Aprite Internet. Andate su Google. Cercate il calciatore dal tiro più potente della storia. E lì, sorpresa: secondo le stime più attendibili è Ronny Heberson, semisconosciuto brasiliano con un passato allo Sporting, che nel 2006, in una partita di campionato contro il Naval, fece partire una botta vincente alla velocità di 221 chilometri orari. Il connazionale Hulk non viene nemmeno incluso nella Top 10. Eppure nel 2011, in un Porto-Shakhtar di Champions League, fece partire un missile su punizione dalla potenza di fuoco, infilando la palla sotto l'incrocio a 214 chilometri orari. Misteri.
Eppure Hulk è l'uomo che non deve piazzarla mai. O meglio: qualche volta ha segnato pure così, di pura delicatezza, perché non di sola potenza vivrà l'uomo (o il giocatore di calcio). Però la fama, lungo quasi vent'anni di carriera, se l'è costruita in un modo tutto suo: terrorizzando i portieri con quel sinistro alla dinamite. Proprio come l'Incredibile Hulk, il personaggio della Marvel, terrorizza tutti alla sua sola vista, con quelle maglie che si strappano e i muscoli da bodybuilder che si gonfiano, si gonfiano, fino a raggiungere livelli da stratosfera.
Compie 36 anni oggi, Hulk. Eppure soltanto per la prima volta, in una carriera così strana e insolita, è esploso in Brasile. La sua patria. Quella da cui, di fatto, era fuggito più di quindici anni prima. Nel 2021 è stato il più bravo di tutti con la maglia dell'Atlético Mineiro, che ha trascinato di forza (ecco...) al trionfo nel Brasileirão dopo mezzo secolo di digiuno e pure alla Copa do Brasil. Più una semifinale di Copa Libertadores persa solo per la regola delle reti fuori casa contro il Palmeiras. Di più: è stato il capocannoniere sia del campionato che della coppa nazionale, evento storico se è vero che nessuno era mai riuscito a conquistare entrambi i trofei nello stesso anno da miglior marcatore.
E dire che al momento dell'arrivo al Galo, all'inizio del 2021, in tanti avevano storto il naso. Specialmente i giornalisti locali. Perché i trentacinquenni che tornano in patria dopo un'intera carriera all'estero vengono visti con un occhio sospettoso, potenziali vecchie glorie a caccia di un ultimo stipendio. Nulla di tutto ciò. E del resto basta vederlo, Hulk, con quel fisicone e quegli addominali costantemente scolpiti e una cultura del lavoro che fa a pugni con un tramonto calcistico ormai all'orizzonte.
Ma chi nutriva dei dubbi sul rendimento di Hulk lo faceva anche per la sua (quasi) totale estraneità alle dinamiche del futebol brasiliano. Il mancino ha giocato nelle giovanili dei portoghesi del Corinthians, del San Paolo, ha esordito in prima squadra nel Vitória. A Salvador ha giocato solo due partite. “Il presidente mi chiedeva cosa ci vedevo in lui”, ha raccontato Hélio dos Anjos, l'allenatore che gli ha regalato l'esordio in A. Curiosità: giovanissimo, al Vitória faceva il terzino sinistro ed era compagno di squadra di... Allan Dellon, un trequartista con i genitori cinefili, che ha sostituito nel giorno del proprio esordio del Brasileirão. Bizzarrie della nomenclatura brasiliana, di cui fa parte anche tale Roberto Baggio.
La nascita dell'apelido, quell'Hulk che ha segnato un'epoca di pallone, è diversa. Da piccolino, il giovane Givanildo Vieira de Souza fa parte di una famiglia povera. Quando il Vitória gli farà firmare il suo primo contratto da 500 reais al mese, una miseria, chiamerà la madre e urlerà tutta la propria gioia: “Siamo ricchi!”. Anche per questo non ha mai amato stare con le mani in mano. Cresciuto nello Stato della Paraíba, così legato alle proprie origini da scegliere @hulkparaiba come nickname di Instagram, il futuro mancino della Seleção aiuta il padre a vendere la carne al banco di un mercato. E pure in casa sfrutta una struttura fisica già delineata, oltre a una certa iperattività, per rendersi utile.
“Mio padre impazziva – ha raccontato – perché in casa ero solito trasportare qualunque cosa, come le bombole di gas. Mi diceva sempre: 'Ti farai male!'. E io: 'Ma no, papà. Io sono Hulk, sono forte come lui'. E mio padre: 'Bene, allora da questo momento ti chiameremo Hulk'. Ma non credeva che quel soprannome mi sarebbe rimasto così appiccicato”.
È così che il mondo del calcio comincia gradualmente a conoscerlo. Anche se il percorso di vita non è convenzionale. Hulk sceglie il Giappone per iniziare a sprigionare la propria potenza. Se al Kawasaki Frontale fatica a ingranare, al Consadole Sapporo e al Tokyo Verdy trova sempre più confidenza con la porta. Anche perché nel frattempo non fa più il terzino sinistro, ma l'attaccante. Il paese gli rimane nel cuore: nel 2011, nei giorni del devastante tsunami generato da un terremoto, segna una rete col Porto ed esulta mostrando una maglietta con la scritta “Giappone, il mio cuore piange”.
