Nel 2019, durante un'intervista con il portale polacco 'Przeglad Sportowy', a Wojciech Szczesny è stato chiesto un parere su Alisson Becker e Gigi Buffon. Rispettivamente suo compagno di squadra alla Roma e alla Juventus. O meglio: i suoi dodicesimi. E il portiere bianconero ha risposto con una buona dose d'ironia:
“Alisson oggi viene considerato il miglior portiere del mondo, mentre Buffon è il migliore della storia. Per cui significa che io sono il miglior portiere del mondo e della storia del calcio”.
Un anno più tardi, nel 2020, sempre Szczesny si è lasciato andare a un ricordo del brasiliano in una chiacchierata con 'Sky Sport':
“Al momento è il migliore al mondo. Ho avuto il piacere di giocare con lui: era giovane ma si vedeva che sarebbe diventato uno dei migliori".
Entra nel mondo degli -enta proprio oggi, Alisson. Trent'anni. Tempo di qualche bilancio, pure se un bel po' di stagioni ad alti livelli davanti a sé le ha ancora. Da riserva di Szczesny allo scettro di portiere più bravo del mondo, anche se a un 2018/19 strepitoso sono seguite annate un pochino più umane, tra miracoli (tanti) ed errori (pochi). La grande storia dei numeri uno brasiliani, iniziata con Claudio Taffarel negli anni novanta, si è arricchita di un altro nome illustre. Dida, campione di tutto col Milan. Julio Cesar, l'acchiappasogni del Triplete. E ora Alisson.
E dire che, quando nell'estate del 2016 atterra a Roma, in pochi sanno veramente di cosa sia capace questo ventitreenne gaúcho. Si sa che all'Internacional, lo stesso club da cui arrivò Paulo Roberto Falcão, è diventato uno dei più bravi del Sudamerica, questo sì. Che ha un fratello più grande di cinque anni, Muriel, da cui ha preso il posto tra i pali del Colorado (per la cronaca: da un bel po' di tempo i due, dopo essersi fatti crescere la barba, sono divenuti quasi indistinguibili l'uno dall'altro). Che da qualche anno fa parte stabilmente della rosa del Brasile, che lo ha convocato per la prima volta nel settembre del 2015. E pure che ama suonare la chitarra, tanto che una delle prime immagini extracampo che circolano in quei giorni lo vedono chinato tra plettro e corde.
Si sa anche, in quel 2016, lo voleva pure la Juventus. Anzi, a un certo punto pare fatta per il trasferimento a Torino. Solo che Alisson fa saltare tutto. E il motivo è chiaro: il padrone della porta è ancora Buffon, un intoccabile. E il brasiliano è ambizioso, vuole giocare, o almeno avere l'opportunità di farlo. Anche e soprattutto per non perdere contatto con la Seleção. Impossibile anche solo pensare di racimolare qualche minuto con un concorrente del genere. Dirà Alisson nel giorno della presentazione con la Roma: “Ho fatto la scelta giusta a venire qui”.
Vero, col senno di poi. Ma non subito. Perché nella prima stagione, il 2016/17, Alisson non gioca mai. Zero presenze in campionato, solo e soltanto panchine a fianco di Luciano Spalletti. E quando gioca, unicamente nelle coppe, colleziona anche qualche delusione. Come l'eliminazione dalle semifinali di Coppa Italia per mano della Lazio e della coppia Milinkovic-Immobile, autori di una rete a testa tra andata e ritorno. Di nuovo, pochi anni dopo il 26 maggio 2013. O come la serata del 20 ottobre 2016, quando la Roma si fa rimontare dal 3-1 al 3-3 in Europa League dall'Austria Vienna e il pari degli austriaci è dovuto proprio a una sua incertezza.
Però, quando nel 2017 Szczesny se ne va per giocare con la Juventus, la Roma decide di non prendere un nuovo portiere. O meglio: rimpiazza un polacco con un altro polacco, mantenendo in rosa Lukasz Skorupski, reduce da una bella stagione a Empoli. In sostanza: Alisson sarà il titolare. Come lui stesso sognava e sperava al momento di lasciare il Brasile.
“Se non avessi giocato, avrei lasciato la Roma – rivela alla 'Folha' di San Paolo nel settembre del 2017, una volta che il nuovo allenatore Eusebio Di Francesco gli ha consegnato una maglia – Non volevo farlo, ma dovevo pensare ai miei obiettivi. Giocavo poco per scelta di Spalletti, che mi mandava in campo nelle coppe. Era una scelta meritocratica, perché Szczesny aveva fatto bene il primo anno alla Roma. Mi è servito a imparare ad avere pazienza. E comunque, anche giocando poco, ho collezionato qualche buona prestazione”.
Pericolo scampato. Alisson non si è mosso da Roma. E ora è determinato a dimostrare quanto vale. Ovvero parecchio. Se ne accorgono tutti qualche giorno dopo quell'intervista, il 12 settembre. La nuova Roma di Di Francesco esordisce nei gironi di Champions League e all'Olimpico se la deve vedere con l'Atletico Madrid. Che attacca, attacca, attacca. E crea. E calcia in porta. Tanto, tantissimo. Solo che ogni volta va a sbattere contro un muro con barba e baffi. Alla fine saranno non meno di nove le parate del brasiliano, in serata di grazia.
