Ci vuole coraggio anche per iniziare la giornata scendendo dal letto, figuriamoci a presentarsi tra i pali ai rigori in una finale degli Europei. Avere 22 anni ed essere attualmente uno dei più forti portieri al mondo, guida, tra i pali, della Nazionale a Euro 2020, deve essere proprio una sensazione niente male. Gigio Donnarumma ce l'ha fatta. Con la forza del gruppo, certo: alla fine, però, da solo. Perché ai rigori ti ritrovi così. A parlare con te stesso, a sfidare l'avversario che ti sta davanti. Spinto sì da una curva che tifa per te: ma comunque solo.
Ed è nella solitudine che Donnarumma ha preso sulle spalle, larghe, l'Italia, ben prima della serata di Wembley: perché, diciamolo forte e chiaro. Preparare gli Europei con il ritmo incessante delle notizie sul tuo conto, scandite lentamente da polemiche di cuore e d'animo, quelle dei tifosi, legate a stretto giro alla delusione per alcune scelte che hai preso e che volente o nolente faranno del male a qualcuno, sì insomma non è semplice. Anzi. Certe storie ti rimangono impresse.
Ha neutralizzato le critiche, messo a tacere i rumori fastidiosi, silenziati a tempo indeterminato: da giugno ha sempre pensato all'Italia di Roberto Mancini, a un percorso che lo ha visto protagonista sin da subito con parate che confermano il livello del giocatore in questione. Donnarumma non può essere discusso. Non deve essere discusso.
Né ora, né in futuro: ben al di là di qualsiasi scelta personale relativa alla sua carriera. Non è un tema strettamente sportivo, né attuale: nella solitudine, camminando verso la porta questa sera, avrà pensato ad alcuni frangenti in cui quei pali si sono trasformati in un portale che divide i sogni dalla realtà.
La vita, in fondo, è fatta di sliding doors. Avrà ripensato a Sinisa Mihajlovic, all'esordio in Serie A. Avrà pensato a parate pesanti ai rigori, decisive: Donnarumma ha vinto tutte le cinque volte in cui una sua squadra è andata alla lotteria più temuta (3 con i club, 2 con la Nazionale). E sì, perché no, si sarà stretto nei ricordi più difficili, come il lancio di banconote agli Europei U21 del 2017. Perché anche quello pesa, incide: per crescere.
Non arrivi a notti del genere altrimenti: non puoi caricarti una Nazionale sulle spalle, senza la piena consapevolezza delle gioie e della sofferenza. L'Italia sa di essere al sicuro per tanti, ma tanti anni: lo ha compreso ben prima delle parate a Lukaku e De Bruyne contro il Belgio, perle d'anticipo rispetto ai salvataggi contro la Spagna (su tutti, quello su Dani Olmo). Quindi, la prova in finale contro l'Inghilterra, culminata con il premio di Player of the Tournament, giocatore del torneo. Lo ha compreso ancor prima che scendesse sul rettangolo verde contro la Turchia: quando, insomma, ha liberato il campo dalle polemiche, puntando tutto sul presente.
"Siamo stati straordinari, siamo felicissimi: non abbiamo mollato di un centrimetro. Sapete tutti da dove siamo partiti. Il goal a freddo? Poteva ammazzarci, ma quelli non siamo noi: noi siamo quelli che non molliamo mai, che stanno sempre attenti su ogni pallone. Può capitare di prendere goal. Siamo stati grandi. L'eredità di Buffon? Gigione è il più forte di tutti: cerco solo di fare il massimo: lui è il numero uno. Vedremo dove arriverò io".
A tu per tu con la parte più segreta di "Gigio" ragazzo e uomo, prima dei rigori parati a Sancho e Saka, Donnarumma non può aver ignorato il pensiero di esserci. E da solo si è scoperto spinto: da un gruppo, il suo, dalla tifoseria, dal Paese intero. Aggrappato al miglior portiere italiano e quasi certamente del mondo. Ora, oggi e domani: da questa sera Campione d'Europa. Grazie anche ai suoi interventi.
