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Ronaldo il Fenomeno: dall'esplosione al Pallone d'Oro nel 1997

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Doveva essere una semplice annata di transizione, ma ancora oggi sono in molti i tifosi del Barcellona a ricordarla come una delle più incredibili ed emozionanti di sempre.

Quella che si presenta ai blocchi di partenza della stagione 1996/1997 è una compagine blaugrana orfana di colui che dalle parti del Camp Nou era sempre stato considerato, e sarà sempre considerato, prima più che un semplice giocatore e poi più che un semplice allenatore. Dopo otto anni conditi di grande calcio, undici trofei (tra i quali anche la prima storica Coppa dei Campioni messa in bacheca dai catalani) e di intuizioni che cambiarono per sempre tanto la storia del club catalano, quanto quella dell’intero calcio mondiale, Johan Cruijff lasciò la sua panchina.

Una decisione, quella della leggenda olandese, che si abbatté come un terremoto sul mondo Barça, ma che era figlia di un rapporto così intenso da spingersi fino al logoramento. A detta di molti Cruijff, che in realtà già aveva immaginato il Barcellona che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità del suo Dream Team, individuando in Ryan Giggs e Zinedine Zidane due giovani promesse dalle quali ripartire, non ne poteva più del suo presidente Nuñez, almeno quanto (se non di più) Nuñez non ne poteva più di lui.

Un ciclo (il più importante sin lì della storia del Barcellona) si era quindi chiuso, ma nessuno poteva negare che quello lasciato in dote da Cruijff era un qualcosa di talmente grande da poter essere raccolto solo da pochi eletti. Per questo motivo, quando si trattò di individuare il suo successore, in casa blaugrana nessuno ebbe dubbi: sarebbe stato olandese, cresciuto nell’Ajax e avrebbe dovuto proporre un gioco che ben si sposava con il ‘Cruijffismo’, ovvero quella filosofia calcistica che dalle parti del Camp Nou era, ed è ancora oggi, religione.

Tutto fatto quindi, l’accordo con Van Gaal viene trovato in brevissimo tempo, ma c’è un problema: il tecnico è legato all’Ajax da un contratto che scadrà solo nel 1997 ed il suo club non ha alcuna intenzione di liberarlo.

Il Barcellona non demorde e decide di seguire la strada più lunga: attendere Van Gaal per un anno ed affidare nel frattempo la panchina al più classico dei traghettatori.

L’uomo giusto viene scovato in Bobby Robson. Si tratta di un tecnico molto diverso da Cruijff, ma ha esperienza da vendere. Ha 63 anni, ha iniziato ad allenare nel lontano 1968 e nel corso della sua carriera, oltre ad essere stato per otto anni commissario tecnico dell’Inghilterra, ha vinto moltissimo in Olanda e Portogallo.

Quello che si lega ai blaugrana è un allenatore che ha tante offerte sul suo tavolo, ma sente che quella del club catalano, è irrinunciabile. Ad attenderlo c’è un contratto di un solo anno, ma in passato ha già rifiutato due volte il Barça (una volta per non tradire l’Ipswich e l’altra per non tradire la sua Nazionale) e sa che una quarta occasione non gli si ripresenterà.

Nel momento stesso in cui appone la firma sul contratto che lo legherà al Barcellona, Robson cambia per sempre la carriera di colui che di lì a poco sarebbe diventato per tutti semplicemente il più grande giocatore del pianeta.

Ad attenderlo a Barcellona troverà un ambiente ostile, ma la cosa non lo scuote. Non parla una parola di spagnolo e il fatto che proponga un calcio fatto soprattutto di tanto contropiede, lo rende agli occhi di molti una sorta di usurpatore. Raccogliere l’eredità di colui che, per quanto fatto prima da calciatore e poi da allenatore, è da molti considerato il più grande genio della storia del calcio, non è semplice, ma Robson accetta la sfida con quella che è sempre stata una delle sue armi migliori: l’ironia.

“Non ho paura di arrivare al Barcellona dopo di Cruijff. Negli Stati Uniti, quando un presidente se ne va ne trovano sempre un altro”.

