Pubblicità
Pubblicità
Roque Santa Cruz Paraguay 2004 OlympiaGetty Images

Roque Santa Cruz, un paraguaiano alla conquista dell'Europa

Pubblicità

Il 6 luglio del 2022, un quarantenne decide di entrare nella storia dalla porta principale proprio quando pare che il suo tempo nel mondo del calcio si stia esaurendo. Prende palla al limite dell'area, leggermente spostato sulla destra, e inizia a saltare uno, due, tre avversari passandoci in mezzo, prima di scagliare la palla nella porta avversaria. È una rete stupenda. Ma non è per questo che sarà ricordata. E neppure per la partita in cui è stata realizzata, il ritorno degli ottavi di finale di Copa Libertadores tra Libertad e Athletico Paranaense. È l'uomo che l'ha messa a segno, Roque Santa Cruz, a essere ricoperto di un alone di leggenda.

Nel momento esatto in cui quel pallone varca la linea di porta di Bento, Santa Cruz ha 40 anni e 323 giorni. Quella sera diventa il calciatore più anziano di sempre a segnare in una partita della fase a eliminazione diretta della Libertadores, superando l'ex PSG Nenê, in rete un anno prima col Fluminense a 39 anni e 359 giorni. Poco importa – almeno da questo punto di vista, s'intende – che a passare ai quarti di finale alla fine siano i brasiliani di Luiz Felipe Scolari.

Santa Cruz, del resto, è uno dei pochi uomini bionici del pallone moderno. Ora che Zé Roberto ha smesso di giocare, in Sudamerica è lui a tenere in alto la bandiera dei quarantenni. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, giovanissimo, nell'Olimpia di Asunción è talmente più forte degli altri da essere portato in prima squadra a 15 anni, e poi da esordire appena ne ha compiuti 16. Non in una partita qualunque: in un clásico contro il Cerro Porteño. Alla fine degli anni novanta, Roque è l'uomo nuovo del calcio paraguaiano. Centravanti alto (supererà il metro e 90), forte, potente. Un senso del goal più sviluppato che mai. Osvaldo Dominguez Dibb, presidente dell'Olimpia, spara alto: “Non lo vendo per meno di 20 milioni di dollari”. Ma lo lascerà partire per 7, record locale. Al Bayern Monaco.

“Eravamo io e Karl-Heinz Rummenigge a casa di Dibb – ha raccontato Uli Hoeness, all'epoca direttore sportivo dei bavaresi – Con noi erano presenti altre 25 persone circa. Lui era tutto sudato, non la smetteva di entrare e uscire. La nostra offerta era di 10 milioni di marchi, ma lui la voleva in dollari. Così ce ne siamo andati. Aspettavamo un taxi, quando è venuto a cercarci di nuovo. Siamo rientrati, abbiamo trovato un accordo e nella sala c'erano già 30 o 40 giornalisti. Incredibile”.

È il maggio del 1999. Ai tempi non immagina, Roque, di poter concretamente lasciare un segno nel cuore della gente del Bayern. All'epoca è solo un ragazzino, di ottime speranze ma pur sempre un ragazzino. 7 anni più tardi, se ne andrà come uno dei giocatori sudamericani più apprezzati della storia del club. Anche se non ha mai avuto un posto da titolare assicurato. Anche se non è mai andato oltre le 5 segnature in una singola stagione di Bundesliga. È sempre piaciuto, Roque. Anche agli Sportfreunde Stiller, un gruppo rock, che nel 2004 lo hanno coinvolto in una canzone: “Ich, Roque”, ovvero “Io, Roque”. E poi è sempre piaciuto ai tifosi, soprattutto per quella costante volontà di lottare per la causa comune standosene al proprio posto. Senza polemiche, senza pestare i piedi a nessuno.