Getty ImagesÈ lì, in quella serata tardo-estiva, che Alisson inizia a svelarsi al mondo. E a far capire a tutti chi sia davvero: un fenomeno. Anche se ancora potenziale. Sarà proprio quella stagione, il 2017/18, a segnare la svolta. Il goleiro di Novo Hamburgo è insuperabile. In Serie A colleziona 17 clean sheet su 37 partite, un'enormità. E in Champions League è una pedina chiave della Roma che si inerpica sempre più su, sempre più su, sino alle semifinali contro il Liverpool. E dopo la leggendaria impresa contro il Barcellona, nella notte dell'urlo di Kostas Munch Manolas.
Di Alisson, ormai, parlano tutti. L'ex riserva di Szczesny, il giocatore che a un certo punto pensava di cambiare aria, è diventato un top del ruolo. E quando il Liverpool sborsa 62 milioni e mezzo di euro più un'altra decina di bonus, superando la feroce concorrenza del Chelsea e rendendolo il portiere più pagato della storia del calcio, nessuno si sorprende più di tanto. Nemmeno John Achterberg, preparatore dei portieri dei Reds, che il suo nuovo pupillo lo conosce da tempo.
“Vidi Alisson per la prima volta quando giocava nell'Internacional, nel 2013 – ha raccontato in un'intervista a GOAL nel 2019 – Ricordo che assistetti alla partita nel mio laptop, in casa, nel mio studio. Sono sempre a caccia di portieri, in ogni parte del mondo. Se qualche nome esce sui giornali, io lo voglio sapere. Se c'è un torneo Under 17 o un campionato Under 19, voglio darci un'occhiata. È stato Doni, il nostro ex portiere (e soprattutto ex romanista, nda), a venire a parlarmi di Alisson. Mi diceva che aveva un potenziale enorme, che sarebbe potuto diventare bravissimo. Che poteva essere un portiere speciale”.
Il Liverpool è la squadra che ha fermato la strepitosa cavalcata della Roma nella Champions League del 2018. Ma Alisson, pur tenendosi stretti nel cuore i colori giallorossi, abbraccia la nuova causa sin dal primo istante in cui mette piede a Melwood. Vuole vincere quel trofeo che, nella stagione precedente, è sfuggito a entrambi. A lui, come detto. Ma anche ai Reds, battuti in finale dal Real Madrid e traditi dalle incertezze (eufemismo) di Loris Karius.
Lo pensano tutti, appena vedono Alisson: ora sì abbiamo un portiere degno di questo nome. Anche se i dubbi, all'inizio, non mancano. C'è ad esempio la celebre papera contro il Leicester del settembre 2018, una palla malamente persa in area e seguita dalla rete delle Foxes. E quando a novembre la squadra di Jürgen Klopp perde per 2-0 sul campo della Stella Rossa, peraltro senza colpe particolarmente evidenti del proprio portiere, parte della tifoseria arriva a mettere il nuovo acquisto sul banco degli imputati. Arrivano a definirlo “un Karius con la barba”. Il che, ricordando le frittate cucinate dal tedesco a Kiev, non è esattamente un complimento.
Ma Alisson ci mette poco a rialzare la china. A fine stagione conquisterà l'agognata Champions League, sempre grazie a una rimonta leggendaria sul Barcellona e poi con un 2-0 in finale nel derby inglese contro il Tottenham. E in Premier League terrà la porta chiusa 21 volte in 38 giornate. Come Edwin Van der Sar, più di Peter Schmeichel e Pepe Reina, meno solo del mostruoso Petr Cech del 2004-05. In quel 2019 così speciale, Alisson si prende tutto: il premio di miglior portiere di Premier e Champions, ma anche la Copa America col Brasile. Da titolare davanti a Ederson, che lo ha appena battuto vincendo il campionato col Manchester City.
“Se avessi saputo che Alisson era così bravo, lo avrei pagato il doppio – scherza Klopp al termine di uno degli innumerevoli successi del Liverpool in quella stagione, un 1-0 sul Napoli determinato anche da un miracolo in extremis del brasiliano su Milik – Un miracolo, mai visto nulla di simile. Ha fatto una parata fenomenale. Incredibile, non avevo mai visto una cosa del genere”.
Fenomenale come Alisson, del resto. Il portiere che, raggiunta la trentina, si è issato sull'Olimpo dei più bravi del ruolo. Degno erede di Dida e Julio Cesar, pilastro del Brasile che in Qatar andrà a caccia dell'alloro mondiale dopo un ventennio. Qualche errore non è mancato nemmeno nell'esperienza inglese, come detto. Tra cui due in pochissimi minuti nel febbraio del 2021 in una partita per nulla banale, contro il City, sempre sbagliando la costruzione dal basso. Ma Alisson si è rialzato, di nuovo. Ha dimenticato le critiche, ha convissuto con il dolore della tragica perdita del padre, annegato in quegli stessi giorni. E ha concluso il 2021/22 con un'altra ventina di clean sheet. Entrando in maniera definitiva nella storia del Liverpool e della Premier League.




