Manlio Scopigno, l'allenatore filosofo cacciato da Cagliari per una pipì

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Manlio Scopigno Luigi Riva Cagliari Serie A
Imprese, aneddoti e battute dissacranti: la storia di Manlio Scopigno, l'allenatore che nel 1969-70 portò lo Scudetto a Cagliari.

Oggi 12 aprile ricorre il cinquantesimo anniversario dello Scudetto del Cagliari. Ci sono allenatori che pur non avendo vinto molto, hanno fatto la storia del calcio italiano per un'unica straordinaria impresa e per il loro modo di intendere e concepire il gioco del pallone. È questo il caso di Manlio Scopigno, capace di portare in pochi anni il Cagliari ai vertici della Serie A fino a conquistare lo storico Scudetto del 1969-70 in un'epoca in cui Inter, Milan e Juventus la facevano da padrone.

Il tecnico friulano, classe 1925, fu un precursore dei tempi moderni, e oggi può a ragione essere definito come una sorta di mix fra uno Zeman e un Mourinho ante-litteram. Dissacrante, pungente e mai banale, con le sue battute e il suo modo di fare stravagante, anticonformista e rivoluzionario per l'epoca, sapeva farsi amare dai suoi giocatori e spiazzare media e avversari. Nato a Paluaro, in provincia di Udine, Scopigno da giovane si divideva fra la carriera da calciatore e gli studi in Filosofia. Giocava da terzino destro, e nel frattempo frequentava l'Università.

Dopo gli esordi con il Rieti, in C e in B, si mette in mostra con la Salernitana, sempre in serie cadetta, e viene ingaggiato dal Napoli nel 1951. La sua carriera sembra avviata in maniera brillante quando, in seguito a un brutto incidente di gioco durante una sfida casalinga contro il Como, si rompe i legamenti del ginocchio poco dopo aver segnato l'unico suo goal in Serie A. Un'autentica mazzata, perché la sua carriera da calciatore, viste le conoscenze mediche dell'epoca, può ritenersi di fatto finita. E così è, visto che Scopigno fa solo qualche presenza nel Catanzaro prima di appendere definitivamente le scarpe al chiodo e abbandonare anche i suoi studi universitari.

"Avevo 26 anni e io, con quel maledetto incidente, ero irrimediabilmente finito. A quel punto mi posi questa alternativa: mi laureo o faccio l'allenatore? Alla laurea pensavo come all'ultima risorsa, perché uno quando perde il ritmo dello studio è difficile possa riacquisirlo. A meno che non rinunci a tutto il resto. Dopo due anni di alti e bassi la mia gamba era guarita. Tornai a Rieti e mi accordai con i dirigenti della società locale per fare l'allenatore-giocatore", spiegherà poi il tecnico di Paluaro.

Per Scopigno è l'inizio di una nuova vita. Dopo le esperienze con il Rieti, il Todi e l'Ortona nelle Serie minori, l'amicizia con Lerici lo porta a fare il suo secondo a Vicenza nel biennio 1959-61. Nel 1961 Lerici è però esonerato e arriva il momento di Scopigno. L'allenatore friulano resta alla guida del Lanerossi fino al 1965 e ottiene due ottimi piazzamenti: un 6° e un 7° posto che portano il Vicenza fra le migliori provinciali d'Italia. Scopigno ha delle intuizioni geniali, e non mancano gli aneddoti.

Come quello un po' macabro con protagonista il presidente Farina. 

"Eravamo al Gallia, al presidente del Vicenza, Farina, offrono Nuti, un centravanti che ha giocato qualche partita anche nella Fiorentina. Però, non lo conosce, viene da me e mi chiede: 'Senti, qui c'è il padre di Nuti. Mi offre suo figlio. Tu come lo giudichi?'. 'Ah, - faccio io, - è come Levratto', gli rispondo. 'Allora è forte', sorride Farina. 'No, - spiego io - dico, è morto. Calcisticamente, s'intende'. Beh, Farina si è offeso..." . E così per tutti Scopigno diventa 'Il Filosofo'.

Il Bologna nel 1965 decide di puntare su di lui per costruire un nuovo ciclo dopo l'addio di Bernardini. Ma l'avventura in Emilia non decolla, i risultati non arrivano e Scopigno viene esonerato senza troppi complimenti con un telegramma del presidente Goldoni. Dopo aver ricevuto il telegramma, il tecnico commenta, senza batter ciglio:

"Ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato...". 

