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Yaya Touré ManciniGoal

'Ossessione' Yaya Touré per Mancini: dalla convivenza al City al mancato ritrovo all'Inter

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Non è affatto raro che un allenatore si affezioni ad un suo giocatore, fido scudiero pronto a seguirlo in ogni battaglia sportiva: c'è chi li chiama 'pupilli', chi invece si riferisce a loro col termine 'cocco del tecnico' che sa tanto di raccomandazione e poca meritocrazia, come se la presenza in campo fosse scontata a prescindere.

Non è questo il caso di Yaya Touré, che campione lo è diventato grazie al duro lavoro e, ovviamente, alle sue immense doti tecniche che gli hanno spalancato le porte del grande calcio europeo: al Manchester City è considerato ancora oggi una leggenda dopo l'addio avvenuto nel 2018, ed è proprio qui che ha avuto modo di lavorare con lui Roberto Mancini.

Un rapporto iniziato nel 2010 con l'approdo dell'ivoriano tra le file dei 'Citizens', all'alba di un progetto che si sarebbe rivelato vincente col passare delle stagioni e dei trofei conquistati, molti dei quali nel segno di Yaya Touré che diventa subito il pilastro del centrocampo, imponendosi grazie ad una forza fisica fuori dal comune che lo rende un giocatore moderno, 'box to box' per intenderci.

Yaya Tourè Roberto Mancini Manchester City

Un vero e proprio toccasana per Mancini che, a partire dal 2013 (anno del divorzio dal City), inizia a coltivare l'idea di poter lavorare nuovamente con Yaya Touré un giorno, ricomponendo una coppia vincente in campo e fuori. Nasce una sorta di sana 'ossessione' che lo porta a desiderare l'ex Barcellona ovunque vada: ma è col ritorno all'Inter che l'occasione per i due di riabbracciarsi si fa concreta, dando vita ad un tormentone di mercato che si sarebbe poi risolto con un nulla di fatto.

L'estate 2015 rischia di essere quella decisiva, quella buona per far sì che la premiata ditta si ricomponga: l'Inter è alla ricerca di un centrocampista in grado di far compiere il salto di qualità all'intero reparto e il profilo di Yaya Touré calza decisamente a pennello. Giorni, settimane di ipotesi che però svaniscono nel nulla con la scelta di puntare sul più giovane Geoffrey Kondogbia, acquistato a peso d'oro dal Monaco.

Un colpo al cuore per Mancini che avrebbe fatto di tutto pur di accogliere il suo figliol prodigo a Milano: forse avrebbe addirittura rinunciato ad una parte del suo ingaggio per agevolare la trattativa con il Manchester City, che però non ha la minima intenzione di cedere il suo simbolo. Una ricostruzione fatta dallo stesso Yaya Touré in un'intervista di un paio di anni fa.

"In passato fui vicino all'Italia, per il mio passaggio all'Inter mancava davvero poco. Saltò tutto all'ultimo minuto, col City che si oppose alla mia cessione. Mancini è una persona speciale e per lui nutro grande rispetto: di solito ci sentiamo quando mi chiama dopo le partite".

Roberto Mancini Inter Palermo Serie A 06032016Getty

L'ammirazione del 'Mancio' per Yaya Touré è riassunta in questo episodio raccontato da Micah Richards ai microfoni di Goal: un'assuefazione che rischiò di mettergli contro l'intero spogliatoio del City, stanco di sentirsi ripetere quanto l'ivoriano fosse importante per gli equilibri di una squadra che poteva comunque contare su tante altre stelle.

"Ricordo bene che dopo una sconfitta con l’Everton, nel periodo in cui Yaya non c’era, Mancini causò quasi una terza Guerra Mondiale nello spogliatoio. Ci disse: ‘Non potete farcela senza Yaya’. Lo spogliatoio esplose, non ho mai visto nulla di simile. Volevamo tutti aggredire Mancini".

L'ultimo tentativo di portare Yaya Touré all'Inter, Mancini lo fece nel 2016 ed ebbe l'esito negativo del precedente: forse fu questa una delle cause che lo spinsero a lasciare la guida della squadra a pochi giorni dall'inizio del campionato, cedendo il testimone all'evanescente Frank de Boer.

Col passare del tempo l'infatuazione deve essersi attenuata, anche se le strade dei due difficilmente potranno ricongiungersi in panchina: l'uno è immerso nel ruolo di ct azzurro, l'altro ha da poco iniziato la sua avventura da allenatore prima nello staff dell'Olimpik Donetsk e poi come vice al Akhmat Groznyj. Chissà che un giorno non possano tornare a lavorare insieme condividendo la stessa panchina: con compiti diversi e una stima reciproca che rimarrà per sempre.

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