Oltre 200 goal tra club e nazionale inglese, una carriera più che onorevole vissuta - fatta eccezione per una brevissima parentesi in Svezia - interamente in Inghilterra: Peter Crouch può essere soddisfatto per i traguardi personali raggiunti fino al 2019, anno del suo ritiro dalla scena agonistica.
Una medaglia, si sa, possiede però due facce: l'altra, la più oscura, non ha risparmiato nemmeno lo spilungone di Macclesfield che, con i suoi 201 centimetri, è tutt'ora il giocatore più alto ad aver vestito la maglia dell'Inghilterra.
Proprio questa sua caratteristica, soprattutto agli albori della carriera, ha finito per attirare a sé una marea di insulti: nel mirino il fisico asciutto e l'andatura dinoccolata, per molti versi sgraziata e priva di ciò che solitamente definiamo 'bello da vedere'.
Crouch ha raccontato quei momenti di pura sofferenza interiore nel corso del podcast 'The Diary of a CEO', senza tralasciare particolari estremamente delicati come il rapporto con i genitori, inevitabilmente condizionato da quegli episodi.
"E' stata dura ascoltare tutti quegli insulti provenienti dagli spalti. Una cosa era avere a che fare con qualcuno che in strada mi urlava 'non sei alto', un'altra era avere a che fare con 30mila persone che urlavano contro oscenità, deridendo il mio aspetto fisico".
Il classe 1981 ha ammesso di aver seriamente pensato di mollare tutto proprio a causa del disagio provato.
"Giocare a calcio era ciò che amavo di più, ma non nascondo di aver avuto dei dubbi: ne vale davvero la pena se la gente riderà sempre di me? E' proprio questo che voglio?".
Pur di difenderlo, il padre diede vita ad una rissa infernale contro gli avversari.
"Lo ricorderò sempre. Stavo uscendo dal campo all'intervallo quando vidi mio padre rotolare lungo il corridoio, litigando con qualcuno. Ho pensato: 'Oh mio Dio, questa è la mia prima stagione nel calcio professionistico. Mio padre sta litigando, vengo deriso, mia madre piange. Cosa sto facendo? Perché mi sto sottoponendo a tutto questo?'".
Uno dei modi per ribellarsi a tutto questo era il ricorso all'alcol, non proprio il sinonimo della classica vita da atleta senza concessioni.
"Ero sempre giù e non volevo uscire, ma mio padre mi ha quasi costretto e insieme abbiamo bevuto più di qualche birra. Quello era il suo modo di affrontare il problema, probabilmente ho bevuto più di quanto sarebbe stato concesso ad un giocatore di Premier League: in quel momento, però, ne avevo bisogno".


