Uno belga con venature congolesi, l'altro brasiliano puro. Uno mancino, l'altro no. Uno centravanti grande, grosso e potente, l'altro leggiadro come una maestosa gazzella. Uno campione, l'altro fenomeno. Anzi, Fenomeno. Con la effe maiuscola. Le differenze, sostanzialmente, si riducono a questo. Perché poi si vanno ad analizzare le analogie tra Romelu Lukaku e Ronaldo, numero 9 e numero 9 per una volta prestato al 10, scoprendo quanto simili siano e che impatto devastante abbiano avuto le rispettive stagioni d'esordio – 1997/98 il brasiliano, 2019/20 il belga – con la maglia dell'Inter.
I numeri, innanzitutto. Ronaldo 34 goal in tutte le competizioni, dei quali 25 in campionato, 34 anche per Lukaku (23 in A). Il Fenomeno giocò leggermente meno, anche perché la Serie A di allora era a 18 e non 20 squadre: 47 partite contro 51. A proposito: uno stakanovista, il belga. Solo Zanetti ed Eto'o, entrambi nel 2010/11, hanno collezionato più caps stagionali di lui nella storia nerazzurra.
Sarà un caso, ma anche i risultati dell'Inter di 22 anni fa e di quella odierna sono praticamente identici: secondo posto in campionato davanti alla Juventus e finale in Europa, Coppa UEFA allora ed Europa League oggi, che poi – al netto del cambio di denominazione – sarebbero pure la stessa cosa. Parigi fu dolce per i nerazzurri e per quella celeberrima maglia a strisce orizzontali: 3-0 alla Lazio e timbro finale di Ronaldo, con un mortale doppio (o triplo? O quadruplo?) passo su Marchegiani passato alla storia.
Ad accomunare il Ronaldo di due decenni anni fa e il Lukaku di oggi, poi, è la loro imprescindibilità. Gigi Simoni si ritrovava a gestire una squadra forte ma non fortissima, nella quale il numero 10 era il punto di riferimento unico e assoluto, colui da usare come stampella nei momenti più complicati. Per capire la considerazione che il belga riveste per Antonio Conte, invece, meglio andarsi a riascoltare il celeberrimo sfogo post Bergamo: “So solo io cosa ho dovuto fare per prenderlo. Fidatevi”. Un costosissimo investimento da 74 milioni di euro per strapparlo al Manchester United, mentre Ronaldo ne costò 48. Miliardi delle vecchie lire, però. Ovvero 24 milioni circa. Altri tempi.
Non semplice, per chi non lo ha visto con i propri occhi, descrivere cosa fosse e cosa rappresentasse il Ronaldo arrivato da Barcellona nell'estate del 1997. Un Fenomeno, appunto. Un alieno capace di giocate che raramente si erano viste su un campo di calcio, di doppi passi sconcertanti e di accelerazioni brucianti da fermo, da zero a cento in una frazione di secondo. R2 e velocità che schizzava alle stelle. Come scegliere il Bayern alla Playstation al livello principiante: troppa differenza con gli altri. Chiedere per informazioni a Fabio Cannavaro, che qualche anno fa, in un'intervista al 'Corriere dello Sport', provò a raccontare come ci si sentiva a dover fronteggiare un marziano venuto da un altro pianeta per insegnare calcio ai comuni mortali.
“Non ho dubbi, Ronaldo, il Fenomeno, non CR7. Per la mia generazione è stato quello che Maradona o Pelé erano per le precedenti. Era immarcabile. Al primo controllo ti superava, al secondo ti bruciava, al terzo ti umiliava. Sembrava un extraterrestre”.
Lukaku è diverso, parecchio diverso, con quel fisicone che si ritrova. Più umano. Ma utilissimo nel far sponda per i compagni, difficilmente contenibile quando sprigiona la propria potenza, altruista e, beh, mortale quando ha una rete, due pali e una traversa davanti a sé. Altro che “panterone moscio”: si piazza davanti a uno dei due centrali avversari – o al centrale, in caso di difesa a tre – e fa scudo col corpo, protegge il pallone, si fa far fallo. Tutti hanno imparato a conoscerlo, non a frenarne l'impeto. Perché come fai a stopparlo se non in maniera irregolare? Proprio come accadeva con Ronaldo. Un altro modo, quello di big Rom, per far sentire il proprio peso specifico su un intero movimento calcistico.
