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Thomas Thorninger, il "killer sorridente": da "regalo al calcio italiano" a flop

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"Sapevo di avere allestito una buona squadra, ma quest'amichevole mi conferma che siamo davvero un gruppo molto forte. Quel Thorninger, poi, è un regalo che propongo al calcio italiano" [dalla 'Gazzetta dello Sport' del 4 agosto 1997].

Luciano Gaucci non sta nella pelle. Non vede l'ora di iniziare un campionato di Serie B che, nei suoi progetti, dovrà essere quello della rinascita. Perché il suo Perugia è appena retrocesso dalla A, terzultimo nel torneo precedente, ma si sta attrezzando in maniera piuttosto pesante per una rapida risalita. Il Grifo intanto ha appena battuto in amichevole al Curi i brasiliani del Grêmio, 2-0, a segno Bernardini e poi Rapajc. Ed questo a esaltare il presidente. Ma non solo.

È soprattutto “quel Thorninger” a stuzzicare le sue fantasie di gloria. Di nome fa Thomas, è un attaccante di movimento e non ha nemmeno 25 anni. Dovrà essere lui, danese di Aarhus, il volto nuovo del Perugia. E della Serie B. E magari, in un futuro neppure troppo lontano, pure del calcio italiano. Se lo augura Gaucci e se lo augura la dirigenza umbra, che qualche mese prima lo ha pescato proprio nell'Aarhus, anticipando anche la concorrenza dell'Ajax. Biondino, dai modi educati, Thorninger è un dottore: ha frequentato l'università e si è laureato in economia e commercio. Ma soprattutto pare essere un ottimo calciatore, o almeno è quello che sostengono i numeri: nel '96 ha vinto la classifica del campionato locale con 20 reti e spera di esordire nella propria Nazionale. Dopo ogni goal, è uno che si lascia andare a sorrisi a trentadue denti. Per questo in patria gli hanno affibbiato un soprannome decisamente curioso e altrettanto sinistro: “il killer sorridente”.

Di più: per un paio d'anni Thorninger ha giocato nel PSV, dopo essersi messo in mostra in giovanissima età con il Vejle. Per modo di dire, visto che in Eredivisie il campo non l'ha praticamente mai visto. Però al primo anno ha vinto una Supercoppa d'Olanda, da titolare e rimanendo in campo per tutti i 90 minuti. E poi, tutto fa curriculum. Specialmente pensando che il PSV di quegli anni non è esattamente una formazione banale: nella prima metà degli anni novanta, per dire, ha avuto alle proprie dipendenze due personaggi come Romario e poi Ronaldo.

È così che Thorninger si presenta all'Italia e a Perugia. Le credenziali sono più che buone, la voglia di fare gli esplode dal petto. E le prime amichevoli confermano che sì, il ragazzo ci sa fare.

"Quando in marzo firmai per il Perugia ero convinto di venire in Italia a disputare la serie A – racconta alla 'Gazzetta dello Sport' qualche giorno dopo la partita col Grêmio – La retrocessione, dunque, mi ha un po' spiazzato, ma poi ho saputo che nel gruppo ci sarebbe stato Bruno Versavel e ho capito al volo che il club aveva voglia di risalire senza indugi. Sì, lo ammetto, sono qui perché voglio la A e perché intendo, con prestazioni adeguate, guadagnarmi la convocazione nella Nazionale del mio Paese".

Attilio Perotti, l'allenatore che il Perugia ha scelto per la risalita, va oltre:

"È un fior di giocatore che sa porre le qualità personali al servizio del collettivo".

Calcio d'agosto non ti conosco. Appena il gioco si fa duro, Thorninger inizia a non giocare più. Scende in campo in Coppa Italia, sì. E anzi, è proprio lui a trovare il guizzo vincente per timbrare il 3-2 finale sul Napoli, formazione di categoria superiore. Poi Perotti gli concede spazio anche nella prima parte del campionato. Ma soltanto 4 volte da titolare e senza che il danese lasci mai il segno. Ironia della sorte, l'unica occasione in cui Thomas rimane in campo per tutti i 90 minuti coincide con il primo punto di svolta della stagione perugina: il Padova, ultimo in classifica, vince 3-1 al Curi e il tecnico si dimette.

