Boateng a Linea Diletta: "Ronaldo? Messi è un'altra cosa, non è normale"

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Dal Barcellona al Monza, dal sogno Champions League al desiderio di portare in A il club di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. E in mezzo una carriera vissuta sempre a mille all'ora, tra Germania, Italia, Spagna, Inghilterra e Turchia. È un uomo di mondo, Kevin-Prince Boateng. Con un'ammirazione speciale per il nostro paese.

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"Della Germania ho dentro rigore e puntualità, del Ghana il ritmo e la passione per la musica, ma dopo tutto mi sento anche molto italiano”, dice il giocatore del Monza a 'Linea Diletta', programma di DAZN condotto da Diletta Leotta.

Nel passato di Boateng c'è tanto Barcellona. Prima il super goal ai catalani, con controllo di tacco a seguire e destro vincente, e poi la fetta di stagione trascorsa proprio con la maglia azulgrana.

Quel goal contro il Barcellona? Non lo so com’è venuto, boh, mi sentivo volare dopo quel goal. La cosa assurda è che quella partita noi la perdiamo contro il Barcellona, ma tutti si comportavano come se avessimo vinto: dopo la partita, al ristorante, tutti si sono alzati ad applaudire, tutti festeggiavano, io ero l’unico a pensare “oh ma abbiamo perso stasera eh”: certo, segnare un goal così contro la squadra in quel momento più forte del mondo, rimane per sempre”.

“I sei mesi a Barcellona sono stati incredibili: io all’inizio non ci credevo, pensavo mi cercasse l’Espanyol di Barcellona, non il Barcellona vero e proprio. Allenarmi con Messi mi ha lasciato senza parole: avevo sempre detto che Cristiano Ronaldo era il più forte del mondo, ma Messi è un’altra cosa, non è normale. Mi allenavo con lui e, per la prima volta nella mia carriera, mi sentivo scarso: faceva delle robe incredibili, mi veniva voglia di dire ‘lascio perdere, smetto di giocare'”.

E poi c'è la serata del Moonwalk, quella in cui Boateng, vestito da Michael Jackson, dà spettacolo durante la festa Scudetto del Milan nel 2011.

“Serata pazzesca. Non mi ero preparato, me l’han detto poco prima della partita che l’avrei fatto: non ero preparato, all’ultimo ho scoperto che c’era il vestito pronto ed un palco, quindi è stato tutto naturale, è uscito così. Forse è stato il momento con più pressione della mia carriera: 85 mila persone che mi fissavano!”.

“Michael Jackson rappresenta tutto per me: ho pianto come un bambino quando è morto, le sue canzoni sono state fondamentali per la mia vita, è un idolo, un mito per me”.

Argomento più serio: il razzismo. L'immagine di Boateng che si ribella a qualche ululato durante un'amichevole invernale contro la Pro Patria è ancora vivida. Via alle considerazioni amare.

“Nel calcio non è cambiato nulla dal 2013: forse qualche multa in più, ma non è cambiato niente, è triste. Succede ancora, succede troppo. Il cambiamento viene da Fifa e Uefa: noi calciatori siamo importanti, proviamo a parlare, usiamo i social, usiamo le interviste, però se non parte da sopra è difficile per noi. Nel 2013 dicevo: spero che i bambini tra qualche anno non sappiano cosa significa il razzismo, e invece purtroppo se ne sente parlare più oggi di ieri”.

“C’è bisogno di tutti, anche di chi non sa cosa voglia dire sulla sua pelle il razzismo”.

Capitolo Monza: le ambizioni sono altissime, la rosa a disposizione di Brocchi è esperta, e nonostante un avvio di campionato un po' altalenante il sogno del doppio salto resta vivo.

“A Monza ho rispetto per i miei compagni, loro mi rispettano. Io porto esperienza, certo tanti ragazzi mi dicono che hanno impressione a vedermi nello spogliatoio: ma questo li aiuta a crescere, avere campioni in spogliatoio ha aiutato anche me quando ero ragazzo”.

“Brocchi ha la sua idea di calcio, mi dà idee per aiutare anche gli altri. Poi beh, a 33 anni a giocare a calcio sono capace, a quest’età è tutta una questione mentale: io credo al 100% nel mio fisico e nella mia mente”.

L'esperienza in Inghilterra al Tottenham fa parte di un capitolo che Boateng vorrebbe cambiare se lo fosse possibile.

“Quando ero giovane, al Tottenham, sì sì è vero: ho comprato tre auto di lusso in un giorno, ma dietro c’era tanto dolore. Cercavo di comprare la felicità. Non ero contento, non giocavo, non stavo bene e allora cercavo altro. Certo, cambierei quella parte del mio passato: spesso mi sono affidato solo al mio talento e, col talento che ho, senza essere arrogante, avrei potuto fare molto di più. Anche se ho fatto comunque una bella carriera”.

Sulle spalle c'è quel numero 7 divenuto iconico grazie a Cristiano Ronaldo.

“Sì ora ho il numero 7 come molti grandi. Cristiano Ronaldo è una macchina da guerra, è impressionante quanto si gestisca bene: tutti i giovani dovrebbero avere lui come idolo”.

Pochi mesi alla Fiorentina, quanto basta per stringere un legame duraturo con Ribery e Chiesa.

“Ribery è una persona troppo bella, ride sempre, è sempre felice: la sua facilità di gioco è fantastica. Lui è un vero amico, mi ha chiamato anche dopo la prima partita col Monza e l’aveva vista, non è scontato”.

“Federico Chiesa è fortissimo, ha tutto come giocatore. Ora è pronto per il grande salto: arrivando alla Juve, allenandosi con Cristiano, può diventare un giocatore molto molto importante di questo mondo. Sì, un difetto ce l’ha: si veste malissimo. A causa del Covid non l’ho mai portato a fare shopping, ma devo rifargli l’armadio: è inguardabile”.

Infine una promessa da mantenere qualora il Monza conquistasse la sua prima storica promozione in Serie A.

“Se porto il Monza in Serie A, mi invento un nuovo ballo per festeggiare”.