
Quella di Christian Kanyengele è la più classica delle favole regalate dal calcio. Dalla paura di non farcela al sogno col pallone tra i piedi: l'ex attaccante congolese arriva a giocare in Serie B con Savoia e Catania,rendendosi inoltre protagonista di una clamorosa protesta contro la FIGC.
Kanyengele - classe 1976 - ringrazierà a vita il 'Romeo Menti' di Vicenza, perché è lì che scocca la scintilla con l'Italia: nel 1995 indossa la maglia del Motema Pembe, club dell'allora Zaire (oggi, appunto, Repubblica Democratica del Congo) con cui è fresco vincitore della Coppa delle Coppe africana. La sua squadra viene invitata per una doppia amichevole coi biancorossi, e quale occasione migliore per scout e procuratori per adocchiare talenti e tesserarli a cifre irrisorie?
Kanyengele dopo il soggiorno vicentino decide di non tornare più in patria e tenta di trovare fortuna in Europa: troppi problemi in Zaire, difficoltà enormi, ecco perché si reca in Belgio augurandosi che qualcuno lo ingaggi. Ma senza risultati: porte chiuse e permesso di soggiorno negato, fino alla chance chiamata Terracina.
I dirigenti della società dilettantistica laziale, qualche mese più tardi, tra telefonate e contatti decidono di offrirgli un provino. Kanyengele accetta e sbalordisce chi ha deciso di valutarlo. Succede esattamente ciò che auspicava, tanto da meritarsi un'opportunità. Luce in fondo al tunnel, un sorriso tra razzismo, mille imprevisti e lavoretti per mantenersi e non dover rientrare in Africa.
Kanyengele in D segna a bizzeffe, a Terracina diventa un idolo, trova l'amore, mette su famiglia e porta quasi il club in terza serie. Tutto ciò, viene riassunto dallo stesso attaccante in un'intervista a 'Repubblica' del '99.
"La mia storia? Bene, cominciamo: Kinshasa, giorni di guerra. Con il mio club vinciamo la Coppa delle Coppe africana: premio, un viaggio in Italia, Vicenza. Due amichevoli, poi prendo da parte l'allenatore: 'Me ne vado, non torno, voglio rimanere in Europa a giocare'".
"Conoscevo qualcuno della nostra comunità, persone che sono scappate dalla dittatura di Mobuto. Resto una settimana, dormo dove capita, anche per strada, poi decido di andare in Belgio. Altro treno, ultimi soldi, ma al confine mi rispediscono indietro. Maledizione, si mette male. In sei mesi faccio tutto, dal cameriere al muratore, dal facchino al maggiordomo, raccolgo anche pomodori a 20 mila al giorno come fanno tante persone, tanti africani, dieci ore a spaccarti la schiena che non ce la fai a stare in piedi e giuro che quello è davvero un inferno. Lavoro duro, ma penso che la mia vita è altrove, in un campo di calcio, tra gol e dribbling. Sono scappato per questo".
"Mio padre non voleva facessi il calciatore: è giornalista, ha studiato in Francia, lo chiamano il 'professore', stavamo bene, non mi mancava nulla da piccolo. Non nasco povero, anzi. Fino a sette anni ho vissuto a Lille, avevo tutte le possibilità, ma non mi interessava. 'Studia, lascia perdere il football', mi dicevano, ma io ho preso il diploma di licenzia media e poi vagheggiavo solo il pallone, giocavo senza scarpe, con il pallone cucito a mano, in mezzo ai sassi e alla polvere. Un giorno, a Termini, ero disperato, pronto a mollare tutto, poi uno mi fa: 'Perchè non vai a parlare con un procuratore, si chiama Ricci, ha lavorato in Africa'. Vado, dopo pochi mesi, in estate, provo con il Terracina durante il ritiro a Norcia".
"A Terracina ho trovato un mio spazio, anche se all'inizio è stata dura: pochi soldi, problemi di lingua, nostalgia della mia terra. E non potevo tornare: ero ricercato dal regime, considerato un oppositore di Mobuto perché ero scappato. Anche mio padre ha avuto parecchi problemi e gliel'hanno fatta pagare. Poi il dittatore è morto, sono rientrato e mi hanno anche chiamato in Nazionale, ho segnato due goal contro il Kenya, davanti a settantamila persone".
