Gli anni '60 dello scorso secolo furono scanditi da "una squadra che tremare il mondo fa", il Bologna di Fulvio Bernardini, assai lontano dall'aura di super potenza: un calcio provinciale solo sulla carta, premiato con la vittoria dello Scudetto nel 1964 dopo uno spareggio thrilling con la Grande Inter di Helenio Herrera, quella sì la classica big da temere per possibilità economiche e tecniche.
Quel Bologna, però, non riuscì a ripetersi anche lontano dai confini nazionali, impresa che avrebbe sicuramente suscitato gli applausi unanimi dell'opinione pubblica dell'epoca. Mettere tutti d'accordo non è mai stato un compito semplice, soprattutto nel mondo del calcio: eppure, tra il 1996 e il 1998, il piccolo Vicenza guidato da Francesco Guidolin fu capace di assurgere al ruolo di squadra delle meraviglie, costruita con pochi spiccioli ma con tante idee genuine e con una sana organizzazione societaria alle spalle.
In realtà l'era Guidolin ebbe inizio nel 1994, quando la squadra veneta si trovava in Serie B ed aveva l'urgente bisogno di tornare a respirare l'aria del campionato più prestigioso a sedici anni di distanza dall'ultima volta: il terzo posto finale consentì di esultare per il traguardo raggiunto ma nessuno, forse nemmeno il più ottimista dei tifosi, poteva credere che quella soddisfazione sarebbe stata solo la prima di una lunga lista entrata di diritto nella storia.
La prima annata tra i grandi era - come giusto che fosse - senza troppe pretese: la salvezza come obiettivo primario, meglio ancora se tranquilla e senza patemi in grado di mettere a dura prova le coronarie. Ed effettivamente andò così: il nono posto in Serie A sancì una crescita che di lì a poco avrebbe trovato la sua sublimazione nella conquista di un trofeo nazionale di primo livello, evento impronosticabile che nel calcio moderno non ha mai trovato troppo terreno fertile.
Quel Vicenza era una squadra dall'anima fortemente italiana, con pochi stranieri in rosa: uno di questi, Marcelo Otero, conserva ancora oggi un posto speciale nel cuore del popolo vicentino e i suoi 13 goal nel campionato 1996/1997 sono lì a dimostrarlo. Torneo concluso in una posizione ancora migliore rispetto all'anno precedente: un ottavo posto reso più prestigioso dall'ammirazione che all'estero nutrivano per la nostra Serie A, considerata la competizione nazionale più importante e prestigiosa al mondo, richiamo fortissimo per i campioni all'apice della loro carriera.
Ma quell'ottavo posto fu solo un antipasto di quello che accadde in Coppa Italia: un percorso iniziato ai sedicesimi contro la Lucchese e proseguito fino all'ultimo atto eliminando Genoa, Milan e Bologna, con la doppia finale contro il Napoli a chiudere il cerchio. Allora si giocava sia l'andata che il ritorno: primo round agli azzurri con lo squillo di Fabio Pecchia a suggellare l'1-0 del 'San Paolo', completamente ribaltato al ritorno in un 'Menti' esaurito in ogni ordine di posto; fattore decisivo che spinse i biancorossi a prevalere con lo stesso risultato dei rivali grazie alla marcatura di Maini.
Wikipedia1-0 al 90' e supplementari necessari per decretare la squadra vincitrice: proprio quando i rigori sembravano la soluzione naturale per decidere la finale, ecco il sigillo di Maurizio Rossi al 118' che fece esplodere lo stadio, entusiasmato due minuti più tardi dal definitivo 3-0 di Alessandro Iannuzzi che mise in cassaforte la vittoria. Primo trofeo di una certa caratura per Guidolin che, prima di quello straordinario momento, da allenatore aveva vinto solo un campionato di C1 alla guida del Ravenna. Successo prestigiosissimo che consentì al Vicenza di approdare alla Coppa delle Coppe, vecchia competizione poi soppressa, dedicata ai vincitori delle coppe nazionali in Europa.
