Tra le leggende della Roma e del calcio italiano più in generale c'è scritto a lettere cubitali il nome di BrunoConti.
Eppure in giallorosso, ben prima del Marazico di Nettuno campione d'Italia, del Mondo e quasi d'Europa, c'ì stato un altro Conti che ha contribuito in maniera duratura e importante alle fortune del club giallorosso, anche se in comune con Bruno oltre al cognome non ha mai avuto altro.
Si tratta di Paolo Conti, portiere nato a Riccione il 1 aprile del 1950 e che ha difeso i pali della Roma dal 1973 al 1980.
Una carriera, la sua, piuttosto modesta fino all'approdo dalle parti di Trigoria, fatta principalmente di esperienze di provincia come Modena e Arezzo. Qui però riesce a mettersi in mostra al punto da ottenere il passaggio in una grande città.
Niente male per un'autodidatta. Sì, perché per sua stessa ammissione, il futuro di Conti nel calcio sarebbe dovuto essere nei pressi della porta, ma dal lato in cui si cerca di infilare il pallone in goal e non di respingerlo.
Niente settore giovanile, niente anni di allenamenti e sacrifici negli studi, niente di tutto ciò che ormai sembra essere diventata la prassi per chi vuole intraprendere la via del calcio come lavoro.
Nel 1968, giocando una partita con gli amici, Conti viene notato da un dirigente del Riccione che gli offre di tesserarlo con la selezione locale militante in Serie D.
Inizialmente, data la stazza, viene inserito nel roster degli attaccanti, con risultati sicuramente inferiori a quello che sarà il rendimento nei panni dell'antitesi al centravanti.
Il colpo di fulmine con il ruolo più ingrato del mondo avviene in un fine allenamento durante il quale il mister gli chiede scherzosamente di provare a mettersi tra i pali. Non se ne allontanerà più.
Dopo Riccione, Conti si sposta di qualche chilometro da casa, direzione Modena, per poi approdare ad Arezzo e infine a Roma. Il ragazzo di provincia è pronto al salto in una grande città.
Città, appunto, perché negli anni 70 Roma è capitale di tante cose ma non certo del calcio. Anzi, al primo anno in giallorosso Conti assiste allo smacco più grande che esista per un giocatore: lo Scudetto vinto dai rivali cittadini della Lazio.
Amarezza a parte, l'estremo difensore romagnolo si cala immediatamente nel ruolo per il quale il presidente Anzalone si era speso per prelevarlo dall'Arezzo, ovvero la difesa della porta giallorossa.
La prima cosa che colpisce il pubblico di fede romanista sugli spalti dell'Olimpico questo ragazzone di oltre un metro e ottanta fu il grande paio di baffi neri che si stagliavano tra bocca e naso.
Un baffo in pieno stile anni Settanta, manifesto di una generazione che nella libera crescita di barba e capelli vedeva il primo grande strumento di ribellione agli schemi precostituiti che avevano caratterizzato il decennio precedente.
Innovatore nello stile, sempre caratterizzato da maglioni sgargianti in antitesi con la sobrietà - ancora rimpianta da qualcuno - degli outfit solitamente riservati ai calciatori, Conti si dimostra un rivoluzionario anche in campo.
Arrivato per fare il secondo, ci mette pochissimo a superare la concorrenza del collega Ginulfi e convincere il suo nuovo ambiente del suo effettivo valore. Diventa immediatamente padrone dell'area di rigore giallorossa con grandi parate e la personalità con la quale guida la linea difensiva.
Ci mettono ancora meno i romanisti a innamorarsene, assecondando quella tradizione che vede presto affibbiare un soprannome ai calciatori in grado di creare un forte legame empatico con la tifoseria.
Per Conti, dato che "Baffone" oltre che molto banale risultava anche estremamente politicizzato, fu scelto il soprannome di "Tenaglione".
Il motivo è da ricercarsi nella potenza delle grosse mani del portiere di Riccione, usate per stringere il pallone come una tenaglia. Il tutto reso ancora più evidente dalla consuetudine - condivisa all'epoca con tanti altri suoi pari ruolo - di giocare senza l'ausilio e la protezione dei guanti.
Più che le mani, Conti preferisce infatti proteggere le gambe. Diventa uno dei primi portieri a indossare parastinchi, per evitare infortuni e contusioni nel corso delle tante uscite basse sui piedi avversari.
A mancare non sono le performance, bensì la competitività della squadra in sé. Il massimo risultato ottenuto dalla Roma di quegli anni è il terzo posto del 1975. Una cavalcata infruttuosa sotto il mero punto di vista dei titoli conquistati, ma vissuto come uno Scudetto all'interno di un ambiente ormai assuefatto alle posizioni di classifica dalla settima in giù.
Dal 1973 al 1979, per sei stagioni consecutive, nessuno riesce a mettere in discussione la leadership tra i pali di Tenaglione, che viene anche portato da Enzo Bearzot come secondo di Dino Zoff al Mondiale dei colonnelli argentini del 1978.
A incrinare la titolarità indiscussa del baffo più glamour della Roma calcistica ci pensa un ragazzetto rampante che risponde al nome di Franco Tancredi.
Il sorpasso, che lì per lì sembra semplicemente una soluzione di ripiego ma diventa rapidamente un passaggio di consegne, avviene il 28 gennaio del 1979, con la Roma come sempre in difficoltà di risultati e che chiuderà quel campionato a un passo dal baratro della retrocessione.
Nel corso della sfida contro il Verona, Conti viene colpito da una violenta pallonata in pieno petto ed è costretto a rimanere negli spogliatoi dopo il fischio dell'arbitro che sancisce la fine del primo tempo.
Nella ripresa fa il suo esordio il giovane Tancredi, destinato a scalzare per sempre il collega più anziano nel ruolo di titolare e diventare l'estremo difensore del secondo Scudetto della storia romanista.
Conti perde dunque il posto, ma è proprio grazie al collega più giovane che il baffone romagnolo riesce a vincere il suo primo e unico trofeo in carriera, parando ben tre rigori nella finale di Coppa Italia del 1980 contro il Torino all'Olimpico.
Alla fine di quella stagione, Conti dà il commiato alla Roma e si trasferisce al Verona in Serie B, consapevole che i giorni migliori non sono certo prossimi a venire. Negli ultimi anni della sua carriera, Tenaglione attraversa su e giù l'Italia.
Da Verona a Firenze, passando per la Genova blucerchiata e il Bari, prima di ritirarsi e lasciare il mondo del calcio.
Un mondo che non ha mai compreso pienamente, ma che gli ha dato tantissimo, come ha rivelato a . Soprattutto nel periodo romanista.
"Mi resta la curiosità di sapere che cosa avrei fatto senza il pallone, che tipo d’uomo sarei stato, che avrei fatto di Paolo Conti.
Tra le tante cose non capivo, prima di venire a Roma, come si potesse impazzire per il calcio, mi sentivo lucido, capite? Ero distaccato, ma non freddo, questo mai. Roma m’è rimasta nel sangue, e io sono rimasto romanista".
Dopo un'esperienza da agente sportivo durata qualche anno, Conti ha deciso di chiudere per sempre con il calcio. Ma il ricordo di quei baffi è ancora impresso nella memoria di qualche tifoso con ormai parecchi almanacchi alle spalle.