Roque Santa Cruz Bayern MunichGetty

Al resto, naturalmente, hanno sempre pensato i trofei. Il palmarès è piuttosto ricco, e del resto se giochi nel Bayern è difficile che accada il contrario. Dal 1999 al 2007, Santa Cruz si imbottisce di 4 campionati tedeschi e un paio di Coppe di Germania. Ma l'anno magico è il 2001: il Bayern supera il Valencia ai rigori a San Siro e Roque, pur rimanendo in panchina per tutti i 120 minuti, diventa il secondo paraguaiano della storia ad alzare la Coppa Campioni/Champions League dopo Baptista Agüero (Real Madrid, 1966). Farà il paio qualche mese più tardi con la Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo contro il Boca Juniors.

La Bundesliga gli è entrata talmente nella pelle che nel 2019, in un video divenuto virale, ha risposto in tedesco alla domanda di una giornalista dopo una partita di Libertadores giocata con l'Olimpia. Nel corso della storia, in realtà, il rapporto con la Germania ha dato adito anche a qualche sospetto. Nel 2002, ad esempio, Santa Cruz è compagno di Nazionale di José Luis Chilavert ai Mondiali di Giappone e Corea del Sud. Ironia della sorte, è il portiere a cui nel 1998 ha segnato la doppietta che ha definitivamente convinto gli osservatori del Bayern a puntare su di lui, in un Vélez-Olimpia valido per la Copa Mercosur. I due si sopportano, non è che si amino troppo. E quando il Chila becca Karl-Heinz Rummenigge nel ritiro dell'Albirroja di Cesare Maldini, proprio alla vigilia dell'ottavo di finale contro i tedeschi, gli stracci cominciano a volare.

“Roque ha finto un infortunio per beneficiare i tedeschi – racconterà Chilavert a 'Fox Sports' anni più tardi – Rummenigge è venuto nel nostro hotel per parlargli del rinnovo del contratto: che coincidenza. E poi gli ha chiesto di non giocare contro la Germania. Il Paraguay aveva uno squadrone, potevamo eliminare i tedeschi. E questo personaggio finge di essersi infortunato per dar loro un vantaggio. Mi ha deluso come calciatore e come persona. Ha beneficiato un altro paese al posto della nostra Nazionale”.

Chilavert si riferisce a quanto accaduto al minuto 28 di quella partita. Dopo un contrasto aereo, Santa Cruz inizia a zoppicare e chiede il cambio. Maldini non può far altro che accontentarlo, inserendo al suo posto Jorge Luis Campos. La Germania si imporrà per 1-0 grazie a un guizzo di Neuville a un paio di minuti dai supplementari, qualificandosi ai quarti di finale.

“Noi e la Germania alloggiavamo nello stesso hotel – si è difeso Santa Cruz – Rummenigge è semplicemente venuto a salutarmi, del resto era il presidente del mio club. Non è successo nulla. Abbiamo solo scherzato sulla partita. Secondo Chila il fatto che sia uscito dalla partita avrebbe avuto a che fare con il mio contratto: è una follia. Io ho la coscienza tranquilla. Chila è così, non condivido molte cose che dice però l'ho sempre rispettato come compagno di squadra”.

Se il rapporto con Chilavert si guasta, quello con la Selección rimane intatto. Con la maglia bianca e rossa giocherà anche il Mondiale del 2006, venendo nominato giocatore più... bello della manifestazione, davanti a Cristiano Ronaldo e David Beckham. Sono gli ultimi anni al Bayern, prima di trasferirsi al Blackburn Rovers. Contesto minore, ambizioni minori, spazio maggiore. Del suo biennio si ricordano le 19 reti in Premier League della prima annata, che gli valgono il premio di miglior giocatore stagionale del club, ma anche una partita persa per 5-3 in casa del Wigan il 15 dicembre del 2007: segna una tripletta lui e ne segna una pure Marcus Bent tra i padroni di casa, ed è l'unica volta nella storia della Premier che si verifica una simile coincidenza. Non solo: era dal 2006, dai tempi di Dwight Yorke (Aston Villa) che nel massimo campionato inglese un calciatore di una squadra sconfitta non realizzava un hat trick.

