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Ian Wright Arsenal 1993Getty

Ian Wright: troppo forte per fallire, troppo unico per non brillare

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Spesso si va ad immagini, a cassetti del cervello che si aprono improvvisamente. E tutto ad un tratto torna alla mente, sembrerà strano, una puntata dei Simpsons in cui bambini e anziani si danno battaglia in una sfida canora per i propri diritti. Ognuno difende la propria idea e non vuole cedere. Come quando - e qui finisce il mini-giro mentale - quindicenni/ventenni vs trentenni/quarantenni, si danno battaglia sul calcio di ieri e oggi. Anni 90? Che calcio triste e noioso, per principianti, insomma. Anni 2010? Ma dove sono finiti i campioni? Divisione eterna.

Ognuno ha la propria idea che cerca di spacciare per oggettiva, oltre la mera soggettività. A volte giustamente, quasi sempre, no. Ma quando si cerca di essere obiettivi, analizzando i fatti e lo stato delle cose, non si può andare oltre la propria conoscenza e la propria idea. Altrimenti si rischia di essere, seriamente, ridicoli. Perché guardare agli anni '80 e agli anni '90, giudicando tristemente e negativamente Ian Wright, non può che far scadere nella soggettività accettabile sì, ma non ricollegabile all'oggettività. No.

Perché chi era Wright se non un campione? Forse, non un fuoriclasse a livello assoluto. Quelli si contano sulle dita di una mano in ogni epoca, altrimenti non si chiamerebbero così. La classe c'è, per forza di cose, per essere un professionista. A meno di casi particolari. Essere fuori da essa però è roba di pochi eletti, veramente pochi. In caso contrario tutti campioni, leggende e nessuna storia da raccontare, troppo banale nella mediocrità dell'uguaglianza.

Era figlio di una Londra sempre più multietnica, pregna di colori e culture diverse, viste da fuori col sorriso e oggi vittime inconsapevoli di Instagram, padre e padrone di ogni cosa banale, postata, continuamente, da tutti, in maniera eguale. Una Londra più avanti di qualsiasi altra città, la vera metropoli, in mezzo a New York e Tokyo. Una via di mezzo. Era figlio, biologicamente, di un genitore che lo ha abbandonato. E lui, in maniera opposta, non ha mai abbandonato ciò che contava di essere. Più forte di tutti, in ogni contesto.

Non più forte dei propri sentimenti, vero, genuino e autentico. Non ha cercato di nasconderli, crollato davanti a milioni di followers per la sua fragilità emotiva, apprezzabile in un calcio anni '90 macho, strano, quasi sognante. Ma non adatto ai deboli di cuore, ai deboli di spirito e di fisico. Macellai, carri armati, gambe ovunque, braccia tese e calci volanti. Ha vissuto l'essere un piccolo bambino figlio di immigrati giamaicani, ha vissuto l'essere di bassa statura e giocare come attaccante, al top solamente superati i 26 anni. Fino a 22 lavorava ancora per una ditta del Comune e scavava tunnel per il Municipio.

Perché Ian Wright è stato tante cose, volto di una sceneggiatura sin troppo facile da scrivere. Il ragazzo che ce l'ha fatta, operaio, muratore, vittima di abusi da parte del padrino e poi leader, cannoniere, leggenda, Londra nel taschino e davanti agli occhi, Londra nei piedi, duri, ma leggiadri. Perchè attorno a lui in pochi sapevano veramente giocare, in una First Division, pre-Premier Lerague, di falce e martello, di falciatori con licenza di ferire.

Al Crystal Palace, nella seconda divisione, approda solamente 23enne. Prima conosce il carcere per delle multe non pagate, si sporca nel fango da calciatore amatoriale, si sporca il volto da imbianchino, con l'unica soddisfazione di 30 sterline alla settimana con la maglia del Greenwich Borough. Cambia quartiere e il suo animo di cristallo diventa diamante impenetrabile, nel 1985, al Palace.