Sarà una stagione strana, quasi paradossale. Il Perugia cambierà altre due volte allenatore: Perotti tornerà in panchina al posto di Albertino Bigon, la guida del secondo scudetto maradoniano, che a sua volta lo aveva rimpiazzato dopo il ko col Padova. E poi toccherà a Ilario Castagner completare l'opera. È promozione, alla fine. Decisivo uno spareggio contro il Torino, vinto ai calci di rigore sul neutro di Reggio Emilia. Ma Thorninger non c'è. Ha collezionato il suo decimo e ultimo spezzone a fine novembre, in un 1-1 contro il Chievo. E durante il mercato invernale se n'è tornato in Danimarca, dove lo ha accolto il Copenhagen.

Bocciatura. Senza attenuanti. E senza ripensamenti. Ma Thomas punta il dito altrove. Sono le tensioni nate in quelle settimane con la dirigenza del Perugia, dirà, ad aver portato alla separazione. Sono malesseri che nascono e crescono fuori dal campo, più che al suo interno. Anni più tardi, Thorninger parlerà all'emittente danese 'TV2' di presunte pratiche poco chiare, di giri d'affari in nero. Racconterà inoltre che "la prima volta mi sono recato a piedi a chiedere i soldi dello stipendio” nell'ufficio di Gaucci. Alla fine il presidente “ha trovato una busta di plastica e poi l'ha riempita di lire”.

“Questa è l'Italia. Erano dei banditi. Sembrava che l'unica cosa davvero importante fosse scambiare denaro nero. Compravano giocatori a parametro zero dall'estero e poi li rivendevano. Il calcio non aveva importanza in questo senso: l'importante è che ci fosse un giro d'affari. Accadeva ovunque, ci sono anche altri esempi. Ed è meglio non comprarsi una macchina: ti trattengono lo stipendio fino a quando non inizi a minacciarli”.

Il bello – oppure il brutto, dal suo punto di vista – è che anni dopo Thorninger ci riprova. Di nuovo in Italia, il paese che lo ha sedotto e poi tradito. Non è più un regalo al nostro calcio: è un attaccante che si è rifatto una vita al Copenhagen e al quale, nel 2001, un'Udinese sempre più esterofila ha deciso di dare una seconda chance. Ci riproviamo?, gli chiedono. E lui, testardo, accetta. Risultati? Da dimenticare. Ai margini della rosa dall'estate precedente, Thomas esordisce finalmente in Serie A nel febbraio del 2002, ironia del destino proprio contro il Perugia. Al Friuli finisce con un insipido 0-0 e il danese gioca gli ultimi 8 minuti, più i 4 di recupero concessi dall'arbitro Dondarini. Totale: 12. Rimarranno gli unici, prima del secondo foglio di via in pochi anni.

Di nuovo cattivi pensieri, dopo l'addio a Udine dell'estate 2002. Altre accuse. All'Italia, al nostro calcio, al modo di operare di certi dirigenti. Anni dopo il settimanale danese 'Tipsbladet' condurrà un'inchiesta sul lato oscuro del pallone e gli darà nuovamente voce. Ricavandone, in cambio, altri veleni e occhi increduli dietro occhialetti da professore.

“Ci sono tante cose oscure che accadono nel calcio italiano – dirà Thorninger, in riferimento anche all'insolito tesseramento di Saadi Gheddafi da parte di Perugia, Udinese e poi Sampdoria – In Serie A ci sono tanti giocatori dei quali pensi: aspetta, ma perché l'allenatore continua a metterlo in campo nonostante abbia giocato dieci brutte partite di fila? Il fatto è che un presidente o un direttore sportivo ricevono soldi da un agente per schierare un giocatore”.

Se l'Italia ha dimenticato Thorninger, dunque, Thorninger non ha dimenticato l'Italia. Mai. Anche dopo il ritiro, avvenuto nel 2005 con la maglia dell'Aarhus, la squadra del cuore dov'è rientrato per un ultimo ballo. Un rapporto nato male e concluso peggio. Due maglie indossate, uno spezzone di campionato in B, poco più di una decina di minuti in A. E tante accuse a cui nessuno ha mai replicato. Forse perché del ”killer sorridente” si sono tutti dimenticati ben presto.

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