durata oltre un anno, il cuore di Dimitris smette di battere nella notte tra il 17 e il 18 luglio del 2015. Vangelis è a pezzi e non riesce a darsi una spiegazione di tale tragedia: una serie di miglioramenti delle condizioni fisiche del fratello lo aveva rasserenato, salvo poi prendere atto del peggioramento improvviso della malattia che se lo è portato via.
Esperienza terribile che comunque gli lascia qualcosa in dono, ossia quella sensibilità verso un serio problema che lo porta a creare la fondazione 'Save Moras', dedita all'unione di tutti i potenziali donatori di midollo osseo che possono rivelarsi utili per salvare una vita umana.
E pensare che, pochi mesi prima, lo stesso Moras aveva rischiato di perdere la vita a causa di un incidente stradale avvenuto a Budapest, dove si trovava per onorare un impegno con la selezione ellenica assieme ai connazionali Fetfatzidis e Tachtsidis: scontro violento tra il taxi su cui i tre viaggiavano e un'auto, il cui conducente morirà in seguito al violento impatto tra i due mezzi.
GettyEppure Moras non si perde d'animo e, anno dopo anno, si conferma come uno dei difensori più affidabili del torneo, nonostante qualche incidente di percorso che nella carriera di un professionista può sempre capitare: il 16 novembre 2008, dopo un Siena-Bologna 1-1, lui e Davide Marchini si prestano al rito del lancio della maglia rossoblù verso i tifosi presenti in Curva, in quell'occasione allo stadio 'Artemio Franchi'.
Quel Bologna è una squadra che stenta, da poco presa in mano da un giovane tecnico di nome Sinisa Mihajlovic, che riuscirà poi a salvarsi soltanto sul filo di lana: la rabbia dei tifosi si tocca con mano, tanto che quelle casacche lanciate dai due giocatori diventano un modo per esprimere il proprio dissenso, rispedite ai mittenti con l'atteggiamento di chi non vuole saperne di vie di mezzo e affini.
Moras lascerà il club felsineo dopo quattro anni, nel 2011, per volare in Galles tra le fila dello Swansea: lì rimane pochi mesi, prima di tornare in Italia dapprima al Cesena e poi al Verona, trascinato alla promozione in A proprio come fatto in precedenza con il Bologna. La parentesi italiana si chiuderà definitivamente con il campionato di B 2016/2017 disputato a Bari, preludio al rientro in patria.
Riassumere la vita di una persona con poche parole non è mai semplice, ma nel caso di Moras potremmo parlare di un ragazzo dal cuore d'oro che non è riuscito a farsi il regalo più bello: non un trofeo ma la prosecuzione della vita del fratello Dimitris, più importante anche di una Champions League vinta. E forse è proprio per lui che Vangelis, alla soglia dei 41 anni, ha deciso da poco di smettere di correre dietro ad un pallone, facendolo fino alla fine come se fosse ancora il primo giorno.