Kanyengele è troppo forte per restare in basso: lo pensa così anche il Savoia, che a favola fa corrispondere un'altra favola. Il club campano nel 1999 approda in B e, durante la campagna acquisti, decide di assicurarsi il bomber del Terracina.
A Torre Annunziata Kanyengele cavalca l'onda dell'exploit, segna poco (4 goal stagionali) e gli oplontini retrocedono, ma si fa apprezzare per impegno e doti umane. Inoltre, è protagonista con la maglia della Nazionale congolese.
Le difficoltà nascono nell'estate seguente, quando una norma federale impedisce ai calciatori extracomunitari di giocare in Serie C e costringe il ragazzo a salutare il Savoia con un enorme punto interrogativo sul proprio futuro.
"Stanno distruggendo la mia carriera, se non fosse per i compagni di squadra e per la società non troverei nemmeno la forza di continuare a lottare - dichiarerà sempre a 'Repubblica' - Non voglio cambiare le regole, chiedo solo che non uccidano il mio sogno...".
Kanyengele è affranto, alle prese con mille incertezze. Il timore di veder vanificato quanto fatto è troppo grande, preannunciando l'intenzione di protestare in maniera tutt'altro che banale.
"Se sarà necessario mi incatenerò davanti alla sede della federazione. Tra i dilettanti non ci torno, voglio restare a Torre Annunziata, nel Savoia. Non penso di pretendere troppo. Sono in Italia da quattro anni e Dio solo sa quanti sacrifici ho dovuto affrontare finora. È questo che chiedo: giocare a calcio".
Alla 'Gazzetta dello Sport', ulteriori appelli e parole colme di paura.
"Sto vivendo il momento più triste della mia vita. Sono in Italia da quattro anni, ho pagato e pago regolarmente le tasse. Ho un contratto col Savoia, ma in serie C non posso giocare. Ho una moglie, Daudau, un bimbo di due anni, Daniele, che va all'asilo, e una bimba che sta per nascere. Non posso finire così. Ho una famiglia sulle spalle. Il mio procuratore Franco Zavaglia mi aveva prospettato la possibilità di andare all'Ancona o al Siena, ma invece ci siamo mossi troppo tardi. E ora sono qui, senza una squadra e con mille preoccupazioni addosso...".
Il 'caso' catalizza l'attenzione e tiene banco fino a settembre, quando la FIGC decide di modificare in parte la normativa: vietato il tesseramento di nuovi calciatori extracomunitari per i club di C, che però - se retrocessi dalla cadetteria - possono mantenere quelli già presenti in rosa. Kanyengele, dunque, può continuare a giocare col Savoia. Una deroga trasformata in via libera definitivo poco meno di un anno più tardi, con l'abolizione totale dei vincoli.
Un'altra stagione in Campania, sulle ali dell'entusiasmo per aver vinto la propria 'battaglia' (lo stesso accadde al nigeriano Prince Ikpe Ekong, meteora della Reggiana), gli consente di laurearsi bomber della squadra, pur senza riuscire a riportare in B i bianchi. Nell'estate del 2001, l'ottima stagione gli vale il trasferimento al Catania dopo una diatriba di mercato che lo vedeva promesso sposo dell'Avellino, salvo poi approdare in Sicilia.
Kanyengele sotto all'Etna però non rende: 4 stagioni in rossoazzurro tra C e B - intervallate da due prestiti alla Sambenedettese - goal col contagocce (appena 3 in tutto) e un feeling mai sbocciato. Nel 2005 le strade di Christian e del Catania si separano senza troppi rimpianti, con Sangiovannese e Sangiuseppese ultime rilevanti tappe calcistiche in terza e quarta serie.
Una carriera 'normale' costruita tra mille difficoltà: per Kanyengele, l'aver trovato fortuna in Italia vale più di qualsiasi trofeo.


