“Quindi facciamo il bomber?” chiedo al delegato di Lega. Annuisce. È appena finita Lazio-Torino e un paio di inservienti stanno trasportando il backdrop della Serie A sul prato dell’Olimpico. Sulle note dell’inno laziale mi concentro per la 'Superflash', più semplicemente l’intervista al migliore.
Segui 3 gare della Serie A TIM ogni giornata in diretta streaming su DAZNCiro Immobile è ancora lá, in mezzo al campo, schiaffa un cinque a tutti: compagni, arbitri, avversari. E quando vede il Gallo gli concede pure un abbraccio. Cresta alta amico mio, ci vediamo in Nazionale. Eccolo arrivare in zona panchine con lo sguardo smarrito verso la tribuna.
L’ufficio stampa gli indica la nostra telecamera. Gli do il benvenuto, provo a stringergli la mano, ma lui mi porge la sinistra. Ha il dito steccato: è caduto male. Niente di grave, dice. Trovo il suo sguardo solo dopo che vede le sue bimbe. Sono lì, seconda fila della Monte Mario. Il suo sorriso è contagioso. Ha superato Giorgio Chinaglia, penso. È la storia della Lazio. Comincia l’intervista.
Eppure Ciro inizia la partita con un problema al ginocchio. È timido. Si tocca la gamba, fa esercizi di mobilità a palla lontana. Izzo gli entra duro e lui grida: “Oh direttore! Questo è fallo!”. Poi Acerbi segna, e lui ghigna con Sergej: mani nei capelli e risata grassa. Prende fiducia col passare del tempo, ora è caldo anche di testa.
Quando corre verso la porta su lancio di Luis Alberto, dalla prospettiva della panchina ti viene quasi in automatico da guardare prima la curva Nord e poi Immobile. Perché i tifosi della Lazio si alzano veloci, uno alla volta, come un mosaico che si riempie. Come se da queste parti sapessero che quando Ciro ha la palla, qualcosa di bello sta per succedere. Goal, infatti. Inzaghi butta per terrà la sacca dei palloni, quasi fosse un antistress. Batte le mani con il pubblico, a ritmo tamburo. Danza sulla linea laterale per far salire la difesa. Si agita e si ricompone. Succede spesso.
Tra primo e secondo tempo dalla pancia dello stadio si sente: “Oh Ace, ma che gol hai fatto?!” e poi: “Ue Gabbà (Patric), dammela in profondità sull’esterno che li fammo male!”. Romano misto napoletano. Riemerge dal tunnel e si gira verso la curva, Ciro alza il braccio: c’è un coro per lui. Ma anche un secondo tempo da giocare.
Inzaghi lo richiama a bordo area tecnica, manca mezz’ora, gli chiede come sta, non è convinto. Si gira verso la panca d’istinto: “Tucu, dai cambiati veloce che abbiamo bisogno!”. Ciro vuole giocare... Rigore? Sì, rigore. È lui il rigorista. Impeccabile: Spiazzato Sirigu e partita chiusa.
Doppietta. La ventunesima con quella maglia. Ora scendi però? No mister, sto bene. E allora fuori Caicedo per Correa, non si sa mai che i 99 gol in biancoceleste diventino 100 a casa sua. Alla fine non è così, ma ci sarà tempo, magari a San Siro domenica o forse più avanti. Di certo in famiglia, la sua famiglia. Con cui ha scritto la storia laziale nel momento migliore della sua carriera. A fine intervista mi ringrazia con la mano fasciata e scatta da sua moglie, trovata anche lei. Priorità da bomber.