Il piano del tecnico inglese è semplice: per mettersi alle spalle due annate prive di soddisfazioni, il Barcellona deve cambiare volto. Pensa quindi ad un 4-2-3-1 e lo fa avendo già bene in mente quale sarà il giusto terminale del suo gioco.

In passato ha allenato in Olanda il PSV e non ha mai smesso di seguire la squadra con la quale ha vinto i suoi primi due campionati. Sa quindi che quella compagine in attacco può contare su un ragazzo di 19 anni che è reduce da una stagione condizionata da un infortunio al ginocchio, ma che in due anni si è permesso il lusso di far dimenticare ad Eindhoven un certo Romario, e l’ha fatto segnando qualcosa come 54 goal in 57 partite. Conosceva insomma alla perfezione Ronaldo.

“Il presidente mi disse ‘per vincere abbiamo bisogno di un attaccante di primo livello, sai dove ce n’è uno?’ Io risposi di sì ‘c’è un ragazzino al PSV che mi piace molto. Penso che sia un giocatore fantastico, ma potrebbe essere un rischio’”.

Il Barcellona decide di correrlo quel rischio e di versare nelle casse del PSV qualcosa come 20 milioni di dollari pur di far suo il gioiello brasiliano.

Il resto è storia. Quando Luís Nazário de Lima sbarca per la prima volta a Barcellona sono in molti a chiedersi se avrà la capacità di non avvertire sulle spalle il peso di una maglia come quella blaugrana, ma intanto le immagini che sono arrivate dall’Olanda raccontano di un qualcosa che non si era mai visto prima.

A scoprirlo da bambino fu una leggenda del calcio brasiliano, Jairzinho, che lo portò al Cruzeiro dove, dopo un brevissimo periodo di apprendistato divenne, a diciassette anni non ancora compiuti, titolare inamovibile in attacco. Le prestazioni sfornate nella sua unica stagione a Belo Horizonte gli valsero anche una convocazione per USA ’94, dove si sarebbe laureato campione del mondo pur senza mai mettere piede in campo.

Quello scelto dal Barcellona era quindi un ragazzo ancora giovane, ma che aveva alle spalle già una carriera fatta di diversi capitoli, e soprattutto faceva in campo cose che fino a quel momento potevano essere archiviate alla voce ‘Immaginazione’.

Esplosivo, veloce, chirurgico. Era inoltre dotato di una forza fisica che lo rendeva irresistibile nel corpo a corpo e a tutto ciò andava aggiunta anche un’altra caratteristica non da poco: trattava il pallone in velocità come nessuno aveva mai fatto fino a quel momento.

Il suo repertorio comprendeva giocate tipiche del calcio brasiliano, ma nella fredda Eindhoven - “Romario mi disse che lì c’erano solo il freddo e la Philips” - aveva imparato che la concretezza spesso poteva essere la migliore delle armi.

Non sorprende quindi il fatto che quando il 25 agosto 1996, colui che per tutti diventerà semplicemente O Fenômeno, scenderà per la prima volta in campo con la maglia del Barcellona per sfidare l’Atletico Madrid nella finale d’andata di Supercoppa di Spagna, lo farà avendo addosso gli occhi di tutti. I suoi primi 90’ ufficiali in blaugrana si chiuderanno con una doppietta e un assist che si riveleranno poi fondamentali per il suo primo trionfo in Spagna. Il primo dell’era Robson.

Bobby Robson Ronaldo Barcelona Cup WInners CupGetty Images

In campionato invece bisognerà attendere il terzo turno per la prima esultanza, ma dopo la rete realizzata contro il Racing sarà un ‘crescendo rossiniano’. Ronaldo inizia ad infilarsi nelle difese avversarie come una lama rovente nel burro, tanto che a tratti sembra semplicemente impossibile pensare anche solo di fermarlo.