Nel 2007, a bussare alla porta di Santa Cruz e del Blackburn è il Manchester City. Che non è ancora il Manchester City odierno: è un'onesta formazione di media classifica costretta quotidianamente a convivere con i trionfi del grande United. Per averlo la dirigenza sborsa 17 milioni di sterline, ovvero 21 milioni di euro, cifra che fa di lui il giocatore paraguaiano più costoso di tutti i tempi. Però qualcosa sta cambiando. 12 mesi dopo l'arrivo di Santa Cruz il club passa nelle mani dello sceicco Mansour, iniziando una progressiva e inarrestabile campagna di rafforzamento. I gioielli della corona si chiamano Robinho e Carlos Tévez, primi e inediti botti di mercato.

Anche al City, come al Bayern, Santa Cruz gioca e non gioca. Vi resta un anno e mezzo, prima di passare di nuovo in prestito al Blackburn Rovers. Forse non è sufficiente per lasciare un marchio visibile sulla storia del club, moderna e non. Però i bei ricordi non mancano. Quando Noel Gallagher vola in Sudamerica per un concerto, per dire, i media paraguaiani lo incalzano: “Che cosa conosci del nostro paese?”. E lui: “Solo Roque Santa Cruz”. Una volta, invece, fa ascoltare a Tévez la canzone che ha scritto assieme alla cantante olandese Beate Alexandra. L'Apache lo guarda e se la ride: “Hai più chances di diventare una popstar che di giocare meglio a calcio”.

Lo dice per scherzare, Tévez. Ma gli anni successivi di Santa Cruz, proprio mentre il Manchester City ha finalmente cominciato a vincere, sono un continuo peregrinare tra latitudini differenti. Al Betis, intanto. Quindi al Malaga degli sceicchi, quello di Júlio Baptista e Ruud van Nistelrooy, progetto costruito in pompa magna e repentinamente abbandonato. E poi c'è anche una spruzzata di Messico (Cruz Azul). Ecco, a dire il vero in mezzo si presenta una sliding door. Ed è di quelle pesanti. Perché nel 2013, mentre è a Malaga, Santa Cruz riceve la chiamata del Tata Martino, ai tempi allenatore del Barcellona. Vuoi venire a giocare da noi?, gli chiede l'argentino. Colpo di scena: Roque ringrazia, ma declina l'offerta.

“Il Barça in quel momento era senza un 9 e avrebbe voluto acquistarmi – ha ricordato Roque in seguito – Io però credevo che avrei potuto creare dei problemi a Martino più che aiutarlo, perché lui stesso era sotto pressione da parte del club. Per cui non credevo fosse prudente per entrambi un affare del genere. Anche perché in quel momento la gente del Malaga mi vedeva come un idolo”.

Idolo lo è anche dei tifosi dell'Olimpia. O meglio, lo era. Perché il finale ha due volti. Il primo, nel 2016, è il ritorno a casa, al Decano del direttore sportivo Ricardo Tavarelli, che di Roque è anche il suocero. È un cerchio che si chiude dopo 17 anni, il campione che rientra dove tutto è iniziato per chiudere in modo giusto la carriera. Solo che non va esattamente così. Perché alla fine del 2021 il centravanti lancia la bomba: me ne vado. “Perché voglio essere ancora competitivo, non mi piace stare in una comfort zone in cui mi dicono che posso rimanere fino a quando vorrò”, dirà. A causa di un debito milionario del club nei suoi confronti, è la versione ufficiosa.

Il problema è che Santa Cruz non se ne va in una squadra qualunque. Poco dopo Natale diventa ufficialmente un nuovo giocatore del Libertad. Ovvero una delle due grandi rivali dell'Olimpia, assieme al Cerro Porteño. Apriti cielo: un paio di mesi dopo torna al Manuel Ferreira da avversario e sono fischi e insulti. Da idolo a traditore. Ma con quella prodezza in Libertadores, anche se inutile per il passaggio del turno, si è lasciato tutto alle spalle.

Pubblicità
0