Prima, però, c'era la Supercoppa Italiana da affrontare: un match senza storia vinto dai campioni d'Italia della Juventus per 3-0, risultato netto e testimonianza della grande differenza di tasso tecnico presente tra le due squadre. Poco male, visto che il Vicenza si riscattò in maniera importante proprio con un cammino europeo indimenticabile che però sottrasse energie preziose in campionato, concluso in quattordicesima posizione con un solo punto di vantaggio sul Brescia retrocesso.
I riflettori di quella stagione furono tutti puntati sull'esperienza in Coppa delle Coppe: un percorso quasi netto contraddistinto dai goal (8) di bomber Pasquale Luiso, laureatosi capocannoniere di quell'edizione e vera sorpresa insieme ai suoi compagni di squadra, capaci di mettere a referto cinque vittorie e un pareggio tra sedicesimi e quarti di finale, dove il Roda fu annientato addirittura con nove reti tra andata e ritorno.
Una storia bellissima che incontrò la sua fine in semifinale contro il Chelsea di Zola e Vialli, sul campo rivali ma, in fondo in fondo, quasi dispiaciuti di aver interrotto una delle favole più belle del calcio italiano. Eppure l'andata sorrise al Vicenza che al 'Menti' passò grazie ad un acuto di Lamberto Zauli senza subire goal, biglietto da visita niente male in vista del ritorno di 'Stamford Bridge'.
GettyE dire che le cose presero subito una piega favorevole con il vantaggio di Luiso dopo 32 minuti, a cui seguì l'immediato pari dei 'Blues' con Poyet. Alla fine del primo tempo, il rimpianto più grande: assist del solito Zauli per il 'Toro di Sora' che di testa non diede scampo al portiere avversario. Tutto regolare, tranne per il guardalinee che ebbe la malsana idea di segnalare un fuorigioco che in realtà non c'era assolutamente. Episodio su cui è tornato Zauli diversi anni più tardi nel corso di un'intervista concessa a 'gianlucadimarzio.com'.
"È il mio rimpianto più grande. Se ci fosse stata la Var, sarebbe stato convalidato. E saremmo andati in finale".
Una tesi rafforzata ancor di più dal bomber Luiso, che si è sentito defraudato di quel goal storico.
"Con la Var avremmo vinto la Coppa!".
Un peccato mortale con le sembianze di una maledetta bandierina alzata che spianò la strada per la rimonta ai padroni di casa: Zola e Hughes completarono il delitto perfetto, assestando le ultime coltellate ad un Vicenza che avrebbe meritato ben altra sorte e che - siamo sicuri - avrebbe avuto ottime chances di vittoria nella finalissima di Stoccolma contro lo Stoccarda, battuto invece dal Chelsea con una prodezza del solito mago sardo.
Per il Vicenza di Guidolin solo un pugno di mosche in mano e, quantomeno, la gioia di aver mantenuto la categoria con la retrocessione in B evitata sul filo del rasoio. Il 16 maggio 1998 l'ultima partita del mister di Castelfranco Veneto in panchina, proprio contro l'Udinese che sarebbe poi stata la sua futura squadra in due periodi separati.
"Io faccio raccolta di ricordi, costruirne è uno dei motivi per cui vale la pena di vivere. E io qui a Vicenza ne ho costruiti tantissimi e meravigliosi".
Ricordi tutt'ora indelebili nella mente dei tifosi del Vicenza, tornati a sognare con il cambio di proprietà che ha portato al timone la famiglia Rosso, artefice del ritorno in Serie B con Mimmo Di Carlo in panchina e vogliosa di bruciare le tappe. Magari con lo scacco matto dell'approdo in A e la prospettiva di aggiungere altre pagine gloriose al magico album dei ricordi inaugurato da Guidolin e da quei 'terribili' ragazzi, a cui venne ingiustamente scippata una coppa europea.