Il suo palazzo macina, piano, ma macina. E fattura. Fattura goal, prima 9, poi 9, poi 20 e 24. Spinge il Crystal Palace in First Division, lo difende, lo plasma da solo, quasi. Perché è leggiadro nei movimenti, letale in ogni modo, tiene l'attacco coi piedi e con la testa, 175 cm di decisione, di chi ha superato la vera vita e si ritrova a far sportellate con cattivi difensori. Che di cattivo hanno solo l'attitudine in campo, oltre la vera vita, di abusi, di esperienze in carcere, di abbandoni e sogni che sembrano infranti, prima di aprirsi e sbocciare.

Perché il Palace è una cosa, ma l'Arsenal è un'altra. Quando si parla di Gunners si parla di Wenger e Vieira, di Henry e Bergkamp, di Adams, cannoni e FA Cup. Di Ian Wright. Che sarebbe unico sul trono, senza eredi ed elezioni per definire il nuovo capo, qualora Henry non avesse mai fallito alla Juventus. Ma così è andata, Titì riconoscibile e IW in quella sfera di particolarità a cui i 40enni sono tanto attaccati, in un mondo che non esiste più.

Sette stagioni, 185 goal in 288. Una media stratosferica. Una capacità nel segnare straordinaria, una soddisfazione nel farlo, cool, come i suoi abiti e le sue idee, di chi può finalmente togliersi soddisfazioni, tardive, ma non per questo da festeggiare in maniera più sobria. Perché Arsenal fa rima con Wright, che suona come right.

Ian Wright Arsenal 1993Getty

Giusto, che sia arrivato al top, simbolo per milioni di persone, simbolo che chiunque può farcela. Basta citare Vardy per farsi seguire dai più giovani, ma chi ha raggiunto gli enta e gli anta ha lui, davanti, in un poster scolorito e spezzettato, come emblema. Superstar senza esserlo.

Carismatico e col sorriso, perché una volta che la vita ti viene addosso in tutta la sua forza ed imprevedibilità trovandoti a sbuffare, sembra quasi non ti abbia insegnato nulla. E invece no, Wright mostra i denti e i muscoli, sa di essere grato, sa di aver superato e di essersi superato. Sa di avere avuto due cannoni nei piedi e due attributi così, da Gunner. Poteva fallire, ma era troppo forte mentalmente e calcisticamente. Poteva arrendersi, ma brillava per tenacia. Poteva essere un altro, in un altro luogo. Ma nella lista degli altri ci sono, per l'appunto, altri. Lui no.

Sdoppiatosi in più ruoli post scarpette, con l'unico rimpianto della Nazionale inglese. Ma non si è dovuto sentire solo, visti i decenni di fallimenti della sua rappresentativa, patria natale con pensiero alla Giamaica di parenti e avi. Una trottola, capace di diventare commentatore, opinionista, presentatore, in radio e in tv. Emotivo, perché sicuro dei suoi sentimenti, probabilmente ancor più raggiunta una certa età, agguantata la sicurezza ed assimilata.

Se l'oggettività del Wright calciatore si mette in mezzo alla questione di cui abbiamo parlato all'inizio, tra giovani e vecchi ragazzi più avanti nell'età, pronti a giudicare il vecchio calcio e confrontarlo con l'attuale, e viceversa, difficilmente qualcuno potrebbe avere dubbi sul Wright uomo. Right? Right. Pronto a ringraziare, a chiedere scusa, a mostrare che tutti possono farcela, con le giuste motivazioni. Con il necessario supporto morale.

È il 2010, Wright ha appeso gli scarpini al chiodo da tempo, è nello stadio di tante battaglie, per un'intervista. Ha 47 anni, ma dentro si scioglie tornando bambino. Dietro di lui appare Mr. Pigden, il suo vecchio maestro. Letteralmente, scolastico. Come lo definirà Ian, la prima vera figura maschile, quasi paterna, della sua vita. Occhi enormi per IW, stupore autentico, come le lacrime.

Autentica anche la sua sincerità, ingenua: credeva che Mr. Pidgen fosse morto. E invece no, è emozionato uno, è emozionato l'altro. Tutti vivi, tutti a raccontare, a ripercorrere le orme. Asciugandosi gli occhi, come tanti tifosi. Che guardano a quel passato con nostalgia, consapevoli che no, non ritornerà. Come il vecchio signor Pidgen, deceduto a inizio 2020. Causa età, non tornerà in campo neanche Wright, ma perchè farlo? Perché rovinare un percorso così difficile e dunque così perfetto?

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