Il Barcellona inizia a marciare con i suoi goal come non faceva da tempo ed il 12 ottobre 1996 le immagini che giungono dal Multiusos de San Lázaro di Santiago de Compostela lasciano il mondo senza parole. Il Barcellona è già avanti 2-0 quando Ronaldo recupera un pallone a centrocampo, resiste ad una carica, trascina un avversario che cerca di trattenerlo per la maglia, ne supera un altro in velocità, si incunea tra un paio di difensori in area e si sposta la sfera su quel destro con il quale non lascerà scampo al portiere Fernando Peralta. Robson non può far altro che alzarsi dalla panchina e mettersi le mani nei capelli chiedendosi ‘Come è possibile?’.

Il calcio ha trovato una nuova stella ed il Brasile, dopo una lunghissima attesa, può finalmente abbracciare colui che a detta di molti ha tutte le qualità per raccogliere l’eredità di Pelé.

“Il fatto di essere paragonato a lui è ovviamente bellissimo, è un grande onore essere accostato al giocatore del secolo. Pelé ha rappresentato tutto, ha raggiunto i massimi livelli. Era quella un’epoca diversa, ma lui resta la magia ed il mito”.

La stagione del Fenomeno si chiuderà con 34 goal in 37 partite di Liga (47 saranno quelli in 49 partite complessive), che gli valsero il titolo di capocannoniere oltre che la Scarpa d’Oro e il tutto verrà condito dai trionfi in Coppa del Re (con sei goal in quattro partite) e Coppa delle Coppe (con rete decisiva in finale contro il PSG). Un Triplete (in campionato i suoi goal varranno solo un secondo posto a due punti dal Real campione di Spagna) che gli consentirà di imporsi come giocatore di primissima grandezza, ma che non basterà a Robson per convincere il Barça a continuare a puntare su di lui.

“Robson è stata una leggenda del calcio e sono orgoglioso di aver lavorato con lui. Era una persona fantastica che si relazionava ai giocatori con grande umanità. A Barcellona mi parlava in portoghese perché non conoscevo lo spagnolo ed il mio inglese non era buono, è stato molto paziente con me. Sir Bobby per me è stato come un padre”.

Quello che a Barcellona nessuno può immaginare è che quelli realizzati nella stagione 1996/97 saranno gli unici goal di Ronaldo con la maglia blaugrana. Il suo exploit costringerà il club ad iniziare una trattativa per il rinnovo che andrà ad un passo dal chiudersi con quella sospirata firma che non arriverà mai.

I catalani, convinti di aver trovato il fuoriclasse che regalerà loro ogni tipo di trofeo in futuro, pensano ad un ricchissimo contratto fino al 2006, una sorta di accordo per la vita, ma quando si tratterà di mettere nero su bianco dopo una stretta di mano che c’è già stata, tra le parti si frappone un pranzo di troppo. Un pranzo che cambierà per sempre il volto delle cose. A raccontare come andarono le cose fu l’ex vicepresidente del club, Joan Gaspart.

“Ronaldo voleva restare al Barcellona, era felice e desideroso di rinnovare. Erano le tre del pomeriggio e per questo motivo abbiamo deciso di andare a pranzo e festeggiare il rinnovo di Ronaldo per poi tornare in ufficio e sottoscrivere l'accordo che avevamo raggiunto. E’ stato un errore perché se non fossimo andati a pranzo ma avessimo firmato per tempo Ronaldo sarebbe rimasto a giocare nel Barcellona. Uno degli agenti si assento per circa mezz'ora a causa di una telefonata e in quel momento non diedi importanza alla cosa, ma quando arrivammo nell’ufficio del presidente Nunez si iniziarono a creare degli ostacoli, volevano a tutti i costi rinegoziare l’accordo”.

Dall’altra parte del telefono c’era l’Inter che era pronta a tutto pur di regalarsi un sogno. Massimo Moratti aveva individuato in Ronaldo il Fenomeno chiamato a riscrivere la storia del club nerazzurro e pur di farlo suo era pronto a battere ogni record versando nelle casse blaugrana tutti i 48 miliardi di lire previsti dalla clausola rescissoria inserita nel contratto del ragazzo. Ad attendere il brasiliano a Milano ci sarebbe poi stato un faraonico contratto da 6 miliardi l’anno.

