E così, Douglas Costa ha definitivamente sfondato la trentina. 32 anni compiuti qualche giorno fa. Che per qualcuno sono i nuovi 18, per altri un lento ma inesorabile ingresso sul viale del tramonto. Da febbraio, anche l'ex ala della Juventus ha deciso di cambiare completamente vita: stop alle pressioni esagerate dell'élite europea, addio all'isteria del pallone brasiliano. Meglio ripartire altrove, dalla MLS, da Los Angeles. Qualità di vita abbinata a un calcio più a misura d'uomo. Non necessariamente minore, per carità. Diverso, semplicemente.
Arrivava, il mancino di Sapucaia do Sul, da una serie di delusioni piuttosto pesanti da digerire. A Torino aveva smarrito la retta via da tempo, ostacolato in maniera costante da guai fisici più o meno seri. Poi il prestito al Bayern, di nuovo a Monaco, già la sua casa prima del trasferimento in Italia. Anche lì, tutto da dimenticare: infortunio a un ginocchio nell'aprile del 2021, stagione finita con un mese buono d'anticipo, il ritorno alla Juve. Senza la minima intenzione del club bianconero di contare su di lui. Senza che lui avesse intenzione di restarci.
Un altro ritorno a casa, al Grêmio, sembrava poter cancellare tutto e segnare un nuovo inizio. Maglia numero 10 sulle spalle, Douglas Costa era la ciliegina sulla torta di una squadra forte, abituata a gareggiare ad alti livelli, finalista (perdente) della Copa do Brasil nell'anno precedente. Ma il 2021 ha segnato la svolta in negativo della storia recente del club, nuovamente retrocesso in Serie B 17 anni dopo l'ultima volta. L'ex juventino ci ha messo del suo. O meglio: non l'ha fatto. Incapace di trasformarsi in un uomo guida, lui che aveva fatto versare lacrime al momento del suo primo addio, direzione Donetsk. E personaggio polemico per eccellenza durante la seconda, breve esperienza a Porto Alegre.
Per dire: con la squadra in piena zona retrocessione, Douglas ha programmato il proprio matrimonio. E fin qui, tutto bene. Il problema è che la cerimonia si sarebbe dovuta svolgere proprio il giorno dell'ultima giornata di campionato. Quella che, alla fine, si è rivelata decisiva per la retrocessione dell'Imortal. La dirigenza gli ha negato il permesso, lui ha cancellato le foto con la maglia tricolor dai social. Alla fine all'ultimo turno è sceso in campo, contro l'Atlético Mineiro ha pure giocato bene e segnato, ma non è servito. Anzi: un'esultanza provocatoria verso le tribune ha fatto nuovamente imbufalire i tifosi. Separazione scontata, nonostante le dichiarazioni possibiliste del calciatore su una permanenza in B. E rapporto rovinato in maniera irrimediabile.
E dunque, la MLS. I Los Angeles Galaxy. L'ex squadra di Zlatan Ibrahimovic, ma anche di Steven Gerrard e soprattutto David Beckham, campione nazionale per tre volte nell'ultimo decennio. Contratto di un paio d'anni, fino alla fine del 2023. Agli americani non è mai fregato molto del curriculum recente di un calciatore appena portato nella Lega. E neppure della sua età avanzata. Tanto che a Greg Vanney, ovvero il nuovo allenatore di Douglas Costa, quasi luccicavano gli occhi dall'emozione nel trovarsi a gestire un giocatore così:
“Ci sono diversi livelli di bravura, e Douglas è al livello più alto – diceva il giorno della presentazione ufficiale, a metà febbraio – Avere un fuoriclasse, di solito, aumenta l'efficienza della squadra. Non hai più bisogno di una decina di occasioni per segnare, ne possono bastare anche tre. Douglas porta qualità e pericolo in attacco”.
L'esordio è arrivato a fine febbraio contro i New York Red Bulls. Tutti gli occhi erano per Douglas Costa, ma il Chicharito Hernandez gli ha rubato la scena timbrando la rete dell'1-0 finale. Il brasiliano ha rischiato di segnare subito con la sua mossa preferita: palla condotta sull'out destro, movimento a rientrare sul piede preferito, botta mancina. Nel primo tempo ha mandato in porta il francese Cabral, stoppato dal portiere avversario. Ed è stato pure ammonito per un fallo su Maxi Moralez, l'ex atalantino. In generale, ha alternato buone giocate a momenti di fatica. Alla fine Vanney lo ha tolto dal campo al minuto 67.
“Deve avere pazienza – ha detto il Chicharito dopo la partita – Serve tempo. La gente si aspetta che dimostri cosa sa fare sin dalla prima partita, ma è molto raro che accada. Lo stesso nella vita, in qualsiasi lavoro. Ci vuole tempo, per cui la pazienza è l'aspetto più importante in questi casi”.
Douglas Costa non ci ha messo moltissimo per trovare la sua prima rete in MLS. A marzo, a Seattle. All'inizio del secondo tempo si è incaricato di battere una punizione, la barriera l'ha deviata ingannando completamente il portiere e la palla è entrata. I Sounders, però, si sono imposti per 3-2. Altro giro e altra punizione vincente a Dallas, a maggio. Niente da fare: LA battuto per 3-1. Fino al 2-2 a Toronto a inizio settembre, nella sfida a Lorenzo Insigne e Federico Bernardeschi. L'ex compagno alla Juve ha lasciato il proprio graffio su rigore, ma prima di lui era già andato a segno anche il brasiliano. Di nuovo su punizione, peraltro stupenda. Ormai una specie di marchio di fabbrica.
In mezzo, il solito problema muscolare: un mese di stop tra marzo e aprile. E poi il fattaccio. Il 6 luglio, Douglas Costa ha perso la testa: con i Galaxy sotto 3-2 in casa contro Minnesota, ha rifilato una gomitata sulla nuca dell'honduregno Rosales. Risultato: cartellino rosso diretto e due giornate di squalifica. Senza di lui, i compagni hanno perso con il medesimo risultato il derby contro il LAFC di Giorgio Chiellini, appena arrivato dalla Juventus e in panchina in attesa dell'esordio.
Il problema è che Douglas si è ripetuto. Nella notte tra il 18 e il 19 settembre, i Galaxy hanno strapazzato Colorado per 4-1. Il Chicharito ha segnato di tacco riscattando un paio di errori di fila dal dischetto e pure l'ex parmense Brugman ha trovato gloria. Insomma, tutto perfetto. O quasi. Perché il brasiliano è stato espulso di nuovo, stavolta per aver aggredito un avversario con una spallata e averne steso un altro con una manata al volto. Dettaglio: LA stava conducendo per 4-0.
Dopo sette mesi, insomma, il sogno americano è sogno solo a metà. I Galaxy stentano, lontani parenti dell'armata che dal 2011 al 2014 conquistavano tre campionati su quattro. Douglas Costa il suo lo fa, nervi tesi a parte, ma con un serbatoio pieno solo per tre quarti: fin qui ha collezionato più di venti presenze, ma solo in due occasioni è rimasto in campo dal primo all'ultimo minuto. La tendenza è che parta titolare e poi, a metà ripresa, lasci il posto a un compagno. Come un giocatore qualsiasi. O come una stella che ha sempre brillato a metà.