Ronaldo arrivò in Italia da fuoriclasse già affermato, da Pichichi della Liga a nemmeno 21 anni, da Pallone d'Oro - lo avrebbe conquistato al termine di quel 1997 - e da campione del Mondo, pur senza mai mettere piede in campo negli Stati Uniti. All'esordio fece stranamente cilecca: la copertina se la prese Alvaro Recoba, con due missili al Brescia accompagnati dal gesto dello sciuscià di Moriero. Il Fenomeno si riscattò già alla seconda, con una mirabile perla al Bologna: strepitoso dribbling a 360° su Paganin e sinistro alle spalle di Brunner. Fu lì che capimmo davvero chi fosse. E poi via, a volare verso l'infinito delle aree avversarie. Fu l'ultima annata di Ronaldo al 100% delle proprie possibilità, prima degli infortuni, delle lacrime, del progressivo innalzamento del peso, del riscatto nippo-coreano, del traumatico addio in direzione Madrid, del polemico tradimento in salsa rossonera.
Getty ImagesSu Lukaku, invece, i dubbi si sprecavano. Lo voleva anche la Juventus, che per lui avrebbe sacrificato Dybala, ma il rendimento tutt'altro che esaltante delle due annate al Manchester United pesava come un macigno sulle valutazioni generali della critica. Tutto spazzato via sin dai primi vagiti: goal al Lecce con tanto di vigorosa esultanza petto contro petto con Conte, goal al Cagliari. I primi due di una serie quasi infinita, in Italia e in Europa.
L'importanza di Ronaldo per Simoni fu leggermente superiore a quella che riveste Lukaku per Conte. Dicevamo: squadra non eccezionale, quella del 1997/98. E dipendente dal proprio solista. Per dire: appena il Fenomeno rallentò un attimo il passo, segnando appena un paio di volte in 7 uscite tra gennaio e febbraio '98, Pagliuca e compagni andarono in tilt. Si fecero rimontare e superare dalla Juventus, che peraltro avevano appena battuto nello scontro diretto di San Siro, senza più riprenderla. Infortuni e ristrettezza della rosa a parte, quest'Inter ha una struttura di squadra più solida e un Lautaro Martinez capace, lui che di mestiere fa la seconda punta, di timbrare 14 volte in campionato e altre due in campo internazionale.
Ad accomunare Ronaldo e Lukaku, semmai, è la continuità realizzativa. Entrambi sono rimasti appena due volte a secco per più di due partite. Tante reti singole, tante doppiette. Solo una tripletta Ronaldo, nessuna Lukaku. Parli di continuità, poi, e non può non venirti in mente lo straordinario record stabilito in Europa League dall'ex United, capace di andare a segno 7 volte su 6 e, comprendendo lo score ai tempi dell'Everton, di far meglio di Alan Shearer. Anche Ronaldo fu decisivo nella cavalcata verso la finale di Coppa UEFA: aprì la rimonta sullo Strasburgo agli ottavi (3-0 a San Siro dopo lo 0-2 rimediato in Francia), consentì all'Inter di superare di misura lo Schalke ai quarti, fece il capolavoro in semifinale con una memorabile doppietta allo Spartak sul fango moscovita.
Quel che differenzia quel Ronaldo da questo Lukaku, piuttosto, è il rendimento negli scontri diretti. E, in generale, nelle sfide contro gli avversari più blasonati. Il vero tallone d'Achille del belga, che in campionato ha punito soltanto la Roma, su rigore, e il Milan, sia all'andata che al ritorno. Al contrario, il Fenomeno andò a segno non solo nel derby, ma pure contro la Lazio, la Roma, il Parma, la Fiorentina e l'Udinese, le altre grandi – classifica alla mano – di quel 1997/98. Contro la Juve non segnò, ma a San Siro lasciò lo zampino con una strepitosa azione personale che portò al sigillo vincente di Djorkaeff. E al ritorno, al Delle Alpi, trovò Iuliano sulla propria strada.
Una (parziale) delusione mitigata dal trionfo del Parc des Princes nel derby tutto tricolore contro la Lazio, con tanto di perla finale del Fenomeno. Analogie, corsi e ricorsi. Lukaku affianca Ronaldo. Non solo nei numeri: nella storia dell'Inter. E pazienza se il record è amaro per il ko in finale, i nerazzurri sanno a chi potersi aggrappare.