Già, il Porto. È lì che Hulk diventa Hulk. Nel museo dei Dragões hanno innalzato una statua per omaggiarlo, forse un po' troppo muscolosa, ma tant'è. Tutto meritato, naturalmente: per il rendimento in campo, per i 77 goal e 63 assist in 169 presenze, per una certa ingiocabilità una volta presa palla da destra per accentrarsi. E poi per i trofei: l'Europa League del 2011, vinta nel derby portoghese contro il Braga grazie a un guizzo di Radamel Falcao, è il primo trofeo europeo dai tempi del double mourinhano Coppa UEFA-Europa League (2003 e 2004).
Getty ImagesUn anno dopo, ecco la scelta controcorrente. Di nuovo. Hulk si allontana ulteriormente dalle vette del calcio europeo andando a firmare con il ricchissimo Zenit. I russi pagano la clausola rescissoria di 40 milioni di euro e lo inseriscono in un carrello comprendente anche Bruno Alves e Axel Witsel. Non tutti comprendono il senso di quel trasferimento. Ma è il calcio moderno, bellezza.
“Ai quei tempi ero molto giovane – racconterà in seguito Hulk – e delegavo ogni cosa ad altre persone. Per cui non ero al corrente delle offerte che arrivavano da altri club. Solo dopo aver firmato con lo Zenit ho saputo che anche il Chelsea era interessato”.
Rimpianto, tremendo rimpianto. Anche perché l'avventura russa è una sorta di corsa a ostacoli. Non tutti i compagni di squadra vedono di buon occhio quei sette milioni l'anno che puntualmente lo Zenit riversa nel conto corrente di Hulk. E neppure il rapporto con Luciano Spalletti è idilliaco. A completare il quadro sono gli episodi di razzismo con cui il brasiliano deve forzatamente convivere. Anche da parte dei suoi stessi tifosi, come accadrà anni dopo anche a Malcom. A quelli avversari, invece, Hulk risponde in un solo modo: giocando e segnando. Una volta quelli della Torpedo Mosca gli urlano di tutto. Anche “scimmia”. Lui va in rete, si porta una mano all'orecchio e manda loro dei baci.
“Accade in quasi tutte le partite – dice al 'Guardian' nel 2015, l'anno in cui conquista la sua unica Premier League russa – Di solito mi arrabbio, ma da qualche tempo ho capito che non serve a nulla. Per cui ho iniziato a mandare baci ai tifosi”.
Nel 2016, altra scelta contraria al senso comune. Dalla Russia allo Shanghai SIPG per una sessantina di milioni di euro, ai tempi record di spesa di un calcio cinese non ancora prossimo al collasso. È la stella della squadra, ben presto verrà raggiunto dal connazionale Oscar, ma il Guangzhou Evergrande sembra essere di un altro pianeta per autorizzare particolari sogni di gloria. Fino al 2018, l'anno in cui per la prima volta il club conquista il titolo. Anche se la stella dello Shanghai è Wu Lei, capocannoniere con 27 reti, più di quante messe assieme dalla coppia Hulk-Oscar.
Quindi, la scelta di chiudere in patria. I punti interrogativi degli addetti ai lavori, la corsa a scovare curiosità nella sua vita. Il divorzio dalla moglie per iniziare una relazione con la nipote di lei, la giovane Camila Angelo, ha fatto il giro del mondo. Ma i giornalisti brasiliani hanno scoperto anche che Hulk riesce a dormire solamente con una temperatura di sedici gradi nella propria stanza: “Altrimenti non prendo sonno”. E, nel bailamme delle curiosità futili, gli hanno persino misurato la prominenza del bumbum, il sedere: 111 centimetri.
Poi c'è la storia dei sei chili persi durante una partita. A metà luglio l'Atletico Mineiro è stato eliminato dalla Copa do Brasil per mano del Flamengo. E Hulk, durante l'antidoping, ha fatto una dichiarazione ai limiti dell'assurdo: "Ieri sera pesavo 97 chili, oggi sono 91". Il motivo? La pesante disidratazione di cui sarebbe stato vittima durante la gara. Il controllo, per la cronaca, è durato quattro ore. Tanto che l'ex Porto non è risaluto sull'aereo della squadra, tornato a Belo Horizonte senza il suo principale passeggero.
Nonostante la disavventura di Rio de Janeiro, sono ancora in tanti a chiedere la sua convocazione per i Mondiali in Qatar. Rimarrà un sogno: Tite ha formato un gruppo e nei prossimi mesi andrà avanti per quello. È il rimpianto di Hulk, che non potrà cancellare l'onta del Mineirazo di otto anni fa. Anche lui era in campo nell'1-7 di Belo Horizonte contro la Germania, anche lui vagava impotente tra un colpo e l'altro inferto dai tedeschi. Nel 2021 il ct lo ha premiato chiamandolo per due partite di qualificazione, poi più nulla. Neppure altri missili sparati alla potenza di un supereroe basteranno per fargli cambiare idea.


