Non è certo uno dei migliori tre della storia. Nè dei migliori cinquanta. Oggettività, obiettività. Angel Di Maria, però, chiariamo, è sicuramente uno dei top degli ultimi anni, ala devastante, rapida, tecnica, abile ad inserirsi in ogni squadra in cui ha militato. Alt, passo indietro. Il discorso parte proprio da qui. In quasi, tutte le squadre che ha giocato. Perchè c'è stato quel periodo, quell'annata disastrosa, che avrebbe potuto portarlo nell'abisso, in quello talmente scuro da cui in molti non riescono a riprendersi. Per sua fortuna, e dei suoi ammiratori, dopo Manchester è riuscito a riprendersi alla grande. Ah Manchester, lo United, ah il nero destino di chi punta all'oro.
Nessuna supposizione o possibile verità, ma solamente la verità delle confessioni di sua moglie, che hanno confermato indirettamente la scelta dell'angelo di maria nell'estate 2014. Aveva vinto tutto con la squadra più importante del globo terraqueo, nomen Real Madrid. Aveva siglato il maggior numero di reti nella sua carriera da professionista, quella carriera che, ormai lo sanno anche i muri, iniziò dopo l'acquisto del Rosario per una quantità indefinita di palloni, c'è chi dice 20, chi 36. Fatto sta, numero uno, che il bambin Di Maria arrivò al Central, squadra della sua città, per un pagamento di cuoio. Fatto sta, numero due, che questa è un'altra storia.
L'avventura è quella lastricata di pericoli e trappole, tutt'attorno, nel 2014/2015. Lastricata anche d'oro, considerando le cifre gargantuesce a gravitare intorno a Di Maria, che andò contro la richiesta della moglie fatta tempo prima. Il pensiero della signora Jorgelina Cardoso è fondamentale in questo racconto, visto e considerando come sia a lei a definire in maniera particolare e dettagliata il periodo allo United del marito e il suo, nella giungla di Manchester.
Per quasi 80 milioni di euro, un Manchester United da poco orfano di Ferguson, decide che lui, l'argentino grissino velocista della fascia destra possa essere l'ideale per vincere tutto sotto Van Gaal. Spoiler, sarà tutto il contrario. I numeri sono quelli che condannano Di Maria, a cominciare dai 180 complessivi dei suoi trasferimenti (e qualche pallone), che lo rendono il più pagato di sempre nei vari passaggi tra Benfica, Real Madrid e appunto, team inglese.
E se vogliamo fare una lista di numeri alti e roboanti, possiamo anche fermarci qui. Una sola stagione al Manchester United e dati al ribasso, tra goal, pochi, presenze, il tanto giusto, e assist, quelli sì, verso l'alto, ma non abbastanza da salvare un periodo in cui nessuno vedeva un futuro, nè lui, nè la famiglia, nè il club. Solo le pretendenti speravano nell'avvenire. Il sole di Parigi, decisivo, per riportare il sorriso al Fideo e alla sua consorte.
Veniva da Madrid, dove tutti parlavano la sua lingua madre, dove tutti mangiavano piatti simili alla sua tradizione, dove poteva chiudere gli occhi e guardare in alto per abbronzarsi, senza dover rischiare pioggie continue, nuvoloni e freddo polare. Aveva appena segnato undici goal e vinto tutto. Ma a Manchester pagavano il doppio e nonostante le cifre al Real fossero già abbastanza alte, sistemarsi a vita economicamente, ancor più, semvraba la scelta giusta. Così, convinta la consorte, passo indietro.
Sì perchè quel Manchester United si è classificato al settimo posto e l'autunno successivo non giocherà nè Champions, nè Europa League. Di Maria avrà quindi solo il campionato con cui confrontarsi, e con una serie limitata di gare da affrontare, l'attenzione sarà ancor più specifica, sopratutto dopo una stagione così tanto non da Red Devils. E lui, diavolo arrivato per essere la stella numero uno, non potrà sbagliare nulla.
E dire che la partenza al Manchester United è grandiosa. Nelle prime cinque gare segna tre goal e offre tre assist, ma attorno a lui il clima, non quello della città, è ancora teso e tremolante. Basta un non nulla per cadere. Di fatto il club vince solamente tre gare nei primi otto incontri di campionato e Di Maria, dopo il terzo centro di inizio ottobre, finirà in un calderone di negatività, tecnica e fisica.
A fine novembre subisce un infortunio alla coscia che lo mette k.o per diverso tempo, praticamente fino a inizio gennaio, che psicologicamente non farà più rialzare. Prima dell'infortunio non era già lui, ma il Manchester United riusciva comunque a trionfare con regolarità grazie alle giocate, anche se non decisive in termini di tabellino da parte dell'argentino. Dopo, più nulla.
Da gennaio a maggio, Di Maria avrà una discesa costante, da titolare a riserva, da deciso e fiducioso nel rinascere, al ruolo di bomba di mercato scura in volta, pronta ad esplodere da un momento all'altro senza il minimo carattere positivo. Fornisce qualche assist qua e là, segna un goal in FA Cup, nel primissimo turno a cui partecipa il Manchester United, ma sono gocce in un oceano di mediocrità. Influenzato negativamente? Può darsi.
A casa, infatti, le cose non vanno per nulla bene. La moglie è stufa del grigiume inglese, della gente, di ogni piccolo pallino che possa intervenire ad aumentare il malassere generale. Una gabbia dorata, certo, ma sempre una gabbia in cui lei si trova male e che lui, di riflesso, non riesce a gestire. Si trova male anche lui, non crede che Van Gaal riesca a capirlo. Ha bisogno di sentimenti e non di ferro, di cui è fatto il sergente.
Le occasioni di uscire sono poche, per svagarsi lontano dal calcio. E in casa, la positività non esiste, come racconterà in seguito la moglie, piccata:
"E' stata un'occasione professionale e si è trattato di una questione di soldi, non si poteva rifiutare quando un'azienda ti offre il doppio non puoi fare finta di niente. Abbiamo anche litigato pesantemente per questo ma quando Angel mi ha detto ‘economicamente potremmo essere più sicuri', mio malgrado ho accettato"
GettyDi Maria era stato avvisato: in Inghilterra, mai. A Manchester? Neanche per sogno:
"Eravamo amici di Aguero, soprattutto io e sua moglie Gianina Maradona, e volavamo spesso a Manchester a trovarli. Non mi è mai piaciuto, il cibo è pessimo, la gente strana, le donne sono tutte perfette, truccate, precise… eppure dopo un anno ci ritrovammo allo United".
L'argentino rischia persino di andare a Manchester da solo, senza la moglie. Lei non ne vuole sapere:
"Avevo proposto anche che si trasferisse da solo ma mi rispose che non era una possibilità da prendere in considerazione"
Nata male l'esperienza, prosegue male, termina male, viene ricordata male. Spinta dal denaro, senza però un reale interessante nel conoscere una nuova cultura e un nuovo mondo, un nuovo campionato e un nuovo calcio. Niente di tutto questo. E quando la consapevolezza di non poter migliorare non esiste, la possibilità che tutto crolli nel lungo periodo, se non nell'immediato, è praticamente del 100%.
Durante quel 2014/2015, prima della cessione estiva al PSG per altri 60 milioni di euro, ad aumentare la forza del suo marchio (poi battuto a livello complessivo di trasferimenti dal futuro compagno di squadra Neymar), Di Maria difficilmente farà mea culpa, ma continuerà ad evidenziare come tutti attorno a lui siano responsabili del suo mancato successo:
"Non mi hanno mai permesso di dare il meglio, lì. Ho avuto problemi con il mio allenatore, ma grazie a Dio sono riuscito a venire al Paris Saint-Germain, dove sono tornato me stesso".
A Manchester è riuscito ad essere se stesso per una manciata di settimana, prima di essere spazzato via dalla negatività, che ha risucchiato ogni prospettiva futura, mantenendo il suo piccolo mondo inglese ancorato solo al denaro, e alla consapevolezza che oltre quello, non poteva più restare:
"Quando ero al Manchester United ho iniziato bene. I primi due mesi era tutto a posto, poi c’è stata una lite. E si sa, quando si litiga, a volte le cose non tornano più come erano prima. Cambiano i rapporti, il modo di vedersi. E se litighi con l’allenatore, che può decidere di farti o di non farti giocare, è una cosa che ti può distruggere. La lite con Van Gaal c’è stata perchè mi faceva sempre vedere quando sbagliavo, quando giocavo male e per questo mi rimproverava davanti a tutti. Sempre a farmi vedere quando perdevo palla, sempre quelle maledette palle perse. E un giorno, visto che sentivo che stavo giocando bene, non ce l’ho fatta più e sono esploso. Gli ho detto che non era come diceva lui, a Van Gaal questo non è piaciuto e da lì sono nati i problemi".
Di Maria è a terra e dopo l'iniziale boom di goal e assist, alla prima esplosione di accuse, rimproveri e dita puntate, capisce che tutto il mondo diretto e senza giri di parole non fa per lui. Aspettando solamente l'estate, il sole, una nuova occasione di essere coccolato, sia a livello monetario, sia umano. E senza quest'ultimo valore essenziale, senza poter librarsi in cielo col sorriso su quel fisico esile, ma deciso, Angel non può esistere.