Quello che in una torrida estate del 1997 approderà in Italia, sarà il giocatore più forte del pianeta, oltre che più costoso della storia del calcio.

Il giorno del suo debutto in Serie A, è il 31 agosto 1998, l’attesa a San Siro sarà di quelle mai vissute prima, ma a ritagliarsi il ruolo di protagonista assoluto di una durissima sfida con il Brescia sarà un suo compagno di squadra del quale in Italia si sa ancora poco o nulla: Alvaro Recoba.

“Anche io ero al debutto quel giorno, ma ero solo un ragazzo che veniva dall’Uruguay, una sorta di attore non protagonista al fianco del Fenomeno. Ebbi la fortuna di entrare contro il Brescia e feci due goal. Il giorno dopo i giornali dissero che avevo salvato l’allenatore”.

L’allenatore di quell’Inter era Luigi Simoni, un tecnico che in qualche modo aveva molto in comune con Robson, ma che a differenza del collega inglese aveva allenato soprattutto formazioni provinciali. Ronaldo, la più grande stella del calcio mondiale, era quindi stato affidato alle sapienti mani di un uomo che, dopo una vita passata nel mondo del calcio, si riscopriva finalmente a tu per tu con la grande occasione tanto attesa.

Il binomio funzionò bene, tanto che come già accaduto un anno prima al Barcellona, una volta sbloccatosi, Ronaldo non si fermerà più.

Gigi Simone Ronaldo InterSocial

Le sue prime undici partite di Serie A saranno bagnate da ben nove reti, a dimostrazione del fatto che anche le arcigne difese nostrane non rappresentavano per lui un problema insormontabile e quindi, quando il 22 dicembre 1997France Football annuncia il nome del vincitore del Pallone d’Oro, nessuno resta stupito nell’apprendere che ‘Ronnie’ ha letteralmente sbaragliato la concorrenza, precedendo Mijatovic, il secondo classificato, di ben 150 punti.

Ronaldo in un colpo solo diventa il primo brasiliano a far suo il riconoscimento più importante al quale un giocatore può ambire, nonché il più giovane in assoluto (a 21 anni e 3 mesi, record ancora oggi imbattuto).

Giustizia in qualche modo era stata fatta, visto che solo dodici mesi prima si era piazzato al secondo posto preceduto di un soffio da Matthias Sammer. Non propriamente un fuoriclasse.

Anni dopo, Simoni ricorderà quanto straordinario fosse quel Ronaldo.

“E’ stato il miglior giocatore che abbia mai visto. Anche i suoi compagni sapevano che era speciale, quindi fin dal primo giorno a tutti fu chiara una cosa: siete tutti uguali tranne uno. Un ragazzo splendido, buono e sempre allegro. Lui si divertiva e noi ci divertivamo con lui. Ho imparato più io da lui, di quanto lui abbia imparato da me. Ha rivoluzionato il calcio, con la sua velocità ha cambiato il modo di giocare. E’ da lì che poi sono venuti i Messi e i Cristiano Ronaldo”.

Quella con l’Inter sarà una storia d’amore straordinariamente intensa, ma senza il lieto fine che in molti avrebbero immaginato. In nerazzurro vincerà subito una Coppa UEFA da grande protagonista, ma sarà quello l’unico trofeo messo in bacheca.

Due gravissimi infortuni cambieranno per sempre il suo cammino nel mondo del calcio e Ronaldo, sin lì sinonimo di Fenomeno, diventerà sinonimo di rimpianto. Rimpianto per ciò che a causa dei tanti stop e delle ginocchia martoriate non riuscirà più a far vedere.

Lo Scudetto lo sfiorerà qualche anno dopo, ma il sogno si trasformerà nel più grande rimpianto della sua carriera in un caldo pomeriggio domenicale del 5 maggio 2002.

Mesi dopo, quando ormai aveva già lasciato l’Inter e vinto il suo secondo Mondiale con il Brasile, per la seconda volta farà suo il Pallone d’Oro, ma questa volta sarà una cosa del tutto diversa. Sarà il trionfo di un campione capace di non arrendersi ai terribili infortuni, ma il primo Ronaldo era un’altra cosa.

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