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Baggio e la vita lontano dal calcio: "Non vedevo l'ora di smettere e non guardo partite"

11:28 CEST 07/05/21
Roberto Baggio
Roberto Baggio racconta la sua vita senza calcio a ‘Il Venerdì’: “Lasciare mi ha dato ossigeno. I tecnici? Mi sono trovato bene solo con Mazzone”.

Roberto Baggio non è stato solo uno dei giocatori più forti di ogni tempo, è stato anche tra i più amati in assoluto. Idolo di moltissimi e simbolo per un’intera generazione, con la sua classe ha fatto sognare tutti e questo al di là dei colori che indossava.

Nella sua quotidianità oggi il calcio ha un ruolo estremamente marginale ed anzi, in una lunga intervista rilasciata al settimanale di ‘Repubblica‘Il Venerdì’, ha ammesso di vivere benissimo lontano da un mondo che gli ha dato tanto ma che ha anche chiesto molto in cambio.

“Ho sempre saputo che il calcio aveva una fine. La gente si stupisce: coma, non metti più gli scarpini, non ti viene voglia? No, e allora? Bisogna che ci mettiamo d’accordo: quelli che senza pallone si sentono appagati e felici sono dei falliti?”.

Baggio ha lasciato il calcio giocato diciassette anni fa e da allora si è visto pochissimo in pubblico.

“C’è altro, ci sono gli altri, e c’è il momento in cui non dipendi più dal giudizio di chi ti guarda. Mi sono distaccato dal pallone, ma ci sono cose che fanno male, come la morte di Paolo rossi. Faccio fatica ad accettarla e non c’entra il valore del personaggio, è per la tristezza e l’amarezza. Si era rifatto una vita, aveva due bimbe, una famiglia, anche lui la passione per la terra, meritava di avere tempo. Invece niente, tutto finito”.

Il Divin Codino non ama apparire e non avrebbe accettato un ruolo da commentatore televisivo.

“A tutti sembra strano il mio disinteresse, non guardo le partite, non mi diverto quasi mai. Dare giudizi sugli altri mi mette a disagio, non vado in tv, vedo ex colleghi che sentenziano da professori, ma me li ricordo incapaci di fare tre palleggi con le mani. Ho la fortuna di aver fatto il calciatore e poi di aver trovato qualcosa che mi dà soddisfazione: arare, spalare, piantare. Per capisco chi fa altre scelte. A Totti, quando l’ho incontrato, ho detto: gioca fino a quando puoi. E anche Ibrahimovic è di quel genere. Se sei felice di dare gioia agli altri, quando te ne viene negata la possibilità, stai male”.

A differenza di Totti, Baggio ha vissuto il ritiro con grande tranquillità.

“Lui non voleva smettere, io non vedevo l’ora. Lasciare mi ha ridato vita e ossigeno, stavo soffocando, troppo male, dolore fisico, quando da Brescia rientravo a casa, non riuscivo ad uscire dall’auto, chiamavo Andreina, mia moglie, che mi aiutava ad aggrapparmi al tetto”.

Oggi Baggio preferisce seguire altri sport.

“Ora preferisco il basket, tifo Lakers, mi era simpatico Shaquille O’Neal, tifavo Dove, adoro LeBron, e andavo pazzo per Bolt, per la sua leggerezza caraibica e per la musicalità che hanno quei popoli. Mi piace il calcio femminile perché le donne hanno passione e carattere”.

Tra i momenti cruciali della sua carriera anche l’addio alla Fiorentina, una squadra che non avrebbe voluto lasciare.

“Si chiama riconoscenza e l’ho provata per una città che mi ha aspettato per due anni, anzi tre. Quando ero rotto, con le ginocchia sfasciate, ma città mi ha coccolato e rispettato. Non solo. Una volta torno alle tre di notte da Cesena dove avevo segnato due gol con la Nazionale, e il viale che porta da me è pieno di gente che vuole festeggiarmi. Come fai a dimenticarti una cosa così? Io non volevo lasciare la Fiorentina, avevo 23 anni, stavo comprando casa, mi ero spostato, aspettavamo una bambina, poi ho scoperto che i proprietari uscenti, i Pontello, mi avevano già ceduto agli Agnelli. Sono andato due volte a Roma a parlare con Cecchi Gori e la seconda lui mi dice: se non vai alla Juve non mi fanno comprare la società”.

Spesso si è parlato di un rapporto difficile tra Baggio ed i suoi allenatori.

“Non ce l’ho con gli allenatori, credo che una certa gelosia da parte loro ci sarà sempre, noi abbiamo i piedi, loro la lavagna. L’unico con cui mi sono trovato bene è stato Carletto Mazzone, perché era un uomo libero e realizzato, e non si metteva in competizione con i giocatori”.