La delusione con gli emiliani viene però dimenticata in fretta, visto che la stagione seguente gli viene affidata la panchina del Cagliari, che appena qualche anno prima aveva conseguito la sua prima promozione in Serie A. Scopigno sbarca così in una Sardegna in cerca di riscatto da un passato fatto di arretratezza economica e dal grave problema del banditismo, se ne innamora e trova terreno fertile per le sue idee calcistiche, oltre a un diamante grezzo: Gigi Riva da Leggiuno, con cui stabilisce un feeling incredibile e che trasforma da ala sinistra pura a centravanti capace di svariare sul fronte d'attacco.

In campo il Cagliari vola, lottando alla pari con le grandi. Ma Riva si rompe la gamba sinistra in Italia-Portogallo, e i sardi alla fine devono accontentarsi di un pur onorevole 6° posto finale, che li porta per la prima volta della loro storia in Europa. Scopigno viene premiato con il rinnovo del contratto, e dopo il campionato il Cagliari viene invitato a partecipare a una tournée negli Stati Uniti, che chiude con un 3° posto finale. 

Oltre oceano sorgono però degli attriti con il presidente rossoblù Enrico Rocca: i giocatori minacciano la rimpatriata, chiedendo un aumento di ingaggio, e Scopigno prende le loro difese esponendosi in prima persona con la società. Una sera la squadra viene invitata a una festa all'Ambasciata italiana a Chicago. Il tecnico friulano esagera un po' con il whisky, altra sua grande passione, e ha un bisogno urgente. Chiede così alla padrona di casa dove si trova il bagno. Lei per scherzo gli indica il giardino, e lui, senza fare una piega, ci va, e lasciando tutti a bocca aperta, urina dietro un cespuglio.

Apriti cielo, spalancati luna. Lo scandalo arriva fino in Sardegna, e così, al rientro con la squadra dagli States, dopo che il tecnico rossoblù riceve il Seminatore d'oro come miglior allenatore della stagione, Rocca lo telefona una sera per un avere chiarimento. La risposta di Scopigno lascia però il numero uno dei sardi a bocca aperta:

"Presidente, si sbrighi, ho la minestra nel piatto e non vorrei farla freddare".  

La mattina dopo all'allenatore arriva la lettera di licenziamento. In quella stagione la panchina del Cagliari è affidata a Ettore Puricelli, ma nel 1968 il nuovo presidente Efisio Corrias richiama Scopigno alla guida della squadra. Ed è nei 4 anni della sua seconda avventura nell'isola che il tecnico friulano compie il suo capolavoro calcistico. Il Cagliari diventa infatti una squadra di vertice della Serie A, in grado di lottare per lo Scudetto. I rossoblù ci vanno vicini già nel 1968-69, quando con un pizzico di sfortuna perdono il duello con la Fiorentina. Ma è la stagione 1969-70 quella giusta per l'impresa.

Le basi di una squadra capace di avere la meglio sulle big del Nord sono gettate in estate. Partono Longo, Longoni e il centravanti Boninsegna, che per le sue caratteristiche spesso finiva per pestarsi i piedi con Riva. 'Bonimba' è ceduto all'Inter, e con un assegno da 220 milioni i sardi si assicurano dal club nerazzurro anche l'ala Angelo Domenghini, il giovane centravanti di manovra Bobo Gori e il terzino Poli. Dalla Fiorentina arriva un altro terzino, Mancin, mentre dall'Atalanta i rossoblù prelevano l'ala Nastasio.

Scopigno riesce ad amalgare in modo perfetto il gruppo, costruendo una squadra unita e perfetta per supportare le qualità del fuoriclasse Riva. Fra i pali gioca Ricky Albertosi, la difesa è granitica, con Martiradonna e Zignoli terzini, Niccolai stopper e Tomasini libero. A centrocampo il sapiente Cera, il regista Greatti, il brasiliano Nené, trasformato da centravanti a mezz'ala di classe, e l'instancabile Domenghini. Davanti Gori a fare da apripista a 'Rombo di Tuono'. Il Cagliari prende la vetta della classifica alla 5ª, per non lasciarla più. 

I sardi incappano però in una trasferta sfortunata il 14 novembre a Palermo. I siciliani vincono 1-0 grazie a un goal di Troja. Nella ripresa il solito Riva pareggia, ma l'arbitro annulla per fuorigioco di Martiradonna, accasciato a terra vicino alla bandierina del corner. Scopigno non crede ai suoi occhi, si infuria con il guardalinee Cicconetti e viene espulso. A fine partita lo avvicina mentre esce dal campo, con i giocatori rosanero che festeggiano, e ci va giù pesante:

"Quella bandierina farebbe meglio a infilarsela nel c***. Perché non va anche lei a prendersi gli applausi in mezzo al campo? Con la testa di c*** che si ritrova non dovrebbe andare in giro, ma stare a casa a fare il pupazzo". 

Parole forti, che portano il Giudice Sportivo il 23 dicembre a squalificare il tecnico rossoblù per ben 5 mesi, poi ridotti a quattro, "per avere rivolto a un guardalinee una frase gravemente irriguardosa, immediatamente seguita da una frase di triviale ingiuria, poi ripetuta alla fine della gara". Di fatto Scopigno sarà costretto a seguire i suoi da dietro una recinzione fino a fine stagione. A gennaio i rossoblù perdono anche il libero Tomasini, e le cose sembrano girare storte. 

Il tecnico friulano ha però un intuizione geniale, arretrando Cera nel ruolo di libero e inserendo in mezzo al campo Brugnera. Così il Cagliari non ne risente, e dopo essersi laureato campione d'inverno, rintuzza il ritorno della Juventus e il 12 aprile del 1970 si laurea campione d'Italia. Il tutto senza il suo allenatore in panchina, dato che Scopigno deve seguire fra il pubblico anche la festa promozione: un vero e proprio record. Tanto che qualcuno sosteneva che quella squadra avesse vinto da sola. Nulla di più sbagliato. Perché Scopigno, pur dietro le quinte, fu l'artefice di quel trionfo storico, cementando il gruppo con il suo modo di essere  

"Sì, sono mancato per 16 partite, ma la squalifica si è di fatto ridotta alla mia assenza dalla panchina. Ho diretto gli allenamenti, ho scelto la formazione, ho guidato egualmente la squadra sia pure attraverso l'ottimo vice Conti. L'allenatore in panchina conta, ma il Cagliari non ne ha davvero sofferto", spiegherà poi.

Un vero e proprio capolavoro sportivo il suo, ottenuto attraverso il gruppo e la scelta di non fare mai un ritiro. 

"Lo fanno le squadre che stanno per retrocedere, e poi retrocedono lo stesso. E allora tanto vale non farli". 

Celebri, di quella stagione magica, restano alcuni aneddoti. Come quella volta che sorprende Riva, Albertosi, Gori e Poli a fumare come turchi in una camerda d'albergo mentre giocano a poker alla vigilia di una sfida importante. Scopigno verso l'una di notte bussa alla porta, e poi entra e dice: "Almeno invitate gli amici quando si fa festa". Vedendo tutto quel fumo si siede sul letto e chiede: "Disturbo se fumo?". I giocatori stanno zitti, sicché il tecnico aggiunge: "Però è l'ultima, anche per voi". Il giorno dopo il Cagliari vince 3-0. 

Dopo lo  Scudetto del 1970, Scopigno sfiora il bis, ma il nuovo grave infortunio di Riva vanifica tutto. Nel 1972 lascia la Sardegna, prendendosi un anno sabbatico. Nel 1973-74 la Roma decide di puntare su di lui, ma abbandona la panchina dopo soli 4 punti in 6 giornate (giusto in tempo per far debuttare il giovane Di Bartolomei) e il declino è fulmineo. Torna a Vicenza, ma non evita la retrocessione e nella seconda stagione una strana malattia lo costringe a letto per alcuni mesi. Quando ritorna, la sua carriera da tecnico è giunta al capolinea: nessuno lo chiama più e il mondo del calcio si dimentica rapidamente di lui.

"Il calcio è un castello le cui fondamenta sono le bugie. Io dico pane al pane e brocco al brocco e passo per un tipo bizzarro. Tutti gli altri, dal mago Helenio al mago di Turi passando per l'asceta Heriberto, sono tipi regolari", sosteneva 'il Filosofo'.

La sua vita terrena si conclude, dopo due infarti, il 25 settembre 1993 all'Ospedale di Rieti. Di lui resterà sempre l'impresa con il Cagliari e le geniali battute.

"Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne che vedere Niccolai in mondovisione", esclamò una volta accendendo la Tv in occasione dei Mondiali di Messico '70. 

 "Se avessi un'altro cognome, saresti già in Nazionale", scherzò in un'altra occasione con il terzino Martiradonna.

Era così Manlio Scopigno, unico, irriverente e geniale, capace di abbattere i luoghi comuni del calcio e di innovarlo con le sue intuizioni tecnico-tattiche. La sua carriera è stata tanto esaltante quanto breve, ma la leggenda dell'allenatore-filosofo resterà immortale.

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