Nikola Kalinic e il Verona. Un matrimonio strano, apparentemente poco credibile, ma reale. Si è consumato proprio nelle ultime ore del mercato, quando sembrava essere il Torino il club più accreditato a riportare in Italia l'ex attaccante di Fiorentina, Milan e Roma. Blitz gialloblù, visite mediche, firma, annuncio. Tutto in poche ore.
Mentre l'ambiente dell'Hellas vive di puro entusiasmo per un colpo di mercato così inatteso, la domanda sorge spontanea: quale Kalinic si vedrà all'ombra dell'Arena? Quello che faceva sognare la Fiorentina, trascinandola addirittura in vetta alla classifica nella prima parte della stagione 2015/16, con tanto di tripletta in casa dell'Inter, o quello intristito e opaco visto al Milan, all'Atletico Madrid e infine alla Roma?
Bella questione. Ma guardarla dal lato positivo è più che lecito. Perché Kalinic ha già dimostrato, se messo nelle giuste condizioni, di essere un centravanti potenzialmente letale. Nel 2015 non conosceva il calcio italiano, ma il calcio italiano ha conosciuto lui: 12 reti nella prima annata a Firenze, 15 nella seconda. Sempre in doppia cifra.
Fiducia: ecco la parola chiave. Kalinic ne ha bisogno estremo, anche a costo di lottare per obiettivi minori. Se la sentiva addosso alla Fiorentina, e si è visto. Al Milan invece non l'ha mai avuta, complice l'annata storta di una squadra partita con ambizioni altissime dopo gli acquisti estivi di Bonucci e tanti altri. A Milano Nikola è pure partito bene, con tanto di doppietta immediata alla SPAL, poi si è spento. E, messo in concorrenza con André Silva e soprattutto con l'emergente Cutrone, non si è più ripreso.
Getty ImagesDiverso il discorso all'Atletico Madrid e alla Roma, altre esperienze dimenticabili. Sia nella rosa di Simeone che in quella di Fonseca, Kalinic aveva un ruolo chiaro: quello del comprimario, del sostituto del centravanti titolare. Dzeko doveva rifiatare? Dentro il croato. Poche presenze, pochi minuti, sempre con quella sgradevole sensazione di essere uno dei tanti, una ruota di scorta. No, non poteva funzionare.
"Perché sono venuto al Verona? Per giocare. A me non piace giocare poco- ha detto Kalinic durante la conferenza stampa di presentazione - Avevo altre offerte, ma quando Juric mi ha chiamato è cambiato tutto. Mi ha detto: 'Se ami il calcio vieni da noi'. Il Verona attacca, crea occasioni, gioca per il centravanti. So come lavora Juric".
L'Hellas lo ha preso per fare il titolare dopo l'annata trascorsa col pur ottimo Di Carmine a trascinare l'attacco. E poi, come sottolineato da Kalinic, in panchina c'è Juric, stesso sangue nelle vene, intesa destinata a decollare subito e un modulo, quel 3-4-2-1 senza troppi punti di riferimento offensivi, che pare tagliato su misura per una punta mobile e leggera come lui.
Kalinic e il Verona, insomma, è un matrimonio che ha tutti i crismi per poter funzionare. L'ex rossonero sa che le aspettative su di lui sono altissime: non accadeva da tempo, da quel 2017 che ha poi segnato l'inizio del suo declino. Il bell'Hellas di Juric, che lo scorso anno ha stupito l'Italia e che si sta ben comportando - nonostante il ko di Parma - anche in questa stagione, può segnare la sua rivincita.


