Il calcio sa essere spietato. A fare le spese dell'inesorabilità del "Beautiful Game" ai Mondiali del 2018 fu il Senegal.
La nazionale guidata allora come oggi da Aloiu Cissé arrivò alla competizione inserita nel girone contro Colombia, Giappone e Polonia.
Un gruppo non semplicissimo, ma nemmeno il peggiore in assoluto considerando i valori di altre nazionali di caratura maggiore.
Il Senegal partì come meglio non poteva. Vittoria per 2-1 sulla Polonia e tre punti che mettevano la nazionale africana in una posizione di vantaggio nel proprio gruppo.
Venne poi il momento della sfida con il Giappone. Due volte avanti, i senegalesi furono raggiunti altrettante dalla nazionale asiatica e le due squadre si spartirono un punto.
A quel punto divenne decisivo l'ultimo incontro, quello contro la Colombia obbligata a vincere dopo il ko inaugurale proprio contro il Giappone.
I Cafeteros non delusero le aspettative, battendo con un netto 3-0 il Senegal. Ma la beffa, per i ragazzi di Cissé doveva ancora arrivare.
Nonostante il ko dei giapponesi contro la Polonia già eliminata, a passare il turno fu la nazionale del Sol Levante.
A condannare gli africani fu la regola del fair play. Spieghiamola meglio. Senegal e Giappone arrivarono appaiate con quattro punti ciascuno in classifica, stesso numero di goal segnati e subiti e pareggio nello scontro diretto.
A quel punto, per decidere chi avrebbe passato il turno, si dovette arrivare a contare quale squadra era stata più virtuosa sul piano dei cartellini gialli ricevuti.
Le sei ammonizioni del Senegal, contro le quattro del Giappone, risultarono fatali alla nazionale africana che vide infranto il sogno di passare il turno come fatto già nel 2002.
Una lezione da tenere a mente in vista dell'ormai imminente Mondiale in Qatar.
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