Non è esatto pensare che il suo idolo sia Diego Armando Maradona. "No, sono cresciuto con Gattuso e Pirlo", come lui stesso rivelava nel gennaio del 2020. Però il nome non mente: Diego. Ovvero Diego Demme. Chiamato così "perché mio padre era un grande fan di Maradona". Come avrebbe potuto non funzionare una storia con un incipit del genere?
Eppure, tre anni e passa più tardi, Demme è il volto triste del Napoli. Se così si può chiamare, naturalmente, il componente di una rosa che sta dominando tutto e tutti in Italia e che ha un piede e mezzo ai quarti di finale di Champions League. Però Diego - l'altro Diego, quello che non è mai riuscito a prendersi davvero Napoli - oggi non è molto più di questo: un semplice componente. Non protagonista. Nemmeno secondario.
I numeri sono impietosi: in questa stagione Demme è sceso in campo appena quattro volte, che in realtà sono quattro spezzoni di partita, per un totale di meno di 30 minuti. Il suo massimo sono stati gli 11 minuti finali della gara stravinta (sai che novità) contro il Sassuolo a fine ottobre.
Getty ImagesIn quell'occasione Luciano Spalletti si è voltato verso la panchina e ha fatto cenno a Demme di entrare. Il risultato era già di 4-0, Osimhen aveva appena firmato il poker, la partita era ampiamente in ghiaccio. Di solito non funziona così: tra i cinque cambi dell'allenatore toscano rientrano i vari Raspadori, Ndombele, il pupillo Elmas, Politano quando parte dalla panchina, Olivera. Non lui. Praticamente mai. E il minutaggio ridottissimo, quasi inesistente, è lì a dimostrarlo.
Colpa di una serie di fattori. Dell'esplosione del pariruolo Lobotka, ad esempio, vero e insostituibile fulcro della manovra del Napoli. Di una certa incapacità di Demme di inserirsi nei dettami tecnico-tattici di Spalletti, lui che ha nella grinta e nella lotta i principali punti di forza. Era più adatto per il suo idolo Gattuso, magari. Meno per l'attuale allenatore, che pure a dicembre confessava apertamente di sperare nella sua permanenza: "Preferiamo che resti qui".
A complicare ulteriormente la situazione, poi, ecco l'infortunio che a luglio gli ha fatto perdere parte della preparazione e le prime settimane stagionali. Demme si è fatto male a un ginocchio durante un'amichevole contro la Pro Vercelli ed è definitivamente scivolato all'ultimo posto della lista. "Trauma contusivo-distorsivo con lesione di alto grado del collaterale mediale del ginocchio destro", comunicava il Napoli, che in seguito decideva di inserire comunque il tedesco nella lista UEFA per i gironi di Champions League. L'ha invece escluso per la fase a eliminazione diretta.
Demme pareva essere destinato a lasciare Napoli a gennaio. Le pretendenti, del resto, non mancavano: l'Adana Demirspor, la Salernitana. Ma alla fine l'ex capitano del Lipsia è rimasto. E, anzi, non ha mai nemmeno preso in considerazione l'idea di cambiare aria.
"Diego è felice di rimanere al Napoli ed è coinvolto nel progetto - diceva a 'Radio Crc' il suo agente, Marco Busiello, a inizio febbraio - Con il club è stato deciso di comune accordo che restasse, anche perché numericamente c'era bisogno di un giocatore come lui. Ora speriamo che Spalletti possa utilizzarlo maggiormente".
La separazione, in realtà, potrebbe essere solo questione di pochi mesi. Non solo perché a luglio mancheranno appena 12 mesi alla scadenza naturale del contratto di Demme, quanto perché il tedesco è e rimane l'ultima scelta di Spalletti. Ha giocato meno di Juan Jesus e Zerbin e quanto Gaetano, altri tre che per un motivo o per un altro vedono poco il campo. E più di trent'anni dopo il Diego più grande di tutti, ha il piccolo rimpianto di non essere riuscito a conquistare Napoli.


