A tutto Zlatan Ibrahimovic. Il fuoriclasse del Milan si è raccontato ai microfoni di 'Sky Sport', intervistato dal suo ex compagno in rossonero Massimo Ambrosini. Più che un'intervista, è una chiacchierata tra amici. Sul presente, ma anche sul passato.
"A Milanello mi sento a casa. La prima esperienza al Milan? Galliani era carico, è venuto da me a Barcellona, ha tolto la giacca, si è seduto e ha detto che non se ne andava finché non andavo con lui. Mia moglie lo guardava e gli chiedeva 'chi è questo?'. Cosa non ha funzionato al Barcellona? Ancora oggi non capisco quale fosse il problema. Se non sapevo cosa risolvere, non potevo risolverlo".
10 anni dopo, rieccolo al Milan. Senza paura, ma con il desiderio di far parte di una grande sfida.
"Il ritorno al Milan? Invece di arrivare in una squadra già al top è più bello riportarla al top. Se avessi avuto paura, non avrei firmato. Come allo United: mi dicevano che avevo solo da perdere, che ero troppo vecchio. Faccio il contrario di quello che dicono tutti".
"10 anni fa avevo un altro status, un altro ego. Ma oggi ho più esperienza. Quando sei giovane sei più rock 'n' roll, ora capisco di più le situazioni. Ma se sbagli un passaggio o non ti alleni bene te lo dico. Poi dipende da te, da come la prendi. Ma la squadra la sta prendendo bene: mi dicono 'facci vedere la strada e ti seguiamo".
Ibrahimovic, attualmente ai box per infortunio, è un intoccabile di Pioli. Alla faccia di chi si sarebbe immaginato un impiego più ragionato.
"Io voglio giocare sempre, è normale. Ma ad esempio in Europa Pioli mi ha detto: 'Giochi 45 minuti'. Io lo rispetto. Ho una responsabilità di fronte ai compagni e devo aiutare l'allenatore. Sento tanto la responsabilità. E mi piace".
Solita domanda: dove può arrivare questo Milan, che dopo 9 giornate sta dominando a sorpresa la Serie A? Ibrahimovic è realistico.
"La squadra ha fame, ha voglia. Stiamo facendo bene. Non dobbiamo avere sogni o obiettivi, ma giocare una partita alla volta. O meglio: io ho un obiettivo. Ma la squadra deve fare il meglio possibile, perché è molto giovane e non ha ancora il feeling di vincere qualcosa. Ora non dobbiamo rilassarci. Tutti si ricordano solo dell'ultima partita".
"Non siamo come l'Inter o la Juventus che hanno tanti giocatori forti. Siamo una squadra giovane, qualcuno non è pronto per giocare tutte le partite, ad altri manca qualcosa. Dovevamo vincere per forza per andare in Europa, ma per il resto la squadra non è abituata. Se possiamo puntare alla Champions? Penso di sì".
Ancora sul suo rapporto con la squadra e sulla sua enorme personalità:
"Se trovo persone che dicono sempre di sì non mi piace. Non deve essere così. Sembra che io sia un boss, ma il confronto è importante. Dicono che non è facile giocare con me, ma questa è mentalità vincente. Si fanno le cose per vincere. Metto pressione, sì, chiedo tanto. Al Milan si chiede tanto: se non vinci ne prendono un altro. Se fai un passaggio bene per me è normale, altrimenti non saresti qui".
"Esagero? Però sono ancora qui e ho vinto quello che ho vinto: ci sarà un motivo. Non tanti riescono a rimanere a lungo a questo livello. Uno può prenderla male o bene, ma a questo livello o mangi o ti mangiano. E io ho scelto di mangiare".
Sky SportCosa farà Ibrahimovic dopo il calcio?
"Non lo so, ho due figli... Metto pressione anche a loro, perché devono capire come funzionano le cose. Disciplina, rispetto, sacrificio, lavoro. Allenatore? Non penso. Essere allenatore è una cosa stressante, dovrei dare ordini a giocatori che non riuscirebbero a fare cose che io facevo".
"Smettere? Dipende dal fisico. Guarda Totti: poteva andare avanti, non gli mancava la qualità. Chi va avanti nonostante tutto è per ego. Sono andato in America perché non ero sicuro di poter fare le cose che facevo prima. Sono stato realistico. Col Milan ho firmato per sei mesi".
Quindi, ecco il retroscena: prima di firmare il prolungamento con il Milan, in estate, Ibrahimovic aveva deciso di lasciare il calcio.
"Pioli mi ha chiesto cosa volevo fare. Gli ho risposto: 'No, non continuo. Basta'. Anche la mia famiglia è importante, io sono qui da solo, è un sacrificio. Per sei mesi va bene, ma un altro anno come questi sei mesi no. Pioli mi ha detto: 'Ok, ti rispetto, va bene'. Il giorno dopo abbiamo parlato di nuovo: 'No, non è così semplice. Se rimani, qui sarà un'altra cosa'. E io: 'No, ho deciso di ritirarmi'. Lascia stare il contratto, a quest'età non è importante".
"Poi è cambiato qualcosa. Non volevo avere rimpianti. Ho chiamato il Milan e ho deciso di andare avanti. Ma in un primo momento avevo deciso: 'No, il prossimo anno non resto'".
"Già allo United pensavo di smettere. Avevo 35-36 anni. Quello prima del grave infortunio (contro l'Anderlecht in Europa League, ndr). Dopo l'infortunio mi sono detto di continuare finché avessi retto. Senza calcio chi sono? Quando non fai più quello che hai fatto per 25 anni, non è semplice. Se sono pronto? No, perché mi sento troppo bene".


