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Felipe Anderson - SantosAFP

"È un'eterna promessa": gli inizi faticosi di Felipe Anderson al Santos

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Nel luglio del 2012, un account satirico brasiliano twittava in maniera piuttosto impietosa il proprio pensiero su Felipe Anderson, all'epoca virgulto di buone speranze appena uscito dalle giovanili del Santos:

"Da Pelé a Felipe Anderson, il triste percorso della maglia numero 10 del Santos - Presto al cinema".

Ripensandoci a qualche anno di distanza, in effetti, è una valutazione che fa sorridere. Oggi che il ventisettenne Felipe Anderson gioca in Premier League con il West Ham, di cui nell'estate del 2018 è divenuto l'acquisto più costoso della storia (una quarantina di milioni, superati dai 50 spesi per Haller un anno più tardi). Oggi che la sua reputazione, a dire il vero più in Italia che in Inghilterra, è particolarmente elevata dopo le positive stagioni vissute a Roma, sponda Lazio.

Eppure, i suoi inizi al Santos non erano stati semplici. Schiacciato dalle enormi responsabilità riposte dall'ambiente sui meninos da Vila, i giovani del vivaio che approdano in prima squadra, Felipe Anderson faticava a convincere. E la scelta di prendersi quella maglia numero 10 già indossata nel vivaio e pure nelle nazionali giovanili, lasciata vacante dopo l'addio di Paulo Henrique Ganso in direzione San Paolo, di certo non l'aveva aiutato.

Costanza: ecco quello che Felipe Anderson non è mai riuscito a trovare in Brasile. Divenuto nel 2010 il giocatore più giovane del Brasileirão di quell'anno, ha ripagato le aspettative del Santos soltanto in parte, a causa soprattutto di un carattere tendente al rilassamento estremo. Sonnolento, a volte disconnesso, incapace di mantenersi concentrato nel lungo periodo: così lo definivano i tifosi. Non solo loro: anche l'allenatore dell'epoca, Muricy Ramalho, campione della Libertadores nel 2011.

"Al Santos non si può essere una promessa per sempre, la fila va avanti. Felipe ha la possibilità di essere un giocatore diverso dagli altri e non la sta sfruttando. È un'eterna promessa".

Certo, la situazione generale non aiutava. Se in Italia abbiamo imparato ad apprezzare Felipe Anderson come esterno brillante e dai colpi a sorpresa, al Santos l'ex laziale si muoveva nella posizione di trequartista centrale. Zolla di campo piuttosto affollata, se si pensa che ai tempi il Peixe poteva contare non soltanto su Neymar, ma anche su Ganso, altra promessa enorme mai esplosa in maniera definitiva. Inevitabili, insomma, i tour in panchina.

La curiosità, semmai, è che nei suoi inizi in bianco e nero Felipe Anderson si è reso disponibile anche in un ruolo completamente diverso dalla trequarti: nel 2013, per dire, ha disputato una semifinale del Paulistão (il torneo dello Stato di San Paolo)da terzino destro al posto del titolare Rafael Galhardo, appena colpito dalla perdita della madre. Incredibile, a pensarci oggi.

Montillo, Neymar, Felipe Anderson - Santos x Bragantino

Brava la Lazio, insomma, a intuire le qualità di Felipe Anderson e a portarlo in Italia nell'estate del 2013, la stessa in cui Neymar prendeva il primo aereo per Barcellona. Una traiettoria simile a quella di Felipe l'ha vissuta Emerson Palmieri, un altro che al Santos era un signor Nessuno e che, in pochi anni, è arrivato a prendersi la Roma, il Chelsea e la fascia sinistra della Nazionale italiana.

Quanto a Felipe Anderson, paradossalmente i sostenitori del Santos lo hanno sentito davvero "loro" solo dopo la sua partenza: nel 2016 hanno esaltato anche lui tra i tanti meninos da Vila - Neymar, Thiago Maia, Zeca, Gabigol - campioni olimpici a Rio, e tre anni più tardi il club lo ha omaggiato con una... maglia numero 10 durante una sua vacanza brasiliana. Siglando finalmente la pace.

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