Di Edin Dzeko alla Roma si può dire tutto, salvo poi ricredersi e capire di non essere riusciti a raccontare, in fin dei conti, praticamente nulla di quel che è stato realmente. Innanzitutto un fatto "concreto", trasformato immediatamente in entità "astratta": infine un anomalo elemento incastonato al centro di una serie di ingranaggi che, senza il suo apporto, sarebbero stati nulli. Calcisticamente e idealmente.
Al momento del suo arrivo, nel 2015, la Roma e il Manchester City vivevano momenti diametralmente opposti, quanto per certi versi simili: i Citizens avevano vinto 2 Premier League in 3 anni, con Manuel Pellegrini in panchina, ma erano arrivati secondi nell'anno peggiore del bosniaco dal punto di vista realizzativo (6 reti in 32 presenze in tutte le competizioni in stagione).
I giallorossi di Rudi Garcia erano reduci da una stagione iniziata con 5 vittorie consecutive, ma terminata con un secondo posto alle spalle della prima Juventus di Massimiliano Allegri.
Dzeko, presentato con la "9", non perde tempo e sottolinea la cosa: "Al City ho vissuto quattro anni bellissimi. Quello inglese è un club in crescita: ha vinto 2 scudetti e 2 coppe negli ultimi 4 anni e questa è la differenza rispetto alla Roma". Non proprio la frase perfetta, al primo appuntamento. Da lui, però, i tifosi si aspettano soprattutto i goal: delle chiacchiere importa poco.
L'inizio della sua esperienza in giallorosso è la perfetta sintesi dell'impatto con il calcio italiano: rete alla seconda giornata contro la Juventus, nel delirio generale. Anonima presenza nelle gare successive, almeno fino al cambio in panchina e alla nomina di Luciano Spalletti.
E lui, il bosniaco, diventa presto inconsapevole, ma dimenticato protagonista di una delle giornate più segnanti della storia recente romanista. Nella vita ci vuole fortuna: o ce l'hai, o te la costruisci, ma devi essere fortunato anche a costruirtela.
GettyIl giorno della sua prima doppietta con la maglia della Roma verrà ricordato solo e soltanto per un episodio: l'esclusione di Francesco Totti dalla lista dei convocati di Luciano Spalletti, per la gara contro il Palermo all'Olimpico, e l'ovazione ricevuta dal "Capitano", presente in tribuna. Fine. Ed è una roba incredibile, se ci pensate: arrivi in Italia, segni 3 goal nel girone d'andata, e quando riesci a mettere a referto una doppietta c'è qualcosa di più importante a cui pensare.
Piuttosto, se proprio quella gara deve essere ricordata, sui social verrà presa come esempio per definire quel che è stato Dzeko per parte della tifoseria, almeno fino alla sua affermazione: un attaccante potenzialmente devastante che sbaglia goal a porta vuota da due passi. Mai concezione di un giocatore fu più sbagliata, visto quel che farà di lì a breve.
"Prima regola del Fight club, non parlare mai del Fight club": risolta la situazione Spalletti-Totti, il clima a Roma è tornato sereno anche per il bosniaco, che negli anni ha dimostrato di vivere in simbiosi con il contesto. Se questo è tranquillo, lo è anche lui, e viceversa.
Non staremo qui a far la carrellata delle stagioni vissute da Dzeko in giallorosso: non avrebbe senso e risulterebbe inutilmente prolisso. Vale la pena sottolineare l'importanza di due annate, per l'attaccante fondamentali: quella 2016/17, chiusa con 39 goal in 51 gare (e il titolo di capocannoniere in Serie A) e la successiva, culminata con il raggiungimento delle semifinali di Champions League.
Di quest'ultima si ricorda soprattutto il principio del tormentone a cui il trasferimento all'Inter ha finalmente messo fine: Dzeko via da Roma. A gennaio 2018 i giallorossi lo avevano praticamente venduto al Chelsea. Tutto fatto, via dalla Capitale nel giro di qualche ora, lui ed Emerson Palmieri. In fondo, è una stagione di transizione: ma Dzeko è qualcosa in più del normale andare delle cose. Resta a Roma. Come? A Roma? Ma se era fatta: resta. "Tante cose mi sono passate per la testa, non ero sicuro di niente in quel frangente", dirà.
GettyPer fortuna, risponderebbero in molti: segnerà in ciascuna delle gare simbolo della cavalcata giallorossa dagli Ottavi alle Semifinali (eccezion fatta per l'andata contro lo Shakhtar), comprese le due tra il Camp Nou e l'Olimpico con il Barcellona. Senza il goal nella prima non ci sarebbe stata la seconda: e questo è tutto dire.
Un anno più tardi è di nuovo tormentone estivo: lo vuole Antonio Conte all'Inter. Prenderà Romelu Lukaku, lui resterà a Roma per un'altra stagione, al termine della quale (infinita per via del Covid) è a un passo dalla Juventus di Andrea Pirlo, che lo considera praticamente un nuovo giocatore bianconero, con un'auto pronta ad aspettarlo e portarlo a Torino. Non arriverà mai.
L'ultima stagione in giallorosso è quella della "fascia": sì, della fascia. Lui, capitano da quando è sfumato il passaggio alla Juventus, litiga con Paulo Fonseca, che indica Lorenzo Pellegrini come nuovo leader della squadra. Figuratevi: non poteva essere altrimenti. Dzeko, in fin dei conti, è sempre stato un po' come la piazza romanista: passionale e umorale, nel senso positivo del termine. Mai scontata, né banale.
C'è qualcosa che va al di là dei 119 goal che fanno di lui il terzo marcatore della storia giallorossa (dietro a Totti, con 307, e Pruzzo, con 138): il suo stare nell'universo Roma soffrendo e gioendo in simbiosi con il resto del firmamento. La punta tecnica e atipica da cui non si può prescindere (dal 2015 è stato così): prima fatto concreto, poi astratto. Alla fine "ideale", anomalo, e storico, e soprattutto difficile da definire.




