Quando nell’estate del 1999 il Milan lo prelevò dalla Salernitana, in pochi probabilmente riuscirono a prevedere che quel centrocampista di appena ventuno anni si sarebbe un giorno guadagnato un posto tra i grandissimi della storia del club rossonero. Gennaro Gattuso era un ragazzo cresciuto nel Perugia, che aveva fatto un’importante esperienza in Scozia nei Rangers, che aveva alle spalle solo trentatré presenze in Serie A ed che era visto da molti come un mastino di mediana, non particolarmente dotato dal punto di vista fisico, che sopperiva con la grinta ad alcune lacune tecniche.
Gattuso si affacciava in un Milan che si era da poco laureato per la sedicesima volta campione d’Italia e che nella sua rosa annoverava campioni del calibro di Maldini, Albertini, Costacurta, Shevchenko, Weah, Boban, Leonardo e Bierhoff… solo per citarne alcuni. Per riuscire a ritagliarsi un posto in una squadra di quel livello bisognava avere qualcosa di speciale e Ringhio, questo il soprannome che lo accompagna ancora oggi, di speciale aveva moltissimo.
Quando arrivò al Milan lo fece con il chiaro intento di imporsi e di tenersi stretta la maglia rossonera. Questo è quanto gli imponeva il suo carattere e questo è quello che è riuscito a fare, visto che quei colori li ha lasciati solo dodici anni e dieci trofei dopo, quando ormai aveva già dato il meglio e pensava ad un futuro da allenatore.
Per anni cuore pulsante del centrocampo della squadra meneghina, ha vinto all’ombra del Duomo tutto ciò a cui un giocatore può aspirare e soprattutto è riuscito a creare un legame con una città ed un popolo intero che non verrà mai meno. Anche per questo motivo, quasi vent’anni dopo il suo primo approdo a Milano, un Milan reduce da un complicato avvio di stagione e da un divorzio con Vincenzo Montella, decide di affidare la sua panchina a quel ‘figliol prodigo’ che intanto, dopo aver già allenato Sion, Palermo, OFI e Pisa, ha deciso di ripartire dalla Primavera rossonera (“Sono tornato a casa”).
GettyL’esordio di Gattuso sulla panchina del Milan è datato 3 dicembre 2017 ed è coinciso con una partita rimasta a suo modo nella storia. I rossoneri, sono impegnati sul campo di un Benevento che fin lì non ha ancora fatto punti in Serie A e sono in vantaggio 2-1 quando al 95’ il portiere Brignoli si reinventa attaccante e segna di testa quella rete del 2-2 che si è ritaglia un posto nella memoria di tutti gli appassionati. Quel goal ha tutti i connotati del ‘divino presagio’: fa subito pensare ad una seconda parte di stagione di enorme sofferenza per i meneghini, ma la storia racconterà qualcosa di diverso.
La cura Gattuso avrà i suoi effetti, tanto che i rossoneri, pur non andando oltre il sesto posto in campionato, risulteranno essere la terza migliore squadra per punti fatti nel girone di ritorno (ben 39), alle spalle delle sole Juventus e Napoli. Alla soddisfazione per il buon cammino in Serie A, si aggiungerà poi anche quella più importante: superati gli ostacoli Verona, Inter e Lazio, il Milan si qualifica per la finale di Coppa Italia.
Tra Gattuso è il suo primo trofeo da allenatore, l’undicesimo in totale in rossonero, c’è solo la Juventus di Massimiliano Allegri. I bianconeri sono una macchina da guerra che, dopo aver sfiancato il Napoli, si avviano a conquistare l’ennesimo Scudetto e che prima di festeggiare il tricolore vogliono anche sistemare la ‘pratica’ Coppa.
La finale è fissata per il 9 maggio 2018 e Gattuso, all’Olimpico di Roma, disegnerà la sua squadra con quel 4-3-3 che poi è diventato un suo marchio di fabbrica: Donnarumma; Calabria, Bonucci, Romagnoli, Rodriguez; Kessié, Locatelli, Bonaventura; Suso, Cutrone, Calhanoglu.
L’avvio dei rossoneri è promettente e il primo tempo scivola via all’insegna dell’equilibrio tra occasioni da una parte e dall’altra. Anche nella ripresa il Milan parte forte, ma bastano otto minuti e un paio di errori gravi di Donnarumma per porre fine al sogno. Tra il 56’ ed il 63’ segnano due volte Benatia ed una Douglas Costa, mentre al 76’ è un’autorete di Kalinic a fissare il risultato sul definitivo 4-0. La Juventus piazza un doppio poker: quattro i goal fatti, quattro le Coppe Italia vinte di fila.
“Il risultato non premia certamente la nostra prestazione, ma chi sbaglia paga. Per 60’ la squadra ha fatto quello che doveva fare, nel primo tempo la Juve non ci ha mai impensierito. Le sconfitte vanno accettate e bisogna guardare avanti, abbiamo commesso qualche peccato di gioventù. Anche io sono un allenatore giovane. Ci assumiamo tutti le nostre responsabilità, ma non dobbiamo guardare solo al 4-0. Ciò che fa realmente male è dare una delusione così grande ai nostri tifosi”.
GettyGattuso vide sfumare nella maniera più amara la possibilità di ottenere il suo primo successo da allenatore e da allora è ancora in attesa che quel primo sospirato trionfo arrivi.
Da quel 9 maggio 2018 molte cose sono cambiate… lo stesso mondo è cambiato. Gattuso oggi siede sulla panchina del Napoli, altra big del calcio italiano presa in corsa con l’obiettivo di riportarla in alto, ma come alla sua prima annata alla guida del Milan, è riuscito ad arrivare al primo colpo alla finale di Coppa Italia dove, ad attenderlo come allora, c'è un ultimo grande ostacolo da superare chiamato Juve.
Dall’altra parte ci sarà quel Maurizio Sarri che in passato ha a lungo inseguito un trofeo in azzurro e che adesso proprio alla guida di quei bianconeri che tante volte gli si sono messi di traverso, cerca il suo primo trionfo italiano.
Gattuso la sua chance se l’è guadagnata e il destino gli ha riservato la possibilità di prendersi la più classica delle rivincite. Sarà il campo a dire se ci riuscirà o meno.


