Sguardo divertito, battuta sempre pronta a schizzare dalle labbra, un amore per il “beautiful game” mai sopito nemmeno dopo il ritiro. E, naturalmente, un curriculum da far impallidire chiunque. Campionati, coppe, un'ottantina di presenze con la propria Nazionale. Guardi Patrice Evra e pensi a questo: a un vincente, a uno che ce l'ha fatta. Monaco, Manchester United, Juventus, Francia. Tra un trofeo e l'altro, roba da farci quasi un'indigestione. Però una volta esisteva un altro Patrice Evra: un giovane sperduto che, nemmeno maggiorenne, decideva di cercar fortuna lontano dalla sua Dakar, dov'è nato, e dalla sua Francia, dov'è cresciuto. L'Italia il punto di approdo, una quindicina d'anni prima dell'esperienza in bianconero.
Marsala, Sicilia. Serie C1. È lì che, più di due decenni fa, inizia la vera storia calcistica di Evra. Il futuro terzino della Francia ha 17 anni e ha tentato di sfondare nel PSG, che ha però deciso di non tesserarlo, e poi nel Torino. La grande chance gli viene così offerta dai lilibetani, appena promossi dalla C2. "Cioccolatino azzurro", lo chiamano affettuosamente laggiù. I compagni di squadra sono Pensalfini, poi al Sassuolo, l'ex pescarese Di Già in corso d'opera e il terzino Zeoli, campione delle Universiadi qualche settimana prima. 3 goal in 24 presenze nella sua unica stagione nell'isola, recitano i tabellini, prima del trasferimento al Monza in B. Con un episodio curioso: la sfida contro... Fabio Paratici.
La data è l'8 novembre 1998, nona giornata del girone B della C1. Marsala contro Palermo, derby infuocato. I padroni di casa hanno perso smalto dopo un buon avvio di campionato; i rosanero, ripescati dalla C2, hanno sogni di gloria. C'è anche il giovanissimo Evra nella rosa dei padroni di casa. Il transfer della FIFA per il suo trasferimento da minorenne in Italia tarda ma, quando arriva, il tecnico Cuttone non indugia. Accade anche col Palermo: Patrice siede inizialmente in panchina, ma poco dopo il quarto d'ora della ripresa, coi rosanero avanti per 1-0 e padroni del campo, prende il posto di Tripodi. Va a piazzarsi alto a sinistra, perché terzino lo diventerà solo qualche anno più tardi a Nizza. La mossa della svolta, così raccontata ai tempi dalla 'Gazzetta dello Sport':
Evra "sulla sinistra diventa spesso irresistibile con i suoi guizzi. Il palermitano Vicari è costretto a fare il marcatore su di lui, tanto che Morgia sposta su quella fascia Puccinelli per avere un altro uomo in grado di affondare”.
Insomma, questo Evra pare proprio saperci fare. E ad accorgersene è anche una delle riserve che quel pomeriggio siedono sulla panchina del Palermo: Fabio Paratici. Non è un omonimo: è quel Paratici, attuale Chief Football Officer della Juventus ed ex direttore sportivo bianconero. Ha 26 anni, è sbarcato in Sicilia dal Novara e un anno e mezzo prima era passato brevemente proprio per Marsala. Carriera onesta, la sua. Lui stesso non ha mai avuto problemi ad ammetterlo.
"Non ero molto bravo, al massimo sono arrivato in Serie C. Poi sono finito in C2 e lì ho capito che da calciatore avevo già dato. A 31 anni ho smesso”.
In quella stagione, il 1998/99, Paratici scende in campo 26 volte senza segnare. Ma rimane in panchina anche nel derby di ritorno, disputato al Barbera il 21 marzo 1999, con il Marsala che va in vantaggio nel primo tempo con Calvaresi e il Palermo che lo riprende per i capelli con Finetti in pienissimo recupero. Ancora una volta, uno dei protagonisti è Evra: stavolta gioca dall'inizio, mette più volte in ambasce la difesa di casa e si guadagnerebbe pure un rigore, che il signor Mazzoleni di Bergamo – un altro destinato a un futuro d'alto livello davanti a sé – non gli concede.
La stagione termina in maniera dolce-amara per entrambe. Il Palermo, partito per disputare la C2 e inserito in C1 dopo il fallimento dell'Ischia, chiude secondo a due soli punti dalla sorprendente Fermana e si arrende al Savoia nella finale playoff. Il Marsala si piazza quindicesimo e non riesce a evitare i playout, vinti contro la Battipagliese. Ma retrocederà lo stesso 12 mesi più tardi, chiudendo all'ultimo posto. Le due siciliane si ritroveranno di fronte 20 anni più tardi, in Serie D, nel settembre del 2019 e poi nel gennaio del 2020: due vittorie su due per il Palermo, capolista del raggruppamento prima dello stop.
Salto in avanti anche per Evra e Paratici. Estate 2014: il francese ha appena rinnovato col Manchester United, ma la Juventus riesce lo stesso a portarlo a Torino. Il direttore sportivo bianconero è proprio lui, l'ex avversario dei derby siciliani, presente assieme a lui e a Beppe Marotta nella conferenza di presentazione. Durante la quale Patrice ha uno slancio di nostalgia nei confronti di Marsala e del Marsala, la città e il club che lo hanno accolto quando non era altro che un ragazzino in cerca di un futuro.
“Devo ringraziare l'Italia perché è il paese che mi ha aperto le porte al calcio professionistico. A Marsala ho i ricordi più belli, a Manchester vinto tutto, ma quando sono arrivato in Sicilia ero un ragazzino di 17 anni e mi sono sentito in famiglia. E come una famiglia sono i miei agenti, che ho incontrato a Monza. Avevo fatto un provino nel Toro e mi volevano tenere, ma c'era un osservatore del Marsala, che mi ha chiesto se avessi voluto provare a fare il salto nel calcio professionistico e mi sono tuffato. Essere tornato ora non è una rivincita, ma anzi è la dimostrazione della volontà di ringraziare il Paese che mi ha aperto le porte quando avevo 17 anni”.
L'avventura alla Juve di Evra non inizia nel migliore dei modi. Patrice fatica a ingranare, fatica a ritrovarsi in un ambiente completamente diverso. Ed è qui che, ancora una volta, entra in gioco Paratici. Non più da avversario, stavolta, ma da dirigente capace di toccare le corde giuste.
“Per i primi due, tre mesi ero depresso, sempre arrabbiato con tutti, non avevo metabolizzato il distacco dallo United, una squadra che è nel mio sangue – diceva Evra in un'intervista alla 'Gazzetta dello Sport' di qualche mese fa – Rendevo al 30% del mio potenziale, in difesa giocavamo a tre e non a quattro e poi mi ero infortunato in allenamento, cosa che non mi era praticamente mai successa prima. Al mio rientro, in società si iniziava a dire che Evra non era più quello di una volta. Lo affermò Paratici, con il quale ho un rapporto molto franco. Quella fu la molla che mi permise di conquistare la Juventus e i suoi tifosi: volevo dimostrare chi era il vero Patrice Evra. E così quell’anno arrivammo a un passo dalla Champions